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I separatisti hanno messo in piedi una narrazione della situazione, ossessivamente riproposta, per veicolare il (falso) postulato che essendo la città d’acqua e la Terraferma molto diverse e avendo problemi diversi, se fossero gestite da amministrazioni separate, per questo solo fatto, esse vedrebbero risolti in automatico, per effetto inevitabile, direi more geometrico, tutti i loro problemi. La strategia comunicativa si articola sui seguenti pochi, granitici, capisaldi a margine dei quali trovate (in corsivo) le controbiezioni.

Primo: Mestre è oggi una landa desolata, desertificata, in costante declino (qualche separatista particolarmente lirico aggiunge che “è in declino dal 1926”), trattata come periferia e dimenticata perché “in Consiglio Comunale per l’80% del tempo si parla di Venezia”. Ma soprattutto vessata da una TARI insostenibile. Se diminuiamo la TARI facendo leva sulle sue straordinarie potenzialità, le infrastrutture, la centralità geografica, ecc. Mestre diventerà una bomba di sviluppo e benessere.

Mestre oggi è incomparabilmente migliore di quanto lo fosse negli anni 60, 70 e 80. E tutto è che tranne che periferia dimenticata. Vero che ci sono problemi quali la criminalità e la desertificazione commerciale del centro ma sono problemi epocali, strutturali che nulla hanno a che fare con il Comune unito o meno. La presunta spinta propulsiva che la sola separazione, in quanto tale, comporterebbe a Mestre, che a questo punto si aggancerebbe al resto del Veneto in un futuro radioso, è un’affermazione apodittica senza alcun fondamento. Nulla riferibile all’assetto amministrativo impedisce o ha impedito questo destino. Prendiamo per esempio il problema della desertificazione commerciale. Forse che il Sindaco di Mestre, potrebbe dichiarare illegale l’e-commerce? Forse far chiudere i centri commerciali o l’outlet di Noventa? Forse indurre i proprietari dei fondi a chiedere affitti meno esosi? E tutto questo lo potrebbe fare solo perché ha “più tempo” perché concentra le sue attenzioni su Mestre? A riprova che si tratti di un fenomeno generalizzato, recentissime le notizie da Padova e Treviso dove si registra analoga crisi e moria di esercizi commerciali. E se Mestre non ha sviluppato un’imprenditoria come altre città del Veneto è dovuto a motivi storici, al fatto che la Terraferma è legata a una storia economica e industriale in gran parte prodotta da interventi di Stato e Parastato, con la creazione di complessi Industriali di grande estensione che hanno assorbito e purtroppo ostacolato la formazione di una imprenditoria autoctona. Quanto alla TARI, questa pesa, da stime che abbiamo fatto in casa, circa il 3% delle spese di esercizio complessive. Davvero vogliamo credere che il problema sia la TARI?

Secondo: argomento che retoricamente funziona molto bene nei dibattiti. Si indugia a lungo e in maniera accorata sulla difficile situazione della città d’acqua, sul fatto che Venezia perde 1000 abitanti all’anno, ci sono troppi turisti, che ha perso di centralità e deve essere ripopolata attraendo nuovi abitanti. Il genere ha ricevuto impulso ed è stato nobilitato da un paio di interventi di firme prestigiose in occasione della grande acqua alta di pochi giorni fa. Sentimenti di desolazione e insieme voglia di riscatto descritti con grande efficacia e pregevole mestiere letterario,  che non possono non essere condivisi. E poi, conquistata l’accorata partecipazione dell’interlocutore, il salto logico: un Sindaco di Venezia (sola) risolverebbe questi problemi in un batter d’occhio, anche con la decisiva contribuzione dello Statuto Speciale che certamente ci verrebbe riconosciuto. Potrebbe impedire l’ingresso alle Grandi Navi, l’apertura di negozi di paccottiglia cinese, l’apertura di nuovi B&B. Insomma: Superman (Batman come noto lo abbiamo già..). Adesso non lo può fare perché non vive quotidianamente i problemi della città e i consiglieri comunali sono tutti di Mestre e in Consiglio Comunale si parla sempre e solo di Mestre.

Tutti problemi veri, peccato che il Sindaco della sola Venezia non potrebbe fare nulla di più di quello (poco) che può fare il Sindaco oggi. Anzi! Forse che, per esempio, se si tentasse di limitare gli affitti turistici intervenendo a livello di legge, magari facendo un’azione congiunta con altre città d’arte i cui centri storici soffrono degli stessi problemi di Venezia, non avrebbe più peso e rilevanza se a muoversi fosse il Sindaco di un grosso Comune anziché di uno di 80000 abitanti? Forse che la separazione non aggraverebbe ancora di più l’assalto dei turisti avendo un Sindaco di Mestre che ha solo interesse a attrarre turisti negli alberghi di Terraferma senza doverne patire gli impatti negativi? Del fantomatico Statuto Speciale si è già detto: puro “flatus voci”. Ma c’è di più: anche che fosse concesso uno Statuto Speciale questo NON significherebbe l’istituzione di un Sindaco Superman con poteri illimitati e meno che meno con la bacchetta magica come invece, incredibilmente, viene implicitamente lasciato intendere dai grandi intellettuali (tutti rigorosamente residenti altrove..) che si sono spesi sulla questione. 

Terzo: argomentazione collaterale e un po’ “di nicchia”. Venezia è stata una grande potenza nel suo passato e ora è violentata in nome del denaro, la sua dignità ferita, la sua identità cancellata. Venezia è città del mondo, patrimonio dell’umanità, è una città Stato, deve ritrovare la sua natura anfibia.

Manca solo che dicano “costa quel che costa riconquisteremo Famagosta!”. Al di là delle battute, esiste una frangia minoritaria di nostalgici che si richiama in maniera fanatica al passato (si è letto perfino di nizioleti stravolti “dalla nuova fonia imposta dalla Terraferma”..) e su quest’onda emozionale “deducono” che la soluzione sta nella separazione. Naturalmente, una volta di più, non articolando una sola concreta motivazione per supportare l’assunto. Contesto infine il sottinteso postulato che loro, i nostalgici, sono i soli depositari della grandezza degli avi, gli eredi morali del glorioso passato e, ça va sans dire, chi non la pensa come loro necessariamente tradisce questa legacy preziosa. Niente di più falso: giù le mani dal glorioso passato che non è esclusiva morale di nessuno. Quanto al “ritrovare la sua natura anfibia” suona molto cool. E infatti è gettonatissimo. O meglio, era gettonatissimo.. Dopo l’acqua alta a 187 cm immagino che più di qualche “poeta” si sia reso conto che non l’abbiamo mai persa, la natura anfibia. Anca massa.. 

Quarto: qualsiasi argomentazione venga obiettata al mainstream separatista è “terrorismo”, solo sporca propaganda e va categoricamente negata sempre e comunque. Anche di fronte all’evidenza. Se proprio l’esistenza del problema non si può negare, va derubricata a pura “ipotesi non dimostrata”.  E soprattutto: non c’è nulla a cui non si possa porre rimedio. Il Casinò? Facciamo un Decretino di deroga. Oppure lo costruiamo al Tronchetto. I biglietti ACTV raddoppieranno, a regole attuali? Cambiamo le regole, che ci vuole? Ci sarà un casino allucinante solo per definire i termini della separazione? Macché, sarà facilissimo, più o meno come un’assemblea di condominio. E le potenziali contrapposizioni di interesse? Ma no, andremo d’amore e d’accordo. Negare, negare sempre e sopire e troncare ogni obiezione, come il Conte Zio.

Le obiezioni sono concrete, i rischi reali e molto impattanti. Derubricare a fantasie e terrorismo problemi veri e comunque rischi certi è irresponsabile. E va notata la curiosa asimmetria per cui ogni obiezione anche certificata dai fatti è tacciata di rappresentare rischi ipotetici mentre tutte le soluzioni o gli assunti dei separatisti, pur estremamente aleatori (e sovente del tutto infondati) devono essere presi per oro colato.  

Quinto: finora le cose sono andate malissimo, peggio di così. Ci vuole un cambiamento. Proviamo anche questa, che ci costa?

Appunto… che ci costa? La vignetta qui sotto dice tutto e fragorosamente. Questa posizione conferma purtroppo l’aforisma di Cicerone “Nihil inimicius quam sibi ipse”.. l’uomo è il peggior nemico di sé stesso (quando si mette di impegno).

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Perché queste note

Queste note nascono dalla constatazione che un dialogo con i separatisti non è possibile. Perché ogni tentativo di fare informazione seria si vanifica in un estenuante batti e ribatti con considerazioni surreali esposte sovente in modo aggressivo. 

L’ho chiamata “Dieci ragioni per me posson bastare” in omaggio al grande Lucio: una ragione diversa per dieci giorni esposta brevemente (ove possibile) per cui sostengo che la separazione sarebbe sbagliata e anzi una jattura. Per la città d’acqua e per quella di terra.

Anche solo riuscissi a far meditare uno dei lettori, non sarebbe stato sforzo vano. 

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.