By

La politica è gioco di relazioni tra individui e gruppi e replica, spesso peggiorandole, le dinamiche sociali in cui siamo coinvolti ogni giorno. Con i conflitti, gli antagonismi e i sentimenti negativi  che essi  generano. Come l’odio per esempio. Ma più che l’odio il sentimento più ricorrente in politica cos come nel sociale comune è il disprezzo. L’odio non necessariamente disprezza, anzi. Ma il disprezzo al contrario implica qualcosa di ancor peggio dell’odio: l’annullamento dell’altro, il considerarlo alla stregua di uno zero assoluto in quanto valore umano.

Mi rifarò per prima cosa ad una storia veneziana neppure troppo rilevante, una storiella, come esempio pratico e mi perdoneranno i non veneziani. In ogni caso è un esempio estendibile per N volte a tutte le latitudini.

Il sindaco di Venezia Brugnaro di recente se ne è uscito pubblicamente sui giornali con una delle esternazioni da par suo, approfittando dell’eco della crisi politica nazionale. Lui dice che l’esempio per sanare la crisi nazionale è il “modello Venezia” nel quale la maggioranza che governa la città è pragmatica sul “fare”, senza “casacche di partito”. Questa sua evidentemente è una forzatura propagandistica che non offende e non disprezza nessuno, e di cui il protagonista è consapevole. Sa di fare propaganda e di raccontarla a modo suo perché è pur vero che la sua elezione è avvenuta sotto le insegne civiche non di partito, ma pur sempre con i voti anche di forze politiche dichiaratamente di destra. Quanto al “fare” e al “fatto” a Venezia c’è da discutere e molto, facendone un bilancio che a parer mio a prima vista nella somma algebrica siamo in rosso, sotto l’asticella tra positivo e negativo. Non troppo negativo, ma comunque negativo. Probabilmente cosa sufficiente, per quanto mi riguarda, per cercare un’alternativa alle amministrative del 2020. Bisognerà comunque rivedere l’operato della giunta veneziana in questi anni senza pregiudizi e con cura.

Ma non è questo il punto.

Qui interessa di più la dinamica delle reazioni all’esternazione di Brugnaro nelle quali la stampa come sempre ci inzuppa il pane, anche se forse il Sindaco voleva proprio questo. Al coro di reazioni dell’opposizione, su cui tornerò tra poco, coro sicuramente istigato dalle redazioni dei giornali che devono vendere – cosa per altro comprensibile e per nulla disprezzabile, vendere giornali intendo –  l’assessore della giunta al governo De Martin dice che quelle delle opposizioni sono reazioni di “invidiosi”, “frustrati”. Ecco bello e confezionato il disprezzo come arma per annullare l’avversario perché i due aggettivi di De Martin questo emanano, disprezzo e nient’altro. Aggettivi che De Martin ha ripreso del resto da Brugnaro stesso che più volte si è espresso nello stesso modo nei confronti della minoranza. D’altra parte Brugnaro si è anche cimentato in derisioni come “partito della spesa pubblica” attribuito a chi governava prima di lui, senza minimamente curarsi del fatto che almeno in parte quella spesa è stata utilizzata bene in qurantacinque anni per creare una rete di servizi sociali e culturali nel territorio piuttosto efficiente e da lui smantellata. Ecco con quella definizione Brugnaro attua la derisione che è la versione burlesca del disprezzo, di fatto stessa cosa.

De Martin tuttavia si riferiva con il suo disprezzo alle sopracitate reazioni in coro delle opposizioni. Le quali, a fronte di un’esternazione di Brugnaro, una volta tanto però espresse in positivo su di sè e sul suo operato, ma non offensive direttamente su nessuno (questa volta…), si lanciavano in una gara di epiteti nei suoi confronti, tra i quali i più leggeri sono “cialtrone” e “bugiardo” e di lì a peggio nella gara a chi lo disprezza di più. Come il riferimento esplicito all’aver “fatto SOLO i suoi interessi” nel governare la città (carineria ricevuta, ‘letterale’, mi pare da Dodi, segretario comunale del PD), che vuol dire in pratica corruttore e approfittatore della politica, un’attribuzione ai vertici del disprezzo. Non è la prima volta perché l’attacco all’uomo con parole sprezzanti è durata per quattro anni, in gara con lui medesimo, il Sindaco intendo, che ha sempre provocato nello stesso modo, gara con lui a chi disprezza di più; e fin dal primo anno, se è vero che l’allora consigliere comunale Ferrazzi, ora parlamentare, è stato, mi pare, denunciato da Brugnaro per diffamazione quasi subito. In questo caso non so cosa gli abbia detto di diffamante e non ricordo se Ferrazzi sia stato assolto o no, ma certo non deve essere andato giù leggero.

Questo tormentone del disprezzo al Sindaco, ben ricambiato e spesso provocato da lui stesso, ha avuto poi una proiezione esemplare nella parte di cittadinanza a lui avversa. La quale cittadinanza avversa, oltre alle male parole urlate spesso con incontenibile rabbia e che hanno un eloquente antologia in Face Book, se avesse potuto, incontrandolo per strada, avrebbe sputato a terra per disprezzo o anche a lui direttamente in faccia. In questo balletto il merito delle “cose”, che in politica dovrebbe essere l’unico tema, è andato nel dimenticatoio e si è innescata la corsa a chi è più offensivo come ordinaria prassi politica. Nel caso del Sindaco sembra che ricevere odio attraverso il disprezzo a lui non dispiaccia più che tanto, in nome del noto slogan “molti nemici molto onore”, meglio ancora rappresentato dalla frase che Francesco Guccini mette in bocca a Cyrano de Bergerac nella sua canzone omonima: “io amo essere odiato”. Di questi tempi ricorda qualcun altro.

Tutto ciò è la traduzione politica della normale quotidiana dinamica sociale in cui tutti vivono e dove si va avanti a forza di odii e inimicizie a pareggiare solidarismi egoistici di “branco” e “familismi”. Quante volte abbiamo ricevuto, in famiglia, tra gli amici, anche al bar, la confidenza “quello lì è uno stronzo”? E’ la più ricorrente frase del disprezzo quotidiano che utilizza la materia notoriamente più spregevole sul mercato delle cose schifose, anche se poi appartiene a tutti. Sembra che il mondo sia spaccato in due, tra “stronzi” e “puliti, immacolati”. Paro paro il concetto si trasferisce in politica con una semplice estensione delle nostre dinamiche di ogni giorno.

In un contesto del genere tutti poi a parlare di “comunità”, di “popolo” e di ricerca del suo “bene comune”. Come si possa ottenere il “bene comune” con questi presupposti di normale disprezzo quotidiano non si sa.

Tornando alla politica politicata la gara al disprezzo spesso si svolge all’interno di uno stesso partito e tra i suoi elettori. Ne sa qualcosa Matteo Renzi e ne sanno qualcosa i suoi sostenitori. Epiteti a Renzi di ogni genere, disprezzo su tutta la linea fin da quando è apparso sulla scena senza neppure attendere le sue mosse. E con particolare ferocia dentro al PD. E ancor oggi che sembra essere ritornato sulla scena c’è chi si esprime così su Face Book, e cito una espressione  a caso e nemmeno la più pesante, non faccio nomi: “il bulletto, il Matteo de noantri, che nel frattempo ha finito di mangiare pop corn”. Anche qui la derisione sostituisce quel coraggio di disprezzare direttamente che altri quantomeno hanno. Ma dare del bullo a uno è additarlo di vuotaggine, dargli lo zero. Onestamente, anche se a Renzi gli attribuisco molti contenuti che condivido, devo dire che i suoi toni burleschi e battutisti non hanno favorito l’apprezzamento dei contenuti stessi. Con il suo tono è come se avesse buttato nella tazza del cesso quello che di buono ogni volta aveva appena detto ed era molto. Mi si dice che in Toscana è prassi approcciare tutto con questo tono canzonatorio che va sempre messo nel conto di ogni dialogo, in Toscana nella sua Valdarno insomma ci si esprime così. Sarà vero, ma Matteo ha forse sbagliato i toni parlando non solo ai 3 800 000 toscani, ma anche ambendo a parlare ai restanti 56 milioni di italiani, che hanno magari altri usi e costumi nei dialoghi e che considerano il battutismo una stupideria inutile. Magari per lui parlare di “rottamazione” era come esprimere con un frizzo da toscanaccio il suo concetto, sicuro che tutti andavano al sodo senza badare alla forma e magari divertendosi pure, ma personalmente ho riconsiderato quel termine: politicamente giusto il concetto e l’azione conseguente, pessima l’immagine che dispezzava e offendeva chi nel PD, con le sue sigle che lo hanno preceduto, aveva comunque lavorato anche con passione e convinzione in buona fede. “Rottamare” vuol dire dare del “rottame” a una persona assegnandole anche in questo caso la qualità zero. Detesto quindi la presa in giro denigratoria verso Renzi, che indirettamente è anche nei miei confronti, ma non posso dire che non abbia fatto di tutto per cercarsela, anche sul piano umano e dell’empatia.

Del resto l’epiteto sarcastico e da presa in giro lo si usa molto ultimamente anche verso Matteo Salvini che ovviamente la provoca da par suo e fa di tutto anche lui per cercarsela. Gad Lerner su Repubblica lo chiama “ganassa”, ma molto in voga è “Capitan Fracassa” e via andando con disprezzi simili non riuscendo a contrastarlo sull’unico piano in cui merita contrastarlo, quello dei suoi contenuti politici. Anche a me non è simpatico e gli sono politicamente agli antipodi, specie sui diritti civili e sui diritti umani e sull’abuso strumentale della religione, ma cerco di non esorcizzare il tutto con gli epiteti. Per me è solo una persona con cui sono in totale disaccordo, ma pur sempre una persona che ha dignità su questa terra. Dice: ma anche lui si comporta cosi, è sprezzante e denigratorio e non trova di meglio che dare degli “abbronzati” ai suoi avversari. Ma dov’è scritta la regola della reciprocità, per cui se uno si comporta male, lo si deve ripagare nello stesso modo? La signorilità alla lunga vince sempre.

Il “politicamente corretto” della galassia culturale di sinistra da decenni porta avanti il tormentone del “rispetto delle diversità”. E’ tutto uno sciacquarsi la bocca sulla pacifica convivenza tra culture, etnie, diversità di genere, diversità di inclinazioni sessuali, sul non discriminare nessuno, la lista dei “diversi” da rispettare e con cui addirittura convivere in pace arricchendosi reciprocamente sarebbe lunga. Eppure la stessa galassia sinistrorsa fa eccezione, l’unica eccezione per le diversità di opinioni politiche. Lì nella politica tutta la cultura della tolleranza per i diversi declamata a sinistra, persino all’interno dello stesso partito, va a farsi benedire e il diverso in politica se si potesse lo si incenerirebbe. E lo si fa quotidianamente con il disprezzo dell’avversario, si chiami Brugnaro o Renzi. E’ l’incoerenza palpabile di ogni giorno a sinistra, mentre altrove è coerenza quotidiana, visto che discriminare anche con violenza è elemento fondativo della cultura di destra e la violenza verbale non dà alcun pensiero o preoccupazione perchè viene di conseguenza.

Quando nell’enciclica “Pacem in terris” Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, distinse tra l’errore e l’errante, l’errore da perseguire ( nella logica della morale cattolica ovviamente), l’errante da rispettare sempre come persona, lì per lì mi sembrò un distinguo moralistico, un artificio retorico tipicamente cattolico. Oggi, mutatis mutandis, rivaluto totalmente quel distinguo come il massimo dell’espressione della laicità che dovrebbe sempre guidare la prassi politica depurata dall’ideologia: rispetto sempre l’avversario come persona e la sua dignità come persona, anche e soprattutto quando lui non fa altrettanto con me, e avverso, se necessario con tutte le mie forze, il suo operato  e le sue scelte politiche.

 

PS A proposito del disprezzo ho sempre ritenuto la fucilazione di Mussolini nell’Aprile del ’45 un atto sbagliato in assoluto perché sono contro la pena di morte in ogni circostanza. Sbagliato, ma altrettanto comprensibile in quel momento. Vergognosa invece e totalmente ingiustificabile l’esposizione del suo cadavere e di quello della sua compagna a gambe in su a Milano una volta fucilato, il che era già abbastanza. Ogni frase sprezzante anche in politica come quelle che ho citato nel mio testo equivale ogni volta a questo orrendo atto.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.