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Giugno 2018. Un anno fa, pochi mesi dopo la batosta elettorale del 4 marzo. Con l’amico Ettore Tamà scrissi una riflessione sul perché il Partito Democratico (ancora precongressuale) poteva ripartire dal Veneto. Sul perché sognare fosse molto più costruttivo della solita seduta di autocoscienza post sconfitta alle urne. Mi fa quasi tenerezza rileggere quelle righe, a distanza di un anno, perché in questi mesi si è fatto tutt’altro. Eppure..

Nonostante il clima di sfiducia, di preoccupazione per quanto sta accadendo al nostro bel Paese, sono ancora convinto che per i riformisti italiani il vero El Dorado sarà il Nordest, e più in particolare il Veneto. Se n’è accorto Carlo Calenda, che ha puntato sulla propria candidatura alle Europee in questa circoscrizione. Se n’è accorto Matteo Renzi, che fa spesso riferimento alla questione nel suo ultimo libro e non perde occasione di farla emergere, nelle sue sempre più frequenti ed affollate presentazioni.

Darsi una prospettiva, un orizzonte lungo, potrebbe essere più utile che non arroccarsi nelle proprie storie, nel proprio passato, nelle proprie correnti. Capire le necessità di una regione che vive di export, di infrastrutture, di turismo, di relazioni industriali con i nostri partner europei – Germania in primis, potrebbe essere la rivoluzione copernicana per i riformisti innovatori, per sfondare in terra leghista.

Possibile che una Regione che per decenni è stata feudo DC e terra di moderati, tutto d’un tratto sia diventata casa di idee radicali che rifiutano il dialogo? Forse non è proprio così. La stragrande maggioranza dei cittadini è composta da grandi lavoratori (“cori che el sol magna le ore”), impegnati nel sociale, nell’associazionismo, nello sport. Terra fertile per chi cerca un riscatto popolare.

La Lega vive una fase di contraddizione lacerante, dovrà a breve scegliere se proseguire nel solco salviniano della destra nazionalista, sperando di far accettare misure impopolari al suo bacino tradizionale quale il reddito di cittadinanza pur di coesistere con Di Maio al governo, oppure invertire la rotta verso la sua base di amministratori locali del Nord, con figure come Zaia, ora in difficoltà per la melina del suo stesso partito sull’autonomia. In entrambi i casi, i riformisti innovatori hanno un ampio spazio. E in politica gli spazi prima o poi vanno riempiti.

Per troppi anni il PD nazionale si è affannato a coltivare i tradizionali bacini elettorali (con la sana eccezione di Milano) tralasciando uno dei territori più importanti d’Italia ed Europa, sia per crescita1 sia per produzione industriale. Con una disoccupazione nel 2017 al 6,3%2, quanto a Stoccolma, ben al di sotto della media nazionale. Territorio che è stato aizzato dal suo Governatore per avere un plebiscito sul “paroni a casa nostra”, facendo credere che la Lega avrebbe invertito il residuo fiscale (ora intorno ai 15 miliardi l’anno), salvo poi scoprire (ma va!) che, anche se le 23 deleghe che la Regione ha chiesto allo Stato le fossero affidate, il residuo non si modificherebbe3.

Il tessuto economico veneto ha saputo, pur soffrendo, trovare una sua strada, soprattutto sui mercati esteri. Chi lavora capisce che la Lega può andar bene per garantire l’esistente, ma non ha la forza e la capacità innovativa di offrire al Veneto una sfida per il futuro. Quello di cui c’è un clamoroso bisogno. Ancora una volta, in politica gli spazi si riempiono.

Il PD nazionale, dopo il fugace risveglio con il primo Renzi, quando effettivamente una fetta consistente di veneti ha iniziato ad ascoltare con interesse questo centrosinistra che si voleva svecchiare e raccontava una sua proposta per il futuro, non ha saputo continuare a essere un interlocutore. La gente se n’è accorta. E non ci ha dato il voto. Nei paesi come nelle città.

Il riformismo innovatore può ripartire da qui perché è dove si perde che bisogna investire, perché è solo dal fallimento che si può risalire. Può ripartire da qui se sa essere pragmatico. Se sa, pragmaticamente, sognare. Ecco perché il Veneto può risultare il punto migliore per il riscatto nazionale, quando tra pochi mesi la propaganda della maggioranza gialloverde finirà la sua efficacia perché dovranno mettere pesantemente le mani in tasca agli italiani. Qui ci sono le condizioni ma bisogna cambiare la visione che si è avuta fino ad adesso.

Forse può funzionare non solo in Veneto. Potremmo stupirci. Ora partiamo, però, che di parole ne ho scritte anche troppe. Un’altra strada va percorsa, gambe in spalla!

 

 

 

  1. http://www.ansa.it/veneto/notizie/2018/04/20/veneto-pil-2017-a-17-prosegue-2018_5d167051-eeca-468e-9f72-0fb2d5f5dc6f.html
  2. Eurostat, 2017, http://ec.europa.eu/eurostat/cache/RCI/#?vis=nuts2.labourmarket&lang=en
  3. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-10-23/i-referendum-parole-d-ordine-e-realta-il-residuo-fiscale-non-cambia-un-euro-113846.shtml?uuid=AEbElytC e http://www.lavoce.info/archives/49109/residui-fiscali-cosa-dicono-numeri/

 

Veneziano, classe ’91. Produttore cinematografico, laureato in Economia e Finanza e in Management, con un Master in Progettazione Europea.
  • http://www.dinobertocco.it Dino Bertocco

    Caro Marco, il tuo articolo sprigiona un entusiasmo ed un ottimismo contagiosi.
    Condivido la tua diagnosi sulla nostra terra veneta, alla
    quale ho dedicato quasi mezzo secolo di vita e passione civile, ragion per cui
    non posso che rallegrarmi del tuo approccio e del tuo suggerimento a cambiare
    visione, a “sognare pragmaticamente”.
    Si tratta di un invito che dovrai (dovremo) sostenere con
    molta energia e determinazione, individuando
    il pubblico per il quale esso può
    risultare interessante e mobilitante.
    Nell’ultimo lustro, soprattutto dopo la performance
    elettorale alle europee, ho cercato in tutti i modi e con tutti gli strumenti
    di suggerire e convincere i facenti-funzione della dirigenza veneta del PD a
    cogliere ed interpretare il sentiment democratico dei veneti ri-emerso ed
    alimentato dal refolo riformista e liberaldemocratico impresso dalla leadership
    di Matteo Renzi.
    Non c’è stato nulla da fare per una ragione antropologico-culturale,
    ovvero la sedimentazione di una mediocre nomenclatura partitica segmentata per
    piccoli clan territoriali, priva del background esperienziale per comprendere e
    sintonizzarsi con la dinamicità della società che tu giustamente focalizzi ed
    indichi come il nuovo target in cui radicare una proposta politica rinnovatrice.
    Sabotato ed affondato il generoso (e velleitario) progetto renziano
    il panorama regionale si presenta ancor più grigio e residuale, tanto da
    consentire ad un Presidente come Zaia di prosperare dentro una bolla di
    chiacchiere e fake news (la più colossale delle quali, leggo, ha convinto anche te: il residuo fiscale del Veneto, con il contradditorio significato che ha, si aggira sui 3/4 miliardi
    non i 15 divulgati dai falsari della CGIA di Mestre) senza che una qualsiasi
    Opposizione si appalesi a rivelarne il fallimento, attestato da una quantità di
    dati sociali economico-finanziari che avremo modo di analizzare.
    La telenovela dell’Autonomia costituisce solo un’eccezionale
    strategia di marketing elettorale, oltretutto finanziato con i nostri soldi…
    Ciò che, però, non devi (dobbiamo) sottovalutare è che nel corpaccione della società veneta il successo della propaganda leghista è determinato dalla capacità di conciliare
    (e catturare elettoralmente come nella più pura tradizione democristiana) componenti moderate ed esplicitamente reazionarie, economicamente dinamiche e culturalmente
    conservatrici: tutto ciò anche per l’assenza di una progettualità democratico-riformista
    alternativa, in grado di veicolare linguaggi, messaggi e proposte programmatiche
    concrete, efficaci e credibili su tutte le questioni che nell’ultimo decennio
    hanno attraversato e squassato il dibattito politico (locale e nazionale): sicurezza,
    risparmio, immigrazione, ambiente, infrastrutture….
    Insomma, la situazione è complessa ma con straordinarie
    opportunità inesplorate: c’è molto da fare, o meglio, reinventare sul piano
    organizzativo e politico-culturale per corrispondere ad una diffusa domanda di
    partecipazione e cittadinanza attiva che attualmente si manifesta attraverso il
    civismo.
    Troviamo il modo di convergere su un terreno di impegno comune!