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Alcuni studiosi (non pochi a dire il vero) sostengono che la maggior parte dei giovani, dalla fine del secolo scorso in poi, vive in una sorta di presente permanente, privo cioè di qualunque riferimento al passato storico. Il presente dunque come unica realtà possibile che li proietta in una dimensione atemporale, in un tempo non-tempo, privo di altri riferimenti, se non quelli immediatamente tangibili. Il passato non esiste, è evanescente; il futuro fa paura, è un’incognita oscura; resta il presente, palestra di vita e ventre materno. E così anche i bisogni. I bisogni sono immediatamente riconducibili a quegli oscuri oggetti di desiderio lanciati da pubblicità ingombranti che associano – solo per fare un esempio – all’acquisto dello smartphone di ultima generazione la conquista della felicità. L’identità è rintracciabile nell’oggi. Un oggi privo di radici e privo di progetti, ma denso di oggetti materiali che spopolano nell’immaginario collettivo.

Non si tratta per fortuna di una condizione generalizzabile. È piuttosto un’insidia nei confronti della quale occorre rinforzarsi, potenziare le armi e irrobustire le spalle. E come? Incuriosendo; suscitando interrogativi su ciò che siamo e su come siamo arrivati fin qui; dando consapevolezza di quell’identità collettiva (l’ethos, direbbero i greci) cui apparteniamo e che ci appartiene e ci connota; un’identità che dà colore al nostro presente e dà senso alle nostre proiezioni di futuro.

Ne consegue che, oggi, il lavoro degli storici, il cui compito è ricordare ciò che gli altri dimenticano o, per meglio dire, non sanno, è ancora più essenziale di quanto non sia mai stato nei secoli scorsi.

Eh già. Sono tempi duri per chi si occupa di storia, per chi l’insegna o per chi ne percepisce l’altissimo valore formativo. Quando, a fronte di un’ignoranza acclarata di tanti giovani, in tema di fatti storici, sento esclamazioni di disappunto nei confronti degli insegnanti che insegnano poco e male, non posso che provare un amaro senso di frustrazione. In realtà, negli ultimi decenni, la scuola ha subito una contrazione progressiva delle ore delle materie umanistiche, in particolare, della storia. La decisione di eliminare il tema storico dall’esame di maturità ne è prova. E non si dimentichi la discrezionalità, offerta agli istituti professionali, di ridurre il numero già esiguo delle ore settimanali di storia. Un orrore, se si pensa che le ore sono appena due.

In realtà, nella pretesa di potenziare l’ambito tecnologico del curricolo, si è reso necessario sottodimensionare la componente umanistica. La scuola, soprattutto la secondaria di secondo grado, si è posta sempre più come ancella del lavoro e si è pensato bene, per questo, di sacrificare tutto ciò che appariva obsoleto e non spendibile nel mercato occupazionale. Senza considerare, però, che una formazione classica crea coscienze, costruisce senso civico, attribuisce identità, rafforza la morale. La scelta di tagliare i saperi umanistici in favore di quelli tecnici è una scelta deleteria, che sta portando a una dimensione culturale atrofica e sterile. Il guaio è che si è perso di vista il motivo per cui l’informatica è entrata a pieno titolo nella scuola. Nasceva come strumento, come linguaggio, come grimaldello per accedere alla conoscenza. Ha finito col diventare, in molti casi, traguardo ultimo del percorso educativo, perché così si è più idonei all’azienda e più navigati per affrontare la competitività del mondo del lavoro.

I meccanismi di accelerazione e di mutamento che attraversano le nostre società sono tali che non sappiamo, oggi, quali saranno, tra dieci anni, i lavori più richiesti. Il futuro è una scommessa affascinante e imprevedibile. Educare alla flessibilità e al cambiamento è la carta vincente. Lo studio dei classici, dell’arte, della storia sono potenti dispositivi di nutrimento e di allenamento del pensiero, la cui conquista apre le menti e insegna ad affrontare con le armi giuste il futuro. Molto più e molto meglio delle tante sirene di una modernità pervasiva e urlata.

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.
  • Lorenzo Colovini

    considerazione amare e, ahimé, condivisibile. Ma temo che Annalisa rimarrà una vox clamantis in eremo..