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Ad una Signora come l’Europa è buona norma non chiedere mai l’età.

Infatti non è quello che intendo fare con questo articolo. E’ invece interessante riflettere su alcune delle età che il Vecchio Continente ha attraversato.

In principio era la sovranità, non più discendente da Dio almeno a partire dal 1848 (anche se questa idea aveva cominciato a sedimentarsi fin dalla pace di Westfalia del 1648), quanto dal binomio popolo-nazione.

Insomma qualcosa che rispetto alla stretta attualità europea sembra del tutto familiare.

Ma c’è di più dietro l’origine del rovesciamento del linguaggio politico maturato a quel tempo e che ben identificano quella che può essere definita l’età del nazionalismo.

Per prima cosa, in molti paesi europei del tempo, Italia, Francia e Germania, è la letteratura a diffondere questo tipo di messaggi imperniati sulla difesa dell’identità che poi, come nel caso dell’Italia, diventa addirittura plurima visto che Vincenzo Cuoco parlava di Patria Napoletana, solo per fare un esempio.

Tuttavia, se oggi si legge ben poco (molti dei politici di oggi lo testimoniano), a quel tempo uno dei problemi era che in pochi comprendevano ciò che veniva scritto in Italia così come in Francia e altrove.

E’ stato così che uno dei modi per parlare di politica con queste nuove chiavi di lettura identitarie e con la sicurezza di essere capiti, divenne il ricorso ai melodrammi rappresentati tra l’altro nei molti teatri del tempo, insieme ai romanzi storici capaci di unire trame coinvolgenti e messaggi politici e alla pittura quale massima espressione raffigurativa di questi ideali (basti pensare a Francesco Hayez).

In altre parole, dalla fine dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, l’Europa ha attraversato una fase in cui il concetto di nazione viene costruito attraverso una sorta di estetica della politica per gli strumenti con cui i messaggi venivano diffusi.

In questo periodo storico in Europa la costruzione della sovranità nazionale è accompagnata e costruita attraverso almeno treprospettive.

La prima individua la nazione come una famiglia e non è un caso che Manzoni, nell’ode Marzo 1821, richiami l’inscindibilità tra l’Italia e gli Italiani ricorrendo a parole come sangue e stirpe.

La nazione come una famiglia apre le porte al concetto bio-politico che ancora l’appartenenza nazionale al luogo di nascita.

La seconda descrive la nazione come comunità in cui uomini e donne convivono secondo una rigida separazione dei ruoli, tenendo però conto che il peso della donna a quel tempo era legato o, meglio sarebbe dire relegato, al suo peso nell’ottica della discendenza secondo una vera e propria ossessione genealogica.

La terza prospettiva è incentrata sul sacrificio. La nazione viene vista come qualcosa per cui sacrificarsi e il martirio cristiano viene trasposto in termini politici con il conseguente culto degli eroi martiri.

Nel racconto del Tamburino sardo del romanzo Cuore scritto da De Amicis, questi elementi si ritrovano e una buona parte del successo di quei messaggi deriva dal fatto che con essi venivano date risposte a domande esistenziali e non solo politiche quali ad esempio: perché si nasce, perché si muore, perché si odia, perché si ama.

In seguito era il totalitarismo, verrebbe da dire. Ma effettivamente dal 1914 al 1945 l’Europa affronta la guerra o meglio le guerre unitamente al diffondersi di un altro germe, quello del totalitarismo.

Un termine quest’ultimo che segna l’inizio di una vera e propria età del totalitarismo per l’Europa.

Un termine, totalitarismo, per alcuni versi controverso, visto che da alcuni è stato persino negato quasi come un’isola che non c’è, le cui caratteristiche e sulla cui esistenza, tuttavia, hanno scritto e dibattuto figure illustri come Giovanni Amendola, Luigi Sturzo, Raymond Aron e Pio XI.

Esattamente, però, il totalitarismo incarnato equamente, seppure con modalità diverse, dai fascismi e dall’esperienza bolscevica, è il termine che caratterizza la cifra di un’età tragica della storia europea e che ha provocato circa 100 milioni di morti tra guerre, persecuzioni e genocidi.

E’ la parola che descrive un processo collettivo coltivato attraverso i miti e i riti di una religione politica i cui tratti fondamentali sono stati: la militarizzazione del partito, la concentrazione monistica del potere, l’organizzazione delle masse e la sacralizzazione della politica attraverso credenze dogmatiche.

Alla base di queste esperienze la storia ci fa vedere che vi sono spesso partiti rivoluzionari che non ammettono la coesistenza con altri partiti e che concepiscono lo Stato come mezzo per realizzare i loro progetti di consolidamento del potere.

Tuttavia, in questa lunga età, difficilmente appellabile quale “secolo breve”, accanto alle atrocità hanno trovano posto i primi semi di speranza come dimostra il discorso all’assemblea della Società delle Nazioni del 1929, in cui il primo ministro francese Aristide Briand propose per la prima volta l’idea di una federazione di nazioni europee basate sulla solidarietà e sul raggiungimento della prosperità economica e cooperazione politica e sociale, idea quest’ultima che senz’altro ha aperto la strada ad altre età dell’Europa nel XX e nel XXI secolo su cui tornerò presto a riflettere.

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.