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Felicità è uno degli obiettivi della Costituzione Americana, la prima del mondo moderno a cui dobbiamo qualcosa e che declina il termine al plurale attribuendolo come fine condiviso da tutta la propria comunità. Se dobbiamo stare alle definizioni dopo una breve ricerca attraverso google la felicità è “lo stato d’animo positivo, anche come emozione, di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri” e la radice ‘fe’ significa “abbondanza, ricchezza, prosperità”.

Che poi gli Stati Uniti abbiano dopo duecentocinquant’anni circa raggiunto l’obiettivo della prosperità per tutti c’è da dubitarne in modo consistente se il ’sogno’ lo si intende concretizzato per tutti i suoi membri. Anzi, sembra quasi che abbiano spesso fatto apposta a farsene beffe per ciò che riguarda gli immigrati dall’Africa e dal mondo intero e verso i nativi americani. Al loro interno. Non parliamo poi verso l’esterno perché è cronaca di questi giorni.

Ma quell’obiettivo felicità messo per iscritto serve ed è servito lo stesso.

Prima di tutto per mettere quantomeno in contraddizione chi nel paese d’origine del termine fa politiche opposte ad una felicità condivisa, fornendo uno strumento potente per un’alternativa. E in secondo luogo perché poi c’è chi, senza citare la felicità per iscritto, ha applicato meglio nel mondo intero il concetto fondando i principi di una società libera e democratica.

Vero, con quei principi non sono state evitate guerre, devastazioni ambientali, pesanti ingiustizie, ma siamo qui appunto per strappare le pagine del passato molto infelice e per riproporre l’obiettivo come obiettivo anche politico esteso a tutti. La luce dei giorni futuri, a cui si ispira nel nome la nostra testata, si fonda su questo inguaribile ottimismo della ragione. Con un riferimento dichiarato al pensiero che proprio tre secoli orsono ha fatto uscire per la prima volta l’umanità dal tunnel di una condizione umana avvilita dalle tirannie e dalle sopraffazioni, fondate sul ‘sonno della ragione’, quello che nel quadro allegorico tardosettecentesco di Goya ‘genera mostri’; come recita la scritta riportata in quel quadro, e per oggi icona negativa in questo editoriale per esortare a svegliare il dormiente, mirabilmente ritratto assediato dai mostri nel suo sogno bestiale. A fare i conti con la ragione ci invita su questa pagina anche Federico Moro, quando la ragione è dormiente perchè troppo misurata su se medesimi, autoreferenziale. Risvegliarla per lui è farla essere produttiva con obiettivi misurabili.

Mi soffermerò dunque un attimo su un modo nuovo e diverso, fuori dagli schemi, del ‘come’ perseguire il fine della felicità, visto che i ‘come’ precedenti hanno fallito continuando nel ‘sonno della ragione’. E il ‘come’ può considerarsi già di per sè stesso un obiettivo di felicità.

Zoomando sull’Italia mi riferisco allora al ‘come’ con il discorso di inizio anno del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella.

Non è stato un rito formale, per lui non lo è mai, ma men che meno in questo caso quando si è riferito alla ‘coesione nazionale’. In un paese a dir poco ‘smarrito’ che deve ritrovare un suo futuro valorizzando le sue immense potenzialità in tutti i campi. Ma è appunto ‘diviso’ geograficamente in primis, poi socialmente, culturalmente e alla fine anche politicamente. In questo caso diviso in tre blocchi contrapposti, di cui il terzo è la falange smisurata di astensionisti, in alcuni casi, se va bene, un terzo dell’elettorato, se no frequentemente la metà. Due blocchi si contrappongono da nemici giurati (molto solo a parole), in più anche divisi al loro interno e il terzo, che non vorrebbe contrapporsi e che anzi soffre della contrapposizione, è costretto a farlo non mettendo la scheda nell’urna perché non accetta il gioco della guerra civile permanente della politica. Né credito di coesione nazionale possono avere quelle forze politiche che cercano di intestarsi l’italianità popolare con un’azione esclusiva e discriminante verso chi italiano non è in Europa e nel mondo. Un pessimo esempio per la coesione nazionale, da interpretare all’incontrario.

Mutatis mutandis, Venezia.

Non mi soffermo sulle potenzialità della città e di ciò che è già, quantomeno, sembrerebbe, a livello di prosperità (ottava produzione del PIL complessivo e nona posizione per qualità della vita per il Sole24 tra le città capoluogo seconda solo a Milano in Italia). Perché più appariscenti e oggettivamente frenanti sono le sue criticità che quelle potenzialità e quella sua condizione favorevole mortificano e oscurano fino a non farle neppure percepire: questione ambientale complessiva di cui le maree sono l’aspetto più allarmante ma non il solo; portualità con il tema degli approdi e delle rotte in laguna; residenzialità e stagnazione demografica nelle aree specifiche, soprattutto in città storica ma anche in tutto il Comune; gestione e governo del turismo, in primis in laguna, e a traino in tutto il Comune; riconversione e bonifiche nelle aree dismesse a Porto Marghera ma non solo; necessità impellente di rigenerazione urbana soprattutto in terraferma; emergenze sociali, in primis droga e spaccio, e necessità di potenziamento delle strutture assistenziali. E mi fermo.

Di fronte a questo quadro la comunità cittadina dovrebbe reagire ritrovando, se mai c’è stata, quella stessa forte coesione sociale che il Presidente Mattarella indicava per l’Italia. Sarebbe necessario marciare uniti superando gli interessi parziali delle numerose parti sociali in gioco per rendere concreto un grande disegno di rilancio. E’ il futuro di ‘serenità’ non solo personale ma anche collettiva sottolineato su questa pagina da Davide Meggiato.

La politica però non indica la rotta, come dovrebbe per prima. Fa il contrario.

La comunità cittadina è stata di recente messa al muro dalla più divisiva delle proposte, divisiva in tutti i sensi, quella della separazione del Comune. Passata apparentemente la buriana, la dialettica politica, parola grossa me ne rendo conto, sta già riproponendo in vista delle elezioni amministrative lo stesso consueto balletto propagandistico che ogni forza politica mette in atto, concentrandosi nello screditare l’avversario piuttosto che nel costruire.

Di fatto nessuno dice il vero ma una pseudoverità adattata al proprio utile politico.

Ed ecco un possibile pezzo di felicità da perseguire: invertire questa rotta. Ristabilire le regole del gioco anche nella fase elettorale, presentando un quadro di problemi da risolvere (e l’elenco da me fatto mi pare esaustivo), dove quantomeno l’analisi sullo stato dell’arte sia condiviso. E se le scelte da compiere nel merito possono anch’essere diverse, impegnarsi nel riconoscere la ragione dell’altro contemplando anche l’ “et et” piuttosto che l’”aut aut”. Che tradotto vuol dire: “questa soluzione è migliore ma anche l’altra ha qualcosa di buono” piuttosto che “o la mia o la tua tertiur non datur”; che può anche starci inevitabilmente ma in casi estremi.

Questo sia ben chiaro non vuol dire presentare programmi generici per accontentare un principio di mediazione al ribasso, vuol dire esprimersi in modo non ideologico ma pragmatico e realistico, ricomponendo i programmi, sommandone le positività presenti in ogni proposta. Non lo potrai fare sugli approdi delle navi e sulle rotte (o qui o lì non si scappa) o sulle paratie mobili del MOSE (o lo completi o lo butti, come si dice un po’ volgarmente ma efficacemente, nel cesso). Lo puoi fare però su molto altro, sulle scelte urbanistiche per esempio e sulla gestione dei flussi turistici. Con un impegno che è il completamento del sogno di felicità: fatta la scelta di chi deve guidare il Comune, quella persona riacquisti subito un profilo istituzionale e non quello del capobastone della fazione che lo ha eletto.

Isituzionale vuol dire da parte di chi governa rispetto e ascolto delle minoranze e accoglimento concreto delle loro istanze. Qualche rara volta il Consiglio Comunale anche nell’uscente legislatura si è ricordato di essere un organo istituzionale e ha votato soluzioni unanimi o comunque scomponendo i fronti. Questo può essere fatto molto più spesso. In fondo ogni delibera è diversa dall’altra e il rapporto maggioranza minoranza ogni volta ricomincia da capo. E invece chi non entra nella stanza dei bottoni è tentato di bocciare certe scelte di chi governa per partito preso e per propaganda, andando comunque in minoranza per acquisire visibilità in vista dello scontro successivo.

Perché nella logica attuale la nuova campagna elettorale ricomincia dal giorno dopo le elezioni perse.

Tra Guelfi e Ghibellini, tra Bianchi e Neri e tra Montecchi e Capuleti infatti la rivincita per non dire la vendetta è il sale della contesa, a prescindere dai contenuti. A ciò continuiamo a ridurci in Italia, quei nomi ‘storici’ sono metafora eloquente della nostra prassi, quella che ci ha sempre fregato; quelli lì siamo ancora nel nostro medioevo. Dimenticando, qui da noi, che, se proprio vogliamo essere tradizionalisti, la Venezia storica, quella del mito che tanto piace, è stata diversa da quella prassi anche in questo e alla bisogna dava prove di coesione comunitaria esemplare e ben diversa dalle faziosità attuali purtroppo abbondantemente presenti anche nella nostra città. Ecco dare segnali di inversione di questa rotta farebbe felice non solo me ma tanti, soprattutto quelli tentati dall’astensione, perché vorrà dire che il segnale è stato percepito.

Ed è un segnale di felicità da perseguire che LUMINOSI GIORNI cercherà di inviare con costanza in questi mesi e anche dopo da parte, auspico con forza, di tutti i suoi collaboratori. I quali a loro volta ne sono i primi destinatari. Un metodo nuovo, fuori dagli schemi, è già un contenuto, il più importante in questo momento.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e autore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.