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Una lunga striscia di picchi di marea come non si erano mai registrati nella storia metereologica della Laguna.

Però non venite a parlare di cambiamento climatico – o almeno non di quello di cui si parla in questi ultimi anni – come diretta conseguenza.

Al momento è ancora una minaccia, sempre più incombente, ma non ha ancora generato nessun effetto nel bacino del Mediterraneo.

Interessante leggere queste considerazioni del meteorologo Alessio Grosso http://www.meteolive.it/news/Editoriali/8/la-bufala-di-venezia-sommersa-a-breve-bisogna-dirlo-e-gridarlo-per-forza-/82667/

Perché sono i fenomeni del bradisismo con il pompaggio delle falde acquifere sottostanti lungo i decenni dell’industrializzazione di Marghera, fino ai primi anni ’70 – dal 1950 al 1970 l’abbassamento medio del suolo nell’area veneziana è stato di circa 12 cm. – a contribuire in maniera significativa all’abbassamento del suolo.

E dell’eustatismo secolare – dai tempi dell’ultima mini-glaciazione del ‘700 – che dagli inizi del secolo scorso agli anni ’70, è stato di 9 cm.  Dal 1970 ad oggi l’aumento, osservato anche a Trieste e quindi indipendente da subsidenza locale, è stato di circa 5 cm.

Questi due processi contribuiscono al fenomeno acqua alta e hanno contribuito a far variare nel tempo il livello medio del mare, che attualmente è circa 30 cm (media degli ultimi quindici anni) più alto di quello del 1897 (zero mareografico di Punta Salute).

Nel 2010 è stato raggiunto il valore di 40.1 cm, il più alto mai registrato.

È a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che si hanno i primi dati certi sul fenomeno dell’acqua alta a Venezia: nel 1873 viene messo a punto il primo mareografo che, da quel momento in poi, registrerà con regolarità il livello delle acque lagunari.

Ma, sebbene tale fenomeno nei secoli sia stato considerevolmente aggravato dall’intervento umano, esso caratterizza la città fin dall’epoca della sua fondazione.

La “storiografia dell’acqua alta”, infatti, è ancora più antica: risale al VI secolo la prima annotazione delle conseguenze di un’inondazione dell’antico nucleo urbano. Catastrofico, il tono: “non in terra neque in aqua sumus viventes”. Segue, due secoli dopo, il racconto di “tanta abbondanza d’acqua che tutte le isole furono sommerse”, molto simile a quelli successivi che arrivano fino agli inizi del XVIII secolo.

Gianpietro Zucchetta ha pubblicato nel 2000 per la Marsilio “Storia dell’acqua alta a Venezia : dal Medioevo all’Ottocento” con ricchezza di documentazione.

Arriva l’Acqua Granda” del 4 Novembre 1966 e il Mondo si accorge della fragilità di Venezia.

Con lo scirocco a farla da padrone bloccando il deflusso della marea nel corso di 24 ore: due picchi sovrapposti fino all’eccezionale 194.

E da lì una lunga stagione di discussioni che è sfociata prima nella Legge Speciale per Venezia e poi come conseguenza ultima nell’adozione del Progetto MOSE.

Che ha visto scontrarsi tesi e soluzioni contrapposte, con il Comune, retto dall’allora Sindaco Massimo Cacciari, a contrapporsi alle scelte governative (Berlusconi prima, Prodi dopo) e a suggerire un intervento meno invasivo.

Polemiche e dibattiti che non si sono ancora spenti.

Tant’è che nonostante lo stato di avanzamento dei lavori sia arrivato al 93%, con tutti i ritardi indotti dagli interventi della Magistratura a colpire la stagione delle mazzette distribuite all’inner circle della politica locale e nazionale, c’è ancora qualche anima bella che propone di lasciare l’opera così com’è.

Una cattedrale lagunare a dimostrazione della corruttela e dell’insipienza umana.

Della corruttela sicuro, dell’insipienza umana bisognerebbe dimostrarlo.

Perché delle malefatte tangentare del CVN si è detto e scritto tutto il possibile.

Della qualità ingegneristica dell’opera ci sono testimonianze scientifiche e accademiche a livello internazionale a supportarla. Anche se c’è qualche pensatore locale “antagonista in servizio permanente effettivo” che ne ha già decretato il fallimento prima di vederlo all’opera.

Certo manca ancora la fase di collaudo operativo, qualcuno manifesta dubbi e solleva pareri di criticità. Ma bisogna vararla per valutarne appieno prima di tutto l’efficienza.

Per l’efficacia, una volta soddisfatta la funzionalità e l’operatività, non ci sono dubbi: se le paratoie fossero state già pronte ad alzarsi, martedì 12 Novembre non avremmo avuto quel picco spaventoso di 187.

Spaventoso perché si è generato, differentemente dal 1966, solo e soltanto per un contributo di un “miniciclone” locale di vento di Scirocco che ha soffiato furiosamente per meno di 2 ore contribuendo alla risalita della marea prevista già “eccezionale” di 150 per i rimanenti 37 cm.

Il mareografo di Punta della Dogana registra una risalita di 40 cm in 1h 10’!

FVM

 

L’andamento anomalo della tempesta di vento è stata tale per cui a Burano il picco è stato di 155, a Chioggia di 172 e alla diga di S. Nicolò di 195.

C’è altro da aggiungere ad una situazione che richiede decisioni rapide e ragionevolmente efficaci?

Persino Gianfranco Bettin in un suo recente articolo comparso sul Manifesto “Il piagnisteo del Mose che non c’è” sostiene, dopo aver mosso tutte le critiche possibili alle decisioni del passato:

“Ora, che fare del Mose «quasi finito» (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)? Intanto, se si volesse verificarne l’affidabilità, andrebbero corretti i difetti finora emersi, sempre che sia possibile. Poi, ne andrebbe valutata la funzionalità generale finale, senza far sperimentare ai veneziani, come cavie, l’eventuale messa in funzione «dal vivo». Quindi, ne andrebbe almeno considerato il possibile adeguamento al nuovo quadro climatico e ambientale, mentre certamente andrebbe ripresa l’opera di riequilibrio e rigenerazione dell’ecosistema lagunare.”

Anche il prof. D’Alapaos in questa approfondita intervista https://www.agi.it/cronaca/venezia_mose_acqua_alta-6554809/news/2019-11-15/

in cui mette in evidenza tutte le criticità del progetto MOSE che lui sostiene da anni con forza e con argomenti scientifici altrettanto validi

subito all’inizio sostiene “… Però va anche detto che in questo caso se, per ipotesi, avessero chiuso le paratie del Mose i danni che poi si sono registrati non ci sarebbero stati”.

E più avanti alla precisa domanda Se le paratie del Mose fossero entrate in funzione, avrebbero arginato la marea?

“Sì. Avrebbero consentito di affrontarla in modo meno drammatico di quanto poi è accaduto. Sicuramente non ci sarebbero stati a Venezia e a Chioggia e a Pellestrina gli allagamenti che abbiamo invece avuto.”

E allora finiamolo questo MOSE.

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia) e ora presidente dell’Associazione VeneziaUnited il Supporters Trust dei tifosi arancioneroverdi.
  • Paola Juris

    Appunto
    Finiamolo. E posso dire? Se bisogna chiudere la laguna e dire addio al porto, si fa: un nuovo porto si costruisce, una nuova Venezia, no. E portare ossigeno manovrando le barriere é assolutamente fattibile. A cambiamenti epocali, decisioni epocali. In conclusione: finiamo il Mose e stabiliamo la quota di marea cui farlo funzionare (e l’ente preposto a questo) .