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Dopo la rapida escursione nel mondo letterario di Mikael Niemi, mi trovo di nuovo nel Grande Nord, alle prese con l’ultimo libro di un’autrice islandese di grande sensibilità e senso poetico, Audur Ada Olfsdottir, e mi sento di giustificare questa mia passione per le scritture del Nord.

Non intendo soffermarmi sulla grande produzione di giallisti svedesi, danesi, norvegesi, che negli ultimi anni hanno scoperto  una cifra interessante con cui accompagnare noi lettori nelle intricate vicende criminali sullo sfondo dei loro Pesi d’origine. Certamente sono anch’essi un ottimo specchio per indagare sulla società dell’Europa del Nord. Ma soltanto coloro come Niemi, appunto, o come quest’autrice, abitanti di terre estreme, ci permettono una sorta di indagine eccentrica e profondissima sulla forma dello sguardo sul mondo e sugli uomini che essi manifestano.

Olafsdottir ha cominciato la sua carriera di scrittrice alla fine degli anni Novanta, con un libro che è apparso da noi soltanto nel 2016, “Il rosso vivo del rabarbaro”, dove appare la prima delle sue protagoniste “diverse”, in un micromondo dentro quest’isola lontana che si apre gradatamente ai nostri occhi con tutta la sua singolarità e la sua poesia. Sembrano a prima vista orizzonti angusti quelli dove vivono queste persone, ma lo sguardo dell’autrice dilata presto questo orizzonte verso un amore, un rispetto, una celebrazione lirica di un mondo a parte . L’Islanda comincia a diventare per noi familiare partendo da lì, per continuare poi col libro che le ha dato la fama da noi in Italia, “Rosa candida” del 2007, “La donna è un’isola” del 2006, “L’eccezione” del 2014, ed infine il suo prodotto più complesso, interessante, umanissimo, “Hotel Silence” del 2018.

Gli uomini  e le donne dei suoi libri sono in connessione speciale con la natura singolare e a tratti terribile di questo Paese così lontano da tutto. Essi  acquisiscono, in questo contesto unico, un occhio speciale anche per le relazioni umane che, segnate spesso da distanze quasi insormontabili, diventano fortissime e ineludibili.

Uno spazio particolare è quello delle relazioni tra i sessi, che sono spesso viste dalla parte delle donne e risolte con viaggi solitari, amicizie con personaggi curiosi, o, come nel caso della protagonista di “Miss Islanda”, Hekla, con una relazione che non le impedisce alla fine di abbandonare il compagno e la capitale islandese, per cercare il suo senso profondo nella scrittura.

Questo, tra tutti i romanzi di questa autrice, è l’unico  in cui c’è un inno al potere salvifico della scrittura.

Il contesto è quello dell’Islanda degli anni Sessanta, in cui essere donna significa ancora prevalentemente essere moglie , madre, fattoressa di sperdute fattorie dove si allevano pecore, e dove il fascino di Hekla la fa oggetto di proposte in vista di un Concorso di bellezza che lei rifiuta ripetutamente.

Il modello islandese al femminile di quegli anni si oppone a questa ragazza caparbia nella sua volontà di scrittura, dove la creazione della bellezza la rincorre dall’inizio alla fine del libro, e la affianca curiosamente alla sua amica di sempre, giovanissima moglie e madre ,che anch’essa cerca riscatto nella poesia, che sola sembra darle luce in una vita fatta di quotidiani pesanti obblighi familiari.

Una interessante prospettiva è quella che viene data sul mondo letterario della capitale islandese di quegli anni, gremita di

numerosissime librerie, circoli culturali e “caffè poetici”, dove tutti coloro che si ritengono autori di prosa o di poesia, si raccolgono dopo il lavoro per discutere dei loro prodotti, rigorosamente al maschile. Anche in questo senso Hekla non ha accesso a tale mondo, essere scrittori allora in Islanda significava essere uomini e non donne.

Le due figure maschili che la affiancano nella narrazione sono complementari alla sua missione sulla terra: il poeta, con cui vivrà per un periodo, non saprà a lungo di avere a fianco una scrittrice; l’amico gay con cui alla fine deciderà di partire per trovare la sua via, è anch’esso alle prese con una società che rifiuta recisamente la presenza degli omosessuali e li perseguita più o meno apertamente. In questa loro doppia solitudine, lei nella scrittura, lui nella sua omosessualità, riuniranno le forze per trovare un futuro adatto ad ognuno di loro .

Ma c’è anche il padre di lei, il primo che da sempre annota i propri pensieri giorno dopo giorno, che capisce il destino della figlia, che la asseconda e la benedisce nel suo viaggio di scoperta.

Questo non si può definire uno dei suoi libri migliori, ma come sempre l’autrice sa accompagnarci con la sua scrittura poetica attraverso mari ed oceani, per approdare in questa isola lontana, fatta di gente che la durezza del clima e della natura ha creato per avere occhi chiari, cuore di poeti, carattere di guerrieri contro le battaglie della vita.

AUDUR AVA OLAFSDOTTIR: “MISS ISLANDA” Einaudi 2019

 

 

Elisabetta Ticcò è nata ed attualmente risiede a Mestre. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, nella stessa Università ha poi conseguito un Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Architettura ed Urbanistica. Le sue attività si sono sempre suddivise tra il teatro, con una lunga attività giovanile nella “Bottega del Teatro” di Dario Ventimiglia, e il mondo della scuola, dove ha lavorato presso un Liceo locale per più di 30 anni. Negli ultimi vent’anni si è specializzata inoltre nella disciplina anglosassone del “drama in education”, dopo due Summer Schools presso l’UCE di Birmingham , ed ha operato come organizzatrice di corsi di lettura drammatizzata nelle Biblioteche della Provincia e come formatrice di insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie Inferiori