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Lo stato di salute del nostro sistema scolastico è critico. I deludenti risultati delle ultime prove Invalsi hanno sollevato il consueto polverone di polemiche sulla scuola. La scuola non forma, la scuola non dà conoscenze, la scuola sforna asini, gli insegnanti sono una massa di incompetenti, privi di professionalità, indolenti e fannulloni: di riffa o di raffa, sono queste le conclusioni cui si giunge di fronte alla debacle dei nostri studenti. Senza indagare, senza andare a fondo, senza interrogarsi sulle cause del disastro.

È vero: la scuola soffre, e le ricadute di tanta sofferenza, quando arrivano, sono forti e pesanti. Ma le vere responsabilità risiedono altrove. Prima di tutto nella progressiva semplificazione imposta agli insegnanti nella scelta dei contenuti, delle conoscenze da trasmettere e soprattutto nel linguaggio. La semplificazione delle parole e dell’armamentario conoscitivo determina performance mediocri e risicate sufficienze. Provoca, inoltre, conoscenze frammentarie e farraginose.

Il guaio è che, una riforma dietro l’altra, sono diminuite le ore di materie importanti come italiano, matematica, storia, geografia in nome di uno svecchiamento che avrebbe dovuto condurre più facilmente, secondo i legislatori, alla realtà globalizzata. E avrebbe facilitato l’ingresso nel mondo del lavoro. Hanno sempre conquistato più spazio i linguaggi digitali, l’alternanza scuola lavoro, l’esaltazione dell’impresa, ma ciò ha ridotto sempre più l’approfondimento nei vari campi del sapere. Tanto per intenderci, una lezione di storia sulla rivoluzione industriale non può esaurirsi in qualche schermata di PowerPoint, né in trenta ora di apprendistato in una fabbrica di pantaloni; analogamente, un modulo di analisi del periodo richiede sforzo, impegno, sacrificio; richiede la frustrazione della noia che non può essere addolcita con qualche immagine in movimento o con segmenti colorati da governare col cursore.

Le ragioni dell’insuccesso della scuola risiedono nell’annosa, storica tendenza, tutta italiana, a voler cambiare tutto per non cambiare niente. Le riforme che si sono succedute hanno accentuato il carico burocratico degli insegnanti, hanno compresso le materie fondanti del sapere, hanno arricchito il curricolo di progetti talvolta inutili, hanno privilegiato l’acquisizione delle competenze, ma hanno trascurato le conoscenze. Quelle solide, quelle importanti, quelle eterne. Che hanno perso valore e centralità da quando la filosofia delle tre “I” è stata presa troppo alla lettera e ha fatto piazza pulita di fondamenti ritenuti ormai obsoleti.

La fragilità di conoscenze degli studenti spiega la fine di un sogno. Il sogno di una scuola democratica che diventi ascensore sociale per i più deboli, per i più deprivati. Una scuola che si accontenta di poco non aiuta a vincere ma, piuttosto, crea spietate differenze. È un sistema logoro, funzionale a chi ne sancisce, a colpi di decreti legge, l’immobilità, tranne poi sbandierarne, con dati statistici, la deriva. Le riforme a costo zero, imposte negli ultimi anni, hanno solo riverniciato la facciata, ingabbiando ed esasperando con slogan e nuove parole altisonanti, antiche inadeguatezze. Una scuola che non approfondisce, non pretende, non fa sentire il proprio peso, è una scuola perdente, che non forma e non crea pensiero critico. E produce, di conseguenza, risultati deludenti che sono davanti agli occhi di tutti. È importante prenderne coscienza senza fermarsi alle prime impressioni dettate dai luoghi comuni e dalle leggende metropolitane che tanto ci affascinano. Il fallimento Invalsi non è riconducibile a un eccesso di tecnicismo, ma a una sconfitta della conoscenza. Una conoscenza che per alcuni sa di muffa, ma che nutre il pensiero, fortifica e produce uguaglianza. Certo, non è tutto disastro (ci mancherebbe: conosco l’impegno incommensurabile degli insegnanti, per nulla ignari, ma impotenti, di ciò che si decide sulle loro teste), né si vuole qui negare la presenza di luminose isole felici. E forse è proprio da queste che occorre ripartire. Riprendendo, se è il caso, in mano i classici.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.