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Ventisei luglio 2012, Londra, «Whatever it takes»: tutto ciò che serve. Lo pronuncia il presidente di allora della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, a Londra. Bastò. A evitare il tracollo della Grecia e a salvare l’euro, vale a dire a garantire il presente e il futuro dell’intera Europa. La dimostrazione che per imprimere la giusta direzione alle cose a volte sono sufficienti un pugno di parole e la credibilità di chi le pronuncia. La quale si nutre sì del passato, ma soprattutto della coerenza delle azioni successive. Perché davvero da quel momento la BCE ha fatto tutto ciò che serviva. Missione compiuta.

Tredici novembre 2019, Venezia. Città allagata e in balia di vento e marea, sistema di paratie mobili, il mitico MoSE, immobile sul fondo. Nessuno sa cosa fare. Infatti non succede nulla. Si aspetta semplicemente che passi. Prima o poi, in effetti, passerà ma al momento in cui scrivo in realtà continua. In laguna sono arrivati un po’ tutti, a cominciare dal primo ministro. Cosa ha detto? «Non vi lasceremo soli». Cioè la frase ormai di rito in questi casi che comincia a suonare vagamente iettatoria. Seguiranno i fatti? Mah…

Il problema della città anfibia è noto, l’unica soluzione perseguita negli ultimi anni è stato appunto il MoSE. Giusto, sbagliato, non lo so. È andata così. Costato finora 5,5 miliardi di euro, la più costosa opera pubblica dell’Italia repubblicana sta battendo ogni primato in materia di tempi di realizzazione. E non è ancora pronta. Così dicono i responsabili del Consorzio Venezia Nuova, cioè chi la segue. Se non è “pronta”, a che punto si trova? Altro mah…

Il mistero dello stato avanzamento del MoSE è uno dei più intricati e irrisolvibili al mondo. Ognuno spara una qualche percentuale: 80-90-93-94%! No, non è vero, abbiamo solo pezzi staccati che devono essere ancora assemblati. Eppure le settantotto paratie sono tutte in acqua. Mancano i collaudi, le prove necessarie a garantirne il buon funzionamento. No, il punto è che non c’è nessuno in grado di dare l’ordine di farlo intervenire. E poi, anche se ci fosse, il software non è testato a sufficienza, rischiamo il disastro. Infine, servono almeno quattro squadre di operatori per metterlo in azione, una per ciascun gruppo di paratoie suppongo, e ne disponiamo solo di una. Però si potrebbe intanto utilizzarlo anche parzialmente. In fondo è previsto nel progetto: non è detto si debbano alzare tutte insieme.

Insomma, per quando potrà essere operativo? Ed ecco la magica risposta: 31 dicembre 2021. E io mi domando: perché proprio a quella data e non prima o dopo? Cosa succederà alla fine dell’anno 2021 di tanto decisivo da modificare la vita del prezioso manufatto?

I misteri del MoSE. Mi sarebbe piaciuto sentire dalla voce del primo ministro una semplice frase, qualcosa del genere «tutto ciò che serve». Seguita dalla nomina di un unico “comandante supremo” con i poteri di agire subito e senza limiti di mezzi per terminare l’opera, i collaudi, ogni test e manutenzione possibile e mettere in servizio il sistema il prima possibile. Quando? Da immediatamente all’autunno 2020. Non oltre. Perché qua siamo in guerra con l’acqua e quando si è in guerra non ci si può gingillare con gli scaricabarile. Bisogna fare «Whatever it takes», in fretta e gettando nella mischia ogni risorsa possibile. Senza paura.

Non sono un ingegnere idraulico, neppure un manager, però mi occupo di geopolitica e strategia, studio da sempre la storia militare e dopo tanti anni passati ad analizzare vittorie e disfatte di tanti in giro per il tempo e lo spazio credo di saper riconoscere la codardia. Successe a Caporetto: nessuno “dava l’ordine” e i cannoni non spararono, i fanti si arresero, un’armata intera venne distrutta. Successe l’8 settembre 1943: nessuno “dava l’ordine” e un pugno di tedeschi invase l’Italia e i Balcani, disarmando e avviando ai campi di prigionia un intero Esercito, Marina e Aviazione comprese, senza incontrare resistenza. La faccenda si sta ripetendo con il MoSE. Nessuno mai provvede a “dare l’ordine”.

Adesso deve pensarci il Presidente del Consiglio dei Ministri. Tocca a lui “dare l’ordine”: nominata la super-commissaria, questa deve avere i poteri per agire e i mezzi per terminare la missione. Facendo lavorare le imprese, i tecnici, chiunque ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni a settimana, sempre sino alla fine. Il che significa al momento in cui le paratie, finalmente si alzeranno per fermare la marea.

«Whatever it takes», anche in materia di soldi, è ovvio. Ne sono stati spesi, e rubati, talmente tanti e i danni prodotti all’ecosistema sono di tale entità che non possono esserci esitazioni. Si deve concludere. Solo così quanto fatto finora avrà avuto senso. E se il MoSE fallisce perché sbagliato in partenza? Lo sostengono in tanti e autorevoli.

In tal caso se c’è responsabilità i colpevoli devono pagare. Perché avranno rubato e ingannato, facendo soffrire a noi abitanti della laguna, non c’è solo Venezia mi tocca ricordare, anni di errori dolosi, impedendo di affrontare in via alternativa la lunga “guerra con l’acqua”. Non come accade oggi nel nostro paese per cui i disastri sono ogni volta orfani, di entrambi i genitori.

Sulla capacità di affrontare i problemi, schierando ogni forza disponibile per risolverli, si misura la qualità personale di chiunque. In questo caso della classe dirigente, gialla-rossa-verde non importa. La questione è il MoSE, le chiacchiere, come si dice, stanno a zero è l’ora di «Whatever it takes». O moriremo senza avere avuto la soddisfazione di vederlo in azione almeno una volta?

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.