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La situazione cambia di poco.

Una Lega arrembante, radicata nella destra più oltranzista e conservatrice che non si può.

Capitanata da un leader strabordante che usa i social come nel ventennio si usava l’olio di ricino e il manganello.

Un leader che ha saputo non solo cavalcare l’onda protestataria e insofferente del ventre molle italiano, ma ha ancor più saputo intercettare le pulsioni più conservatrici alimentandone le paure, spesso indotte e largamente immotivate (dati alla mano).

Ne ha fatto una campagna elettorale permanente, facendosene un baffo del ruolo istituzionale, fregandosene altamente delle difficoltà reali del Paese, portandolo verso una condizione di insostenibilità economica.

Così facendo la sua azione è risultata premiante oltre ogni logica, pescando nelle sacche di marginalità ma non solo. Facendo incetta di consensi a destra ma anche al centro.

Qualche volta persino “a sinistra” del centro.

Si è mangiato più della metà dei consensi di Forza Italia, che prova a resistere attorno ad uno striminzito 9%, ma soprattutto ha fatto incetta delle orde urlanti e “rivoluzionarie” dei grillini della seconda ora.

Se n’è succhiato quasi un 10%, lasciando il suo socio di Governo del Cambiamento, quel Di Maio che ha fondato tutte le sue fortune sul Contratto, a guardare fiumi di elettori andarsene allegramente a destra.

Perché c’è, ma soprattutto c’era chi diceva che il M5S fosse un movimento di sinistra per via dei voti che aveva intercettato dal PD figlio dell’epoca renziana.

Ma dove? Scusate ma vogliamo fare l’elenco dei provvedimenti (pochi, confusi e mal congegnati) che sono stati adottati in questi 9 mesi di governo?

A parte le due bandierine piantate nella pancia del deficit nazionale (Cittadinanza e Quota 100) tutto il resto puzza di destrorso come non mai.

E in ogni caso la guida effettiva è in mano al Cinghialone che quando non è occupato a cambiarsi di divisa, a fare selfie, a twittare cavolate svolazzanti, a gustare specialità italiane, sa come farsi valere e come imporre con la forza dei fatti la linea governativa al più debole dei contraenti.

A quello che non avendo un partito vero alle spalle, non avendo esperienza di governo, non avendo conoscenza approfondita dei dossier, non avendo nemmeno preparazione e competenza all’altezza del compito è destinato a soccombere.

Perché il movimentismo regge fino a che devi fare opposizione irresponsabile ma poi si annichilisce quando deve affrontare i temi del governo del Paese.

Sì ma allora perché quei voti in libera uscita dal PD che erano stati “parcheggiati” in attesa che Renzi togliesse le tende (o almeno così qualcuno pensava) non sono tornati a casa come il più fedele dei Lessie cinematografici?

Ma la spiegazione è abbastanza semplice, a mio modesto modo di vedere.

Perché nonostante la batosta del 4 Marzo 2018 ci sono voluti 12 mesi (un anno!) per portare quel Partito ad un Congresso che però ha avuto l’unico obiettivo di contraddistinguersi per il suo esclusivo stampo elettivo.

Perché se si trattava solo di trovare la quadra degli assetti davvero un anno è un buttar via il tempo.

Con buona pace della Politica e dei buoni propositi.

Perché senza una proposta, senza uno straccio di idea che faccia capire in quale direzione il centrosinistra italiano voglia andare, non riesci a raccogliere le adesioni dei tuoi concittadini.

Almeno di tutti quelli che non ti sono fedeli di default. Il famoso zoccolo duro.

Perché non si sa ancora in favore di quale strategia economica, in favore di quali categorie sociali. Per quale futuro del Paese.

Per quale futuro dell’Europa.

E siamo a meno di due mesi dalle prossime elezioni, in cui sembra che l’unico obiettivo di questo ancora intontito PD sia quello di vedere se riesce a superare di qualche decimale il M5S che è in caduta libera.

Una sorta di “3 Sette chi fa meno” o “ciapanò”.

Dopo di che si è fatto di tutto per stemperare la spinta propulsiva e generosa dell’iniziativa di Carlo Calenda con il suo Manifesto “Siamo Europei”.

Al di là dell’adozione del simbolo si pensa di fare un po’ di campagna elettorale sui 6 punti programmatici di quel Manifesto (https://www.siamoeuropei.it/) oppure ci si accontenta di dichiararsi per un general generico rilancio/rinnovamento dell’Europa e delle sue Istituzioni senza riempirle di contenuti e di proposte?

Lasciando così il campo libero a tutta quella orda di sovranisti/nazionalisti che non sapendo dove appiccicarsi e dove andare a cazzabubbolare sono lì che fanno a gara a chi la spara più grossa, promettendo un giorno l’uscita dall’Euro, il giorno dopo la conquista dell’Oro (per la Patria) in barba alle regole e quell’altro ancora l’aumento del deficit ad libitum. O meglio ancora di tornare a stampare la Lira.

Così facendo lucrano ancora sulla situazione di vuoto che il centrosinistra lascia e che non è capace di riempire.

Nonostante gli strombazzamenti autoconsolatori di una generosa adesione alle primarie – fin che quel popolo avrà voglia e forza di dare sostegno – di un simulacro di organizzazione politica che si accontenta di tenere il campo e di “cantar vittoria” se si porta a casa un sonante 20%.

Altro che attraversata del deserto!

 

 

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia) e ora presidente dell’Associazione VeneziaUnited il Supporters Trust dei tifosi arancioneroverdi.