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Il nuovo governo e soprattutto i partiti o movimenti che lo sostengono,  se, come ripetutamente dichiarano, si sentono l’argine nei confronti della destra sovranista incarnata dall’iniziativa fasciopopulista di Salvini, non possono esimersi dall’ interrogarsi sulla natura dell’avversario. E sulle ragioni di chi lo sostiene. Naturalmente capire le ragioni di chi lo sostiene non vuole per nulla dire che “hanno ragione”, ma significa assumere strumenti di conoscenza per comprendere dove si è fallito nel passato con proposte incapaci di incidere su un elettorato, quello leghista, che solo apparentemente appare granitico. Conoscerle, le ragioni dell’avversario intendo, vuol dire lavorare sulle contraddizioni del fronte sovranista, ma anche e soprattutto dei suoi elettori.

Oggi soprattutto Salvini ha infatti completato la conversione della ex Lega Nord in Lega Nazionale, ridimensionando fin quasi all’annullamento la storica matrice nordista nata sulla cultura di una Padania fortemente autonoma se non persino indipendente. Padania come macro regione che rappresentava gli autonomismi delle diverse regioni del nord. Con questa conversione tutto bene dunque per gli elettori di allora che accorrevano a Pontida con i vessilli celtici e venetisti e oggi si vedono sventolare nello stesso pratone il Tricolore? Quello che secondo Bossi doveva finire nel “cesso” della simpatica signora che li contestava esibendolo in bella vista dalla finestra di Riva Sette Martiri? Tutto bene davvero? Vediamo.

Se qualcuno se lo fosse perso per prima cosa consiglio vivamente di dare un’occhiata a questo breve video tratto dalla trasmissione televisiva “Propaganda Live”, condotta da Diego Bianchi-‘Zoro’ su LA7.

https://www.la7.it/propagandalive/video/il-monologo-di-andrea-pennacchi-carro-allegorico-13-09-2019-282029

L’esilarante monologo è tenuto da Andrea Pennacchi, comico satirico che sta avendo una certa popolarità soprattutto in Veneto e, come si avrà forse colto, unisce, mettendoci molto del suo, certe cadenze e modi di Natalino Balasso e più sfumate, ma ugualmente riconoscibili, anche di una certa vena di Marco Paolini.

E’ a parer mio perfetta la caratterizzazione fatta da Pennacchi del piccolo imprenditore veneto deluso dalla svolta italo sovranista della Lega, nostalgico a modo suo di quella sovranista settentrionale del passato. E che, tra immancabili parole confuse e persino assurde di un vero imprenditore-popolano, fa emergere, volendole far emergere, anche alcune verità e persino qualche comprensibile buona ragione sul passato leganordista.

La lega Nord, nonostante l’antifascismo dichiarato continuamente da Bossi, aveva sicuramente come brodo di cultura il razzismo contro i ‘terroni’, non ci piove, ben rappresentato dalle scritte a caratteri cubitali nei muri di autostrade e strade statali “Forza Etna” e “Forza Vesuvio”, fin da quando le ‘leghe’ erano al loro esordio. Tuttavia era un brodo di cultura abbastanza annacquato e in ogni caso più funzionale ad un altro discorso di fondo e ad un’analisi meno becera, seppur sempre discutibile circa la lettura delle cause e le soluzioni. In buon italiano l’analisi di fondo era: Il ritardo del mezzogiorno italiano è per il nord un fardello, sociale e culturale; oltre che ovviamente economico, ma economico come conseguenza piuttosto che come causa dei primi due. Ed è un fardello mai colmato che pesa enormemente su tutto lo sviluppo italiano e sulle regioni Lombardia e Triveneto; che producono, ecco il mantra, una percentuale di PIL italiano ben superiore alla loro percentuale sulla quantità demografica italiana. Anche se lo producono e lo hanno prodotto ormai da decenni con molte ombre dovute alle ricadute negative sull’ambiente; e oggi con le ombre della crisi a cui fa cenno anche Pennacchi. Anche perché per il sud non c’è mai stata traccia di un piano serio e continuativo di sviluppo e semmai si è assistito nel tempo ad un progressivo sprofondamento. Questo divario abissale era allora ed è un’anomalia tutta italiana nella cornice Europea nella quale si trovano entità statali di gran lunga, tutte direi, assai più omogenee al loro interno, paradossalmente anche negli ex fanalini di coda Grecia e Portogallo, omogeneamente in ritardo in tutta la loro dimensione geografica, senza troppi divari tra zona e zona. Tra le altre quindi ci si potrebbe chiedere perché mai l’Europa, che nel suo insieme è interessata a colmare le diversità di sviluppo al suo interno, non si assume un carico di responsabilità maggiori per lo sviluppo del mezzogiorno italiano in un contesto di sviluppo generale delle aree deboli. Di contro si è sempre osservato quanto pesa in tale scenario un confronto: tra questo ‘farsi carico’ del sud da parte del nord in un quadro di privilegio anacronistico delle Regioni a Statuto Speciale che, in tutta evidenza, se ne fanno meno carico. E tra le quali, paradosso nel paradosso, ve n’è una meridionale e neppure tanto piccola e spopolata.

Questo prendere atto delle ragioni profonde del vecchio nord leghista suscita non poche domande e argomenti. E nel loro aleggiare conducono alla conclusione che è doveroso riprendere in mano l’autonomismo di nuovo richiesto recentemente da quelle regioni, cercando di portarlo a compimento con il grado massimo possibile di accoglibilità. E convincendo il partner di governo sensibile al consenso al sud ad abbandonare una politica di sola assistenza, magari facendo balenare l’idea che con minore assistenza si determina uno stimolo ad una responsabilizzazione maggiore della classe dirigente meridionale. Sembra banale ma non lo è il vecchio adagio leggermente modificato: non ti do il pesce ma ti costringo a imparare a pescare.

In definitiva riuscire, da parte di governo e Parlamento, a far portare a casa soluzioni autonomistiche accettabili dai governatori di Veneto e Lombardia, o quantomeno qualcosa di non stroncabile e a cui far imprimere il suggello delle loro firme, qualcosa che non tutto conceda alle proposte attuali ma molto si….beh sarebbe un colpo abbastanza geniale. Dovrebbe far interrogare l’elettore leghista, almeno il più pensante, ed escludo che non ce ne siano, sul fatto che una maggioranza giallo-rossa riesce laddove la Lega al governo e Salvini soprattutto non erano riusciti. O non volevano riuscirci troppo in fretta per mantenere l’appena ottenuto consenso in tutta la nazione, di cui Pennacchi scandalizzato e indignato ricorda la perfetta sintesi: “Lega per Salvini premier”.

E’ probabile che con questo non ci potrebbero essere subito travasi di voti, per esempio nel Veneto da Lega a PD, solo perché il PD al governo porta a casa un autonomismo accettabile, sarebbe troppo semplice. Mentre però invece il cuscinetto dei Cinque Stelle potrebbe diventare più appetibile per un leghista deluso e anni fa quest’erosione era anche cominciata. Forse anche lo stesso PD nel nordest potrebbe recuperare un astensionismo che non se l’è mai sentito di votare Lega, pur accettandone alcuni principi su tasse e autonomia.

Sono tutti scenari piuttosto astratti per ora, ma in definitiva siccome la vittoria di un fronte dipende sempre dall’emorragia dal fronte contrapposto o dall’astensionismo recuperato (da dove, se no?), per non fare eternamente una gara di bandiera in quelle regioni, e per non tornare a perdere in Italia, mi pare assolutamente importante riuscire a mettere progressivamente  un cuneo tra le contraddizioni di quel mondo. E lo si può cominciare a fare intestandosi l’autonomia richiesta a livello popolare con addirittura dei referendum.

In uno dei suoi momenti di lucidità Massimo Cacciari negli anni ‘90 aveva provato ad iniziare un percorso di federalismo serio “Il movimento dei sindaci”, supportato da quel grande giornalista che fu Giorgio Lago, direttore del Gazzettino. Dialogava eccome con un certo leghismo, chiamiamolo, intelligente. Tra gli altri ricordo Bepi Covre, sindaco di Oderzo. Non se ne fece niente perché la sinistra veneta si dimostrerà generalmente inadeguata per il progetto che andò a morire. L’occasione si ripresenta ed è una chance per la sinistra al governo. Qua si tratta di dialogare direttamente non tanto con la Lega istituzionale quanto piuttosto con un certo suo elettorato e accoglierne alcune istanze di puro buon senso, senza comunque assecondare la parte peggiore del loro andazzo. Quanto alla lega istituzionale non è facile inquadrare il governatore veneto Luca Zaia in una delle due parti (buon senso accoglibile o peggior andazzo da debellare), anche perché lui stesso è bravo a recitare due parti in commedia; ma il chiedergli di farsi rimostrare le carte e soprattutto mostrare le proprie per provare a giocare la partita andrebbe fatto.

Eccessivo cinismo ed eccessivo opportunismo?  In piccole dosi in politica non ne puoi fare a meno.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.