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In effetti sembrerebbe una buona notizia: il Ministro dello Sport iraniano ha annunciato che le donne finalmente potranno andare allo stadio ad assistere alle partite di calcio. L’Iran era ancora l’unico Paese al mondo in cui alle donne era precluso questo peccaminoso passatempo. Perfino la medioevale Arabia Saudita li ha preceduti di qualche mese.

Non che la cosa sia stata facile, ci è voluto il suicidio di una giovane donna coraggiosa, Sahar Khodayari, che aveva sfidato il bando andando allo stadio (camuffata da maschio) e si era fatta un selfie sugli spalti. Era stata convocata in tribunale per rispondere dell’atto oltraggioso e condannata a 6 mesi di reclusione. Presa dallo sconforto (immagino le accuse e le pressioni subite) si è data fuoco. Non è sopravvissuta alle gravissime ustioni.

E sull’onda dell’emozione e, diciamolo, delle pressioni della FIFA che ha minacciato l’esclusione dell’Iran dalla partecipazione ai mondiali del 2022, il bando è stato abolito.

Sahar Khodayari ©Abbanews

Sahar Khodayari ©Abbanews

Solo parzialmente, per ora. Infatti l’abolizione del bando vale (speriamo di poter dire solo per ora) per le partite internazionali. Prossimo storico appuntamento dunque sarà la partita con la Cambogia, a metà ottobre.

D’altro canto, c’è da capirli i poveri ayatollah.. bisogna ristrutturare lo stadio di Teheran. Bisogna fare i cessi per le signore e soprattutto creare degli ingressi separati e riservati alle donne. Perché, ça va sans dire, le donne mica potranno mescolarsi agli altri tifosi, mica potranno scambiarsi i pop corn con il moroso o il marito accanto. Macché sarà creato un vero e proprio gineceo riservato al gentil sesso.

Dicevo prima che sembra una buona notizia. In realtà, se consideriamo per un momento la situazione, siamo di fronte a una specie di iceberg: la buona notizia è la parte piccolissima emersa, il fatto che adesso le donne potranno andare allo stadio (pur con le tutt’altro che irrilevanti limitazioni di cui sopra). Ma il grande corpaccione sommerso è l’ovvia constatazione che fino a oggi in un Paese del mondo, uno stato popoloso e con il rango di potenza regionale (non insomma uno Stato da operetta tipo Monte Athos) alle donne è stato proibito l’esercizio di un diritto individuale elementare come divertirsi come pare loro.

Io credo che ogni tanto bisognerebbe fermarsi a riflettere. In casa nostra dibattiamo del differenziale di retribuzione maschi/femmine, della bassa incidenza di dirigenti o di parlamentari donne, del poco supporto alla maternità. Tutte cose sacrosante, intendiamoci, tutte cose giuste. Ma proprio il fatto che tutte queste problematiche hanno ragione di esistere evidenzia con crudezza quanto inaccettabile, quanto scandalosa, quanto ripugnante sia questa situazione che, con infinite varianti, riguarda centinaia di milioni di individui. Una condizione di asservimento, di privazione dei diritti elementari e naturali a cui in Iran (e purtroppo in molta parte del mondo mussulmano) metà della popolazione è costretta a vivere. E nulla fa pensare che si “vada in meglio” (40 anni fa la situazione delle donne in Medio Oriente era enormemente migliore).

Forse è il caso di rassegnarsi al fatto che i concetti di universalità dei valori, di progresso, di evoluzione quasi meccanicistica del mondo, insomma la visione Vichiana di una direzione virtuosa e di un ordine della Storia sono illusioni, sono una costruzione logica astratta a cui la nostra generazione occidentale si è fallacemente aggrappata.

Che la terra ti sia lieve, Sahar. Non sappiamo se il mondo del prossimo secolo ti ricorderà come la martire di una giusta causa o ti dimenticherà, rubricandoti come una velleitaria sovversiva. Conta quanto un granello di sabbia ma ti arrivi almeno il commosso omaggio di Luminosi Giorni.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.