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Durante le trattative per il governo Conte2, il M5Stelle è ricorso alla votazione degli iscritti alla piattaforma Rousseau, per esprimere gradimento o meno (Sì/No) alla formazione del nuovo governo M5S-PD-LeU. Questo passaggio rappresenta una novità rispetto alla prassi comunemente seguita per decenni.

Come sappiamo, l’art. 92 della Costituzione recita: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Tale nomina è preceduta da una fase preparatoria, fatta di consultazioni e di conferimento dell’incarico di formare il governo ad un potenziale Presidente del Consiglio. L’incaricato, che di norma accetta con riserva, dopo un giro di consultazioni si reca nuovamente dal capo dello Stato per sciogliere, positivamente o negativamente, la riserva.

Rileggendo questo articolo, viene alla mente la locuzione critica “governo non eletto dal popolo”, che non esiste come fattispecie nella nostra struttura costituzionale, ed a quanto questa espressione fosse diffusa sui social sites.

Tornando alla procedura, si ritiene che il Capo dello Stato non sia libero nella scelta dell’incaricato, essendo vincolato al fine di individuare una personalità politica in grado di formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento.

Riguardo al ricorso alla piattaforma Rousseau, durante il percorso di formazione del nuovo governo, alcuni costituzionalisti (per esempio Giovanni Maria Flick, o Sabino Cassese) hanno sollevato critiche nei confronti di questa procedura. La piattaforma Rousseau conterebbe circa 115.000 iscritti (Repubblica del 2.9.19, M. Rubino), non è di proprietà del M5S ma di una società privata, l’Associazione Rousseau, fondata da Gianroberto Casaleggio ed ora controllata da suo figlio Davide e da altri(Panorama, B.Massaro,1/9/19). Una piattaforma sottoposta a critiche, in quanto non ci sarebbero dati certificati sul numero di iscritti, e le identità dei votanti non sono protette da anonimato. Il voto non è certificato da una società terza. Insomma, una piattaforma ed una procedura di carattere privatistico. Ed è sull’aspetto privatistico che si accentrano le critiche.

Secondo G.M.Flick, sarebbe contro lo spirito della Costituzione trasformare la piattaforma in uno strumento per l’esercizio della sovranità. Il ricorso alla piattaforma delegittimerebbe un passaggio delicato della vita democratica, sospenderebbe la decisione del Presidente della Repubblica, proprio in quanto l’azione della piattaforma è una iniziativa di carattere privatistico, non controllabile; non ci sarebbero problemi se la consultazione della piattaforma fosse gestita e controllata dallo Stato.
Altri commentatori affermano che la consultazione della piattaforma avrebbe dovuto essere attivata prima del conferimento dell’incarico al presidente del consiglio.

Inoltre: che succederebbe se, contrariamente a quanto in questa occasione ha proclamato il M5S, il voto della piattaforma fosse risultato contrario all’ipotesi di governo? Verrebbe sconfessato il presidente incaricato, ma verrebbero anche smentiti i gruppi parlamentari? Quale sarebbe l’epilogo?

Per altri costituzionalisti (ad esempio Carlo Fusaro), anche dopo un voto dalla piattaforma negativo, il procedimento di formazione del governo andrebbe avanti comunque.
In ogni procedura di formazione del governo -spiega Fusaro- prima che il presidente del consiglio incaricato sciolga la riserva, si svolgono negoziati esterni, con gli altri partiti, e consultazioni interne al partito. Il ricorso alla piattaforma Rousseau si configura come una consultazione interna, priva di rilievo istituzionale. Una consultazione che non inficia la procedura, anche in caso di esito negativo, in quanto sarà il presidente incaricato a sciogliere la riserva ed accettare o meno l’incarico.

Il governo è successivamente soggetto alla votazione – approvazione o meno – dei parlamentari, che dovrebbero votare liberamente, anche se si suppone in linea con le indicazioni del proprio partito.

Il voto dei parlamentari dovrebbe essere libero in assenza, nella nostra Costituzione, del vincolo di mandato imperativo, secondo l’art. 67 della Carta, per cui “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”; vincolo la cui introduzione, si ricorda, è stata una proposta del M5S.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.