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Breve riepilogo cronologico dei fatti.

8 agosto, l’attacco: il vicepremier e ministro degli interni oltre che segretario di due distinte Leghe, Matteo Salvini stacca la spina al governo e fa presentare dai suoi parlamentari una mozione di sfiducia contro il primo ministro, Giuseppe Conte, invocando la convocazione di elezione anticipate, che è sicuro di stravincere, per travolgere avversari e alleati e diventare primo ministro a sua volta di un governo sovranista. Lo spingono una lunga serie di successi elettorali, in elezioni locali ed europee, ma soprattutto la sirena dei sondaggi, mai così favorevoli.

20 agosto, la difesa: dopo il rifiuto del Movimento 5 Stelle, ancora maggioritario in entrambi i rami del Paramento, di condividere il progetto di Salvini, di cui il Movimento in caduta verticale tanto nelle elezioni che nei sondaggi sarebbe la prima vittima, e dopo l’improvvisa apertura pubblica di alcuni esponenti del Partito Democratico, tra tutti Matteo Renzi, il Primo ministro Giuseppe Conte presenta in Parlamento le proprie dimissioni con un discorso polemico con Salvini e la Lega. Nonostante questi avessero cercato di riannodare i fili dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle, arrivando ad offrire a Luigi Di Maio l’incarico di Primo Ministro e sottoponendosi a un umiliante pentimento pubblico pur di riagguantare la situazione.

21-22 agosto, la controffensiva: cominciano le prime consultazioni ufficiali tra Movimento 5 Stelle, che si spacca tra un’ala sinistra favorevole e una destra decisamente contraria, e Partito Democratico, che ritrova nell’occasione la propria compattezza interna e mostra l’accordo condiviso di tutte le sue anime e aree.

28 agosto, lo sfondamento: Giuseppe Conte riceve l’incarico di formare un nuovo governo con maggioranza allargata tra Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Liberi&Uguali e chiunque altro voglia farne parte sulla base del Programma che lo stesso Conte elaborerà insieme ai capigruppo al Senato e alla Camera dei due partiti principali.

4 Settembre, la rotta: la piattaforma Rosseau del Movimento conferma a larghissima maggioranza, 79%, l’ipotesi di governo Conte sorretto dalla nuova maggioranza. Nasce un esecutivo formato da 21 ministri, 10 cinquestelle, 9 democratici, 1 leu e l’ultimo, il nuovo ministro degli interni, un prefetto, quindi tecnico neutrale.

Conclusioni. La Lega ha sferrato l’attacco convinta di avere già vinto. In realtà aveva già perso. Il Capitano ha sbagliato clamorosamente il momento, il che significa condannarsi sempre e ovunque alla sconfitta. L’attimo fuggente perduto dal Capitano è stato subito dopo le elezioni europee. Lì, forse, diciamo al massimo un paio di settimane dopo quel voto avrebbe potuto tentare.

Dico “tentare”, perché bisogna tener presente che un conto sono i sondaggi un altro e ben diverso i voti veri. Ancora diversi sono gli andamenti tra elezioni europee e nazionali. Renzi alle europee aveva superato il 43%, per esempio, un risultato ben più rotondo di quello ottenuto dalla Lega. Su tale base ha modellato la riforma elettorale e poi sappiamo com’è andata a finire.

Non è stato l’unico errore del Capitano. La «strategia è l’impiego del combattimento agli scopi della guerra», sostiene Clausewitz[1]. In questo caso, lo scopo era raggiungere palazzo Chigi come Primo Ministro alla testa di una maggioranza sovranista, composta al massimo da Lega e Fratelli d’Italia. Per questo ha ingaggiato la «grande battaglia»[2], vale a dire «la lotta di una massa principale (…) nella quale tutte le energie vengono impegnate per riportare una vittoria reale»[3]. La quale coincide con il sostanziale annientamento dell’avversario dal punto di vista materiale, in questo caso il numero di seggi in Parlamento, e soprattutto morale, perché «il vinto si deprime assai più, al di sotto della linea iniziale d’equilibrio, di quanto il vincitore non s’innalzi al di sopra di essa»[4].

Per fare ciò, avrebbe dovuto contare su numeri adeguati all’obiettivo: li aveva? Assolutamente no. I seggi europei non sono seggi nazionali, meno ancora contano i sondaggi che rappresentano al più delle mere “intenzioni”. Con il suo misero 17% circa di deputati e senatori, anche contando l’eventuale supporto delle truppe di Fratelli d’Italia arrivava a stento a un quinto del totale e ha sfidato avversari che, sommati, pesano molto più di lui. Follia. «La preponderanza numerica è, in tattica come in strategia, il fattore più generale della vittoria»[5].

Altri fattori di successo, poi, sono «l’audacia»[6], «la perseveranza»[7], «la sorpresa»[8], «l’astuzia»[9], «la concentrazione delle forze nello spazio e nel tempo»[10]. Il Capitano non è ricorso a nessuno di questi. I quali, al contrario, sono stati largamente sfruttati dai suoi avversari e in particolare dal Partito Democratico. A partire da Renzi e finire con Zingaretti, passando per Franceschini, Orlando, Del Rio, Cuperlo e l’intera LeU capace nel momento decisivo di seppellire qualunque divergenza per aggiungere la necessaria «concentrazione delle forze nello spazio e nel tempo».

Dato per morto e in via di autodissoluzione, una sorta di cadavere galleggiante sbattuto qua e là dai marosi delle formazioni vincitrici, Movimento e Lega, dilaniato da guerre civili senza fine destinate a farne scempio elezione dopo elezione, il Partito Democratico è magicamente risorto infliggendo a tutti una spettacolare lezione di strategia prima ancora che di tattica. Ha cominciato Renzi, la cui imprevista conversione a un accordo con il Movimento ha spiazzato chiaramente tutti   e ha completato Zingaretti con grande prontezza, lanciando le sue colonne in un attacco devastante, che ha messo in ginocchio il Capitano e le sue spalle all’interno del Movimento, Di Maio e Di Battista ma senza dimenticare Paragone. Con ogni probabilità un infiltrato.

Il Fatto Quotidiano da tempo sosteneva la necessità di un accordo giallo/rosso, come si usa dire, partendo però dal presupposto di un Partito Democratico “derenzizzato”: l’alleanza si è fatta, ma con un Movimento “dimaizato&dibattistizzato”. La destra del Movimento è uscita distrutta dalla “campagna d’agosto” del Capitano proprio perché appiattita sulla Lega: il nuovo esecutivo nasce in contrapposizione con il precedente. Quale orizzonte esiste per la nuova alleanza? Direi piuttosto lungo. Azzardo almeno fino al 2022, quando sarà eletto il nuovo Presidente della Repubblica. Se le così funzioneranno anche sino al termine della legislatura.

Il Capitano ha subito cominciato a gridare al «complotto degli eurocrati»: perché, cosa si aspettava? Forse gli piacerà la frase mussoliniana «Molti nemici, molto onore», da lui modificata in «Tanti nemici, tanto onore», ma è certo che quando si hanno “tanti nemici” è abbastanza prevedibile che questi, prima o poi, cerchino di fartela pagare. Perché meravigliarsi, dunque? A Bruxelles, Berlino, Parigi e così via hanno “tramato” contro di lui e Di Maio? E cosa dovevano fare? Chinare la testa e mettere a nudo “le terga”? Sarà divertente vedere adesso cosa succederà a Di Maio ministro degli esteri, incarico più che altro onorifico nel nostro paese, e capo politico dimezzato del Movimento, che in Beppe Grillo ha ritrovato il suo vero dominus.

Insomma, si apre una fase interessante. Vedremo cosa accadrà, ma una volta tanto la smazzata si presenta favorevole per l’Italia. Occupiamo sempre una posizione geopolitica senza pari, siamo una potenza industriale e creativa, il commercio mondiale è in crisi e l’Unione Europea ha bisogno di ricette nuove: il quadro migliore per gente fantasiosa, che si esalta nelle difficoltà e ha risorse interiori formidabili. Speriamo che il nuovo governo le sappia utilizzare al meglio. Intano lo spread si è dimezzato dai giorni peggiori della notte giallo/verde e la Borsa, in anticipo come il solito sull’andamento generale, sale. Se per il Capitano è stata una Caporetto, per l’Italia oggi è come se fosse il 4 novembre: dopo Vittorio Veneto, il giorno della Vittoria.

[1] Karl von Clausewitz, Vom Kriege, trad. it. Ambrogio Bollati ed Emilio Canevari, Milano, Mondadori, 1970, p. 173.

[2] Ivi, p. 282-88.

[3] Ivi, p. 282.

[4] Ivi, p. 290.

[5] Ivi. p. 201.

[6] Ivi, p. 194.

[7] Ivi, p. 199.

[8] Ivi, p. 207.

[9] Ivi, p. 213.

[10] Ivi, pp. 216-17.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.