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Chi cerca trova.

Già, è così per molte cose della vita e la ricerca di identità non fa eccezione, nemmeno in Europa.

Il vero problema è capire di quale identità stiamo parlando?

Oggi in Europa è questo uno dei più grandi interrogativi.

Alle future elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo sarà in parte demandato l’arduo compito di trovare una risposta, il più possibile esauriente a questa domanda.

Tale interrogativo che potrebbe apparire filosofico, e forse in parte lo è, attualmente è soprattutto politico.

Infatti, oggi in Europa la ricerca di identità politica può essere declinata in almeno quattro modi.

C’è chi incanala il proprio desiderio di riconoscimento nella tutela dell’ambiente e nella lotta alle diseguaglianze economiche: questa può a ragione essere la sintesi identitaria delle famiglie politiche socialiste e verdi.

Per altri, i movimenti di ispirazione liberale, l’elemento identitario è ancora da ricercarsi nel migliore equilibrio possibile tra pacifica competizione politica, economica ed imprenditoriale quali motori di una società aperta.

Le famiglie politiche di ispirazione conservatrice ricercano la loro identità  richiamandosi ai valori religiosi e di cooperazione sociale, non prescindendo dall’antica umana compassione meglio nota come humanitas.

Esiste poi una parte di cittadini europei che non ricerca alcuna di queste identità ed è attratta, invece, da forme di identità tribale.

Sia ben chiaro, questo tipo di attrazione non è una peculiarità esclusiva degli Europei, ma adesso è di loro, cioè di noi, che ci vogliamo occupare.

Questo genere di riconoscimento mira alla difesa di specifiche identità e trova la sua spinta nei sentimenti di risentimento e di sfiducia verso tutti i poteri neutri dalla magistratura alle autorità di garanzia.

Le proposte di ricerca del fattore identitario, date in modo non esaustivo dalle famiglie politiche appena citate, non sembrano più capaci di dare soddisfazione a questo nuovo e pericoloso desiderio di ricerca di sé.

In Europa sta avanzando la ricerca identitaria che gli antichi greci esprimevano con la parola θυμός, vale a dire dell’anima emozionale, in virtù della quale è la propria identità a dover trovare primario riconoscimento e se la società esterna non concede o soddisfa questa priorità, ebbene dovrà essere quest’ultima a cambiare in quanto sbagliata.

I molti mutamenti di questi ultimi anni, nell’ambito dei processi innescati dalla globalizzazione, dai fenomeni migratori, fino ai cambiamenti demografici e al tempo stesso i tanti passi avanti nel processo di integrazione comunitario, hanno alimentato quel sentimento di risentimento da parte di chi si è sentito abbandonato e scavalcato.

Davanti a questo scenario, l’unica possibilità è ritrovare un tessuto identitario condiviso in cui libertà politica ed economica si coniughino a protezione e progresso. Sarà possibile? Sì, ma solo abbandonando le strade che conducono all’identitarismo settario, quello, tanto per dire, che ha generato il mostro chiamato Brexit.

 

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.