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Cosa c’entrano certi giganti del pensiero politico e sociale del passato come Locke, e poi Rousseau, Voltaire, Montesquieu fino ad Adam Smith e Toqueville, cosa c’entrano con, per ora, nani politici politicanti di casa nostra come Renzi, Calenda e, di Francia come Macron, nani s’intende al cospetto dei giganti sopracitati? Dipietranamente almeno all’apparenza ‘ci azzeccano’ ben poco se non nulla e l’accostamento può persino apparire irriverente o comunque bizzarro e stravagante, visto che li separano diversi secoli, e, pur nella distanza temporale che li rende inconfrontabili, li separa anche la statura intellettuale a favore dei primi; che oltreattutto erano pensatori, filosofi e uomini di cultura a 360°, ma non politici e men che meno politici politicanti come i nostri giovanotti rampanti.

Eppure.

Siccome questo inizio effettivamente scoraggia invito comunque i lettori più pazienti a seguirmi. E se non convinco, rischio messo in conto, mi si mandi pure a scopare il mare, magari però dopo aver letto.

Vediamo.

In tutta evidenza i citati nani italiani con le loro scelte recenti, che qui non ricordo perché troppo note, si stanno in queste settimane riposizionando o si sono già posizionati da tempo come Macron; o come il nostrano partitino di Emma Bonino e di Della Vedova, +Europa, che nel posizionarsi hanno preceduto gli altri fin dal loro inizio..

Riposizionarsi o posizionarsi presuppone un luogo con uno spazio da occupare per quanto astratto come lo è la posizione politica. Qual è allora lo spazio che stanno occupando?

Risposta facile facile: il centro. Il centro politico.

Facile ma disarmante la risposta nella sua ovvietà/banalità. Una risposta che nella comune percezione delle collocazioni politiche e dei suoi accorpamenti storici ha, ben s’intende, una buona parte di verità.

Nella stessa testa dei quattro citati lo schema sinistra-destra-centro è ben chiaro, al di là della cortina fumogena di voler essere ‘oltre’ (magari così fosse), tant’è che le schermaglie molto tattiche che Renzi sta attuando con i per ora partner di governo, facendosi paladino di temi considerati di destra (no tasse, per esempio), fan parte di quel tentativo di accreditamento appunto a destra che è da sempre considerato una peculiarità di chi occupa il centro politico, soprattutto provenendo da sinistra; simmetrico, per chi al centro ci arriva da destra, all’accreditarsi a sinistra su altri temi ( entrambi gli accreditamenti con qualche buona ragione, sempre secondo lo schema ‘classico’ della geografia politica). Calenda che solo per momentaneo tatticismo cerca di distinguersi da Renzi, di fatto porta avanti gli stessi discorsi, forse con più ‘visione’, Macron l’ha già fatto e per ora, avendo più senso strategico, la cosa gli è riuscita; ma con molte contraddizioni nella sua società per nulla pacificata, aggredito da più direzioni, soprattutto dai sempre solidi populismi di destra e anche trasversali che in Francia come in Italia non mancano.

Le ispirazioni sottese a queste operazioni sono di più o meno esplicita matrice liberal democratica, contenendo una riedizione aggiornata e ben dosata di liberismo economico e una più manifesta per quanto generica cultura  delle libertà e dell’uguaglianza civile, dei diritti, della laicità e della democrazia partecipativa, e pur con una tendenza al leaderismo politico non troppo affine, per la verità, a quella matrice storica.

Sia come sia da molti decenni, forse da più di un secolo, e adesso ancora una volta, il filone politico legato alla liberal democrazia, se di questo si tratta, si riduce a questa incerta e indefinita dimensione spaziale, il centro più o meno allargato. Indefinita perché in geometria il centro è individuabile in modo netto – è un punto – mentre in politica è un’area che si sa dove comincia ma dai limiti tutti interpretabili. Di fatto per occuparlo si dà luogo ad uno sgomitamento o ad uno sballottamento tra le ben più consitenti forze che occupano le due grandi superfici di sinistra e destra. A volte il centro si allarga cerca un’egemonia, precariamente magari la trova, come l’ha trovata  Macron, il più delle volte il centro è fagocitato dalle altre due vaste superfici.

A dispetto del ruolo storico del liberalismo democratico, che sulla carta per la sua storia non meriterebbe questa sorte. Ed ecco l’accostamento impossibile con i suoi padri fondatori con cui s’è voluto irriverentemente cifrare questo editoriale.

Cosa manca, cos’è mancato al pensiero politico liberaldemocratico per avere invece largo credito e, come al suo esordio, essere cultura politica proiettata nel futuro, anzichè essere ridotta ad uno spazietto mediano che può essere influente solo nel mercanteggiamento delle alleanze ma senza statura ed autonomia?

Dopo la prima grande spinta rivoluzionaria di fine ‘700 il liberalismo, chiamato così solo a partire dal secolo successivo, ha smorzato il suo impeto di rottura rivoluzionaria soprattutto dal punto di vista sociale per divenire gioco forza il pensiero della classe capitalista dominante al potere, quantomeno dove tale classe c’era o c’era in embrione, esprimendosi progressivamente sempre più come destra storica, manifestatasi anche in Italia nell’800 soprattutto nella fase del Regno d’Italia. Vi si contrapponeva, certo, una sinistra liberale di marca più radicale e Repubblicana, che si sentiva erede legittima, e a parer mio lo era, dell’impeto rivoluzionario del liberalismo settecentesco di matrice illuminista. La prima, la destra liberale, ha avuto alterne fortune è ha finito per assimilarsi in diverse maniere ad espressioni politiche con caratteri più popolari e persino di impronta cattolica, come la DC di casa nostra, affiancandosi o confluendo.

Peggior sorte, e non solo in Italia, è toccata all’altra componente, la Repubblicana e radicale, che non si è più risollevata dal suo minoritarismo atavico, a dispetto del fatto che la sua impronta è quella che ha maggiormente avuto espressione in tutte le Costituzioni democratiche che si sono susseguite fino ad oggi. Questa è stata la sorte beffarda di un pensiero politico di fatto, sempre sotto traccia, egemone e trasversale come pensiero e ispirazione, ma non rappresentato con altrettanta ampiezza sul piano delle espressioni parlamentari.

Si pensi alla sorte che toccò al Partito d’Azione italiano emerso dall’antifascismo.

Erede della tradizione liberal democratica italiana del primo antifascismo dei Gobetti, degli Amendola, dei Rosselli, che avevano pagato con la vita, assassinati dal regime, la loro coerenza, il Partito d’Azione era rappresentato da persone di alta statura morale e di genuina fede democratica come Parri, Lombardi, Lussu, Basso, politici e intellettuali ad un tempo. Eppure quel partito, paradossalmente proprio per questa natura moralmente alta nel pensiero e nell’etica, ma di fatto elitaria, non riusciva a dialogare con le masse di allora. La predisposizione intellettuale e il loro elitarismo e forse anche l’incapacità alla mediazione glielo impedivano. L’erede più diretto dell’Azionismo come il Partito Repubblicano, ma non solo, finì in seguito ad avere consensi sempre percentualmente a una cifra, spesso reggicoda della DC. Incapace, per esempio, di svolgere un’influenza quantomeno culturale in quella fase degli anni ’60 che, attraverso i movimenti giovanili, esprimeva, nella sua incubazione iniziale non ancora fagocitata dal marxismo leninismo nelle sue mille varianti, un autentico spirito libertario. Né ci riuscirono gli ex azionisti che si erano acconciati nella torre d’avorio della Sinistra Indipendente all’interno di liste del PCI, né quelli che erano confluiti nella sinistra socialista.

Se si volesse fruire di una testimonianza storica un po’ impietosa tanto quanto rispettosa, ma soprattutto ironica e persino affettuosa del destino già scritto del Partito d’Azione nel primissimo dopoguerra, stante la sua natura di intellettualità moralmente alta e nello stesso tempo politicamente improduttiva, si legga o si rilegga “Piccoli Maestri” di Luigi Meneghello, che di quel partito in quegli anni era stato militante. C’è tutto.

Solo al Partito Radicale, il lascito migliore e genuino del liberalismo democratico, riuscì, negli anni ’70/’80, di intestarsi la leadership delle battaglie per i diritti civili attraverso vittorie clamorose nei referendum abrogativi di Divorzio e Aborto, incapace tuttavia di capitalizzare in consenso politico duraturo quel patrimonio e di fatto disperdendolo e confermando la ‘maledizione, minoritaria che grava su tutte le esperienze di questa matrice. Eppure quell’esperienza politica fu la prima e fino ad oggi l’unica capace, in una certa fase poi rifluita, di esprimere quella trasversalità politica che a parer mio dovrebbe essere la cifra di un liberalismo democratico votato ad un’ egemonia ampia.

Oggi per la prima volta dopo tanto tempo fa capolino con i personaggi sopra ricordati una parvenza di idea liberaldemocratica che cerca spazio. Non ci è riuscito Il Partito Democratico Italiano che pur era sorto con l’esplicita volontà di rappresentare anche la liberldemocrazia italiana. Ma a dispetto dell’elisione del nome ‘sinistra’ con cui significativamente esordiva, il PD continuava, soprattutto per gli elettori, ad autorappresentarsi in una ben definita area stabilita dalla geografia politica e attraverso quell’ ’anche’ portava con sè patrimoni politici e soprattutto personale politico estranei alla cultura liberal democratica.

Renzi e Calenda, riusciranno a onorare l’eredità dei padri fondatori, quelli storici e quelli più recenti, e a ribaltare i rapporti di forza, magari insieme agli eredi del Partito Radicale, gli uni e gli altri nani per il momento almeno per il seguito numerico, ma con la prospettiva, sulla carta, di poter crescere di statura?

Mah.

Hanno dalla loro un’attitudine al gioco politico che forse mancava ai padri nobili liberaldemocratici del dopoguerra, ma una certa dose di inaffidabilità per l’eccesso della stessa. E una già manifestata tendenza a dividersi e a rivaleggiare, una dannazione per qualsiasi prospettiva.

Ciò che manca tuttavia, e che non può provenire da loro, a differenza del passato remoto dei Padri illuministi e più recente dei politici intellettuali del ‘900, è una solida riaggiornata elaborazione culturale con questa matrice liberaldemocratica che sorregga l’azione politica. Gli intellettuali anche quelli più preparati si sono ritagliati in Italia uno spazio neutro dal quale si sentono liberi di impartire lezioni urbi et orbi in TV e nei quotidiani. Sarebbe ora che tornassero a prender parte non in ‘una’ parte, ma per un progetto di società, di un pensiero forte che abbia visione, che sia, come si dice, ‘olistico’.

Mai come in questo momento ce n’è bisogno.

Per non morire al centro, la sorte di sempre.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.