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Non è certo un argomento molto adatto all’ombrellone ma vale la pena di tentare di fare chiarezza sulle vere poste in gioco nella partita che si sta giocando sulle autonomie regionali, tema non proprio chiarissimo dalla lettura dei giornali.

Riassunto delle puntate precedenti (http://www.luminosigiorni.it/2017/10/schei-e-autonomia/): le tre Regioni che chiedono più autonomia sono tra le maggiori contribuenti italiane (e fin qui, essendo quelle più ricche e sviluppate, tutto okay) ma contemporaneamente tra quelle in cui la spesa statale pro capite è più bassa. E comprensibilmente poco gradiscono questa condizione da becchi e bastonai. L’unica leva che hanno per cambiare lo status quo è quello di appellarsi al Titolo V della Costituzione che individua alcune materie/attività che possono essere svolte dalle Regioni (le cosiddette materie concorrenti) ovviamente avendone riconosciuti i finanziamenti per svolgerle. E qui è il gioco su cui puntano: se le Regioni trattenessero sul territorio le stesse risorse che lo Stato impiega oggi per queste attività e riuscissero a svolgerle con meno denari (cioè con maggiore efficienza) il delta potrebbero trattenerlo per sé quindi alleviando (di poco, come vedremo) la situazione oggettivamente scandalosa di oggi.

In linea di principio non fa una grinza ma è nel momento di mettere in pratica i principi che cominciano i dolori. Mettiamo a fuoco i punti di maggiore frizione. Che sono tre.

Il primo è la determinazione del quantum le Regioni si debbano trattenere. Prima risposta (facile): quanto lo Stato spende ora; per il Veneto, per capirsi, sono poco più di 200 milioni di € (esclusa la Scuola, che tratteremo a parte). Solo che nella bozza di accordo proposta dalle Regioni la spesa storica dovrebbe essere il riferimento di un primo periodo (tre anni) di applicazione. Dopo la spesa storica dovrebbe essere sostituita dalla spesa standard ovvero una quantificazione oggettiva, valida per tutti, di quello che debba costare di norma. E qualora come probabile non si arrivasse a stabilire la spesa standard (ricordate la mitica siringa che dovrebbe costare uguale dalle Alpi al Lilibeo?) le Regioni propongono di adottare la spesa media pro capite nazionale. E questo, si capisce bene, costituisce una bomba perché porrebbe alla luce le enormi discrepanze di spesa (e di efficienza) tra Nord e Sud. Perché nel momento in cui si passasse alla spesa media le Regioni del Nord avrebbero molti più soldi di oggi e parallelamente quelle del Sud meno. Quindi, quando nei dibattiti si contrappongono la tesi che le Regioni del Nord vogliono guadagnarci e impoverire il Sud e la replica che non è vero affatto, le Regioni chiedono solo di trattenere quello che oggi si spende.. hanno ragione entrambi. Hanno ragione le Regioni del Nord per la prima applicazione ma ha anche ragione chi argomenta il contrario perché se effettivamente per il “dopo” passa il principio dei costi standard o peggio ancora (per il Sud) dei costi medi per il Sud sarebbe una bomba (magari anche benefica, perché costringerebbe all’efficienza) in termini di minori risorse riservate. Ecco perché i Cinquestelle (in primis la minista Barbara Lezzi) si mettono di traverso.

Barbara LEzzi

Barbara Lezzi

Secondo punto: fissato in un modo o nell’altro il quantum, come verrebbe trattenuto sul territorio? Non è che lo Stato ritornerebbe cash i 200 milioni di cui sopra al Veneto (per esempio). No, questo riconoscimento avverrebbe trattenendo una certa percentuale di IRPEF sul territorio. Questo apre l’altro tema di scontro:  quel X% oggi copre esattamente il costo storico, ma se domani puta caso, aumenta il PIL, quell’X% in termini assoluti aumenta e quindi avanzano soldi, quei soldi che fine fanno? Punto di vista delle Regioni: “ce li teniamo noi”. Risposta dei Cinquestelle: “li mettiamo in un fondo di perequazione per il Sud”. Capirete che la prospettiva di mettere nero su bianco che l’aumento del PIL nelle Regioni autonome vada a beneficiare le altre Regioni meno virtuose è politicamente inaccettabile per i rispettivi Governatori. D’altro canto, in linea di principio, alle Regioni si dovrebbero riservare i soli fondi necessari a svolgere le attività delegate, e quindi è difficile sostenere che l’incremento dell’importo dell’IRPEF vada trattenuto in loco anche se non funzionale a queste. Insomma, un bel pasticcio. Senza tenere conto poi dell’ipotesi che l’X% cali in termini assoluti.. che succede?

I Governatori delle tre Regioni aspiranti autonomiste

I Governatori delle tre Regioni aspiranti autonomiste

Terzo e ultimo tema: la scuola, che solo la Regione Veneto ha chiesto di prendere in gestione. Sull’opportunità della cosa, sugli impatti e sulle conseguenze ammetto che faccio fatica a orientarmi e non ho assolutamente idea di dove stiano le ragioni degli uni e degli altri. Ma una cosa è certa: la scuola ha tutta questa rilevanza perché impatta moltissimo sulle risorse. Da sola “cuba” circa 3,5 miliardi contro, ricordiamo, i 200 milioni complessivi di tutto il resto (teniamo conto che il bilancio della Regione è intorno ai 17 miliardi). Sono denari pressoché totalmente “passanti”: sono cioè costituiti dagli stipendi del personale e quindi è una spesa fissa. Per capirsi: dal punto di vista finanziario, per il Veneto cambia poco ricevere dallo Stato 3,5 miliardi e girarli pari pari al personale della scuola o, come ora, vedere i miliardi girati direttamente dallo Stato. Però, dal punto di vista dell’immagine, Zaia potrebbe vantare di aver trattenuto una cifra enorme e soprattutto, se quei miliardi si traducono nel famoso X% del punto visto sopra, è chiaro che a questo punto le variazioni in più (o in meno) dell’IRPEF pagato dai veneti si possono tradurre in termini assoluti in cifre assai significative.

Insomma, la posta in gioco è potenzialmente molto alta. Probabile che alla fine le Regioni del Nord si dovranno accontentare di un piatto di lenticchie (anche perché Salvini deve sostenere la sua OPA sul Sud e non può passare per affamatore dei meridionali..). Staremo a vedere.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.