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Il comunicato del PD dichiara che il 3 marzo hanno votato alle primarie 1 milione e seicentomila persone, e che Zingaretti ha prevalso con il 65%. Sarebbe una buona affluenza, un segnale di vitalità; si è parlato, verosimilmente, del ritorno alla votazione di “vecchi iscritti”, che negli ultimi anni si erano allontanati dalla vita del partito. Il ritorno sarebbe dovuto anche al fallimento elettorale delle formazioni a sinistra del PD, e probabilmente anche allo spostamento di notabili locali da Renzi a Zingaretti.

Purtroppo, almeno alla data odierna, non sono stati divulgati risultati ufficiali, da utilizzare per l’analisi. La mancata diffusione di dati sulle primarie è una carenza, e ci fa pensare a uno scollamento tra iscritti, militanti, votanti alle primarie e votanti agli appuntamenti elettorali, e soprattutto al fatto che le primarie appaiono come manifestazioni di voto a sé stanti.

Il Corriere della Sera il 4 marzo ha pubblicato una indagine IPSOS, antecedente alle primarie, vertente sulle intenzioni di voto, che complessivamente prevedeva lo spostamento a sinistra degli intervistati. Due dati in questa indagine sono a mio parere interessanti: il primo riguarda l’età dei partecipanti alle primarie; il 46% dei partecipanti avrebbe oltre 64 anni, che sommato al 22% della fascia tra 50 e 64 anni, fanno un 68% che giustifica il titolo dato all’articolo, secondo cui “…Zingaretti piace agli over 50”. Il secondo punto interessante è l’area politica in cui, secondo il campione, si collocano i votanti, divisi tra collocati a sinistra, collocati al centrosinistra e collocati al centro, rispetto alle primarie dell’aprile 2017 che videro primeggiare Renzi. Rispetto al 2017, abbiamo per il 4 marzo 2019 un aumento del 22% dei votanti che si collocano a sinistra, abbiamo una diminuzione del 16% dei collocati al centrosinistra, ed infine una maggiorazione del 2%, sempre rispetto alle primarie del 2017, dei collocati al centro.

Si può dire che dalle primarie emerge un ricompattamento orientato a sinistra, presumibilmente favorito dall’avversione verso Salvini a livello di compagine governativa, e di cesura all’interno del partito, nei confronti della conduzione di Renzi. Sembra che abbiano prevalso il bagaglio culturale tradizionale e la valorizzazione del patrimonio ideologico, tra l’altro attualmente rappresentati, nel sindacato, dalla nuova conduzione di Landini nella CGIL.

Certamente parte dei votanti ha perseguito una sconfessione delle realizzazioni dell’era Renzi; un responso, ed ancor prima un dibattito, giocato sulla linea distacco/continuità rispetto alla precedente conduzione, piuttosto che su un confronto di – non molto chiare – linee programmatiche. Sussistono infatti linee programmatiche che non sono state adeguatamente definite o chiarite nel corso del dibattito: per esempio il PD si dichiara partito europeista, ma se l’Europa è un contesto ed un riferimento politico importante e imprescindibile, ciò non vuol dire che questo contesto e la sua politica debbano essere esenti da critiche o prese di distanza; altro esempio, il fenomeno dei migranti, per la sua imponenza, non è pensabile che possa essere gestito con l’accoglienza tout court, senza una politica ben definita che ponga dei limiti e sviluppi controllati; uno dei motivi della sconfitta elettorale del PD (e del conseguente successo della Lega) è dovuto alla passività dello Stato di fronte al fenomeno, passività cui aveva tentato di porre parziale rimedio il ministro Minniti.

Una ritrovata sintonia con il tradizionale mondo di sinistra, dunque. Si profila un partito con connotazioni tradizionaliste, per certi versi conservatrici. Un partito che forse ritrova buona parte della sua storica identità, ma sarebbe una identità novecentesca.

Se la nuova segreteria persegue una sconfessione delle realizzazioni dell’era Renzi, senza avere chiaro un progetto politico, con la definizione di come intende affrontare e agire nei confronti delle suddette tematiche (atteggiamento nei confronti del debito pubblico, nei confronti dell’Europa, dei migranti, dei ceti sociali) l’elezione di Zingaretti corre il rischio di rappresentare un concreto passo indietro: uno sguardo rivolto al passato più che al futuro.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.