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La questione è centrale: l’onda d’urto della pandemia la pone all’attenzione. Nessuno si salva da solo per la banale ragione che tutti hanno bisogno degli altri. In senso materiale. Per le attrezzature, il personale, il supporto finanziario. I quali devono essere giocati su un ampio territorio, spesso potenziandoli in misura imprevedibile. Come minimo, serve una scala statale, sarebbe meglio quella continentale dell’Unione Europea.

Si pone, dunque, il quesito su chi debba decidere cosa, cioè della linea di comando. Abbiamo più volte sentito arrivare dalla regioni del Nord la richiesta di provvedimenti urgenti e drastici da parte del governo centrale. Salvo poi scatenare una corsa a prendere misure locali, in contrasto con quanto stabilito a livello nazionale.

Vecchio problema italiano: la frammentazione del momento decisionale. Per fortuna, nell’occasione Giuseppe Conte ha manifestato un’insospettata attitudine ad assumersi responsabilità pesanti. Inusuale nella tradizione dei nostri capi di governo. Esaurita la fase emergenziale, però, il problema tornerà a porsi. È davvero utile una simile struttura decentrata o è preferibile una maggiore centralizzazione?

Finora “federalismo” e “devoluzione” sono state parole d’ordine, circondate da aura magica e portatrici di sicuri miglioramenti per la qualità della vita degli individui. Sicuri sia così? Cosa accadrebbe se Lombardia o Veneto dovessero affrontare da soli situazioni tipo la pandemia da coronavirus? Soli dal punto di vista sanitario, finanziario, produttivo, politico.

La Cina ha potuto isolare Wuhan e Hubei, togliendoli letteralmente dal Mondo per mesi, perché il resto del paese produceva tutto quanto serviva all’aerea isolata. A cominciare da cibo e infrastrutture mediche. Sia chiaro: Milano equivale a un decimo di Wuhan, la Lombardia a un sesto dell’Hubei. Aggiungendo il Veneto, insieme le due regioni superano di poco il peso della sola Wuhan. La quale ha retto perché un pese-continente l’ha aiutata, caricandosela sulle spalle. È successo in quanto la Cina è un grande e ricco paese con una linea di comando chiara e precisa. Non sempre efficiente, ma comunque precisa.

Non è il caso dell’Italia e meno ancora dell’Europa. Nella Penisola abbiamo sopperito grazie a un uomo ritenuto da tutti “garanzia di ultima istanza”, blindato da un carisma personale addirittura stupefacente, il presidente Sergio Mattarella. Il quale non perde occasione di puntellare un primo ministro dall’inaudita capacità mediatrice. Tutto, però, è legato alle virtù di due singoli individui. Siamo privi di una linea di comando che funzioni a prescindere dai singoli. Invece, dovremo dotarcene. Viste le nostre modeste dimensioni, senza frazionarla tra governo nazionale bicamerale, venti regioni più o meno autonome, centosette province, settemilanoceventoquattro comuni e, visto che non ci bastava, anche quattordici città metropolitane. Decisamente troppo, confuso, costoso.

Quanto all’Europa… non varrebbe nemmeno la pena di parlarne se non per una ragione: rappresenta in maniera plastica come sarebbe la Penisola se quel minimo di autorità centrale rimasta fosse ulteriormente indebolita dall’ulteriore avanzata di forme federali o di devoluzione dei poteri. Chi abbia la curiosità di avere un’idea di cosa succederebbe se, in Italia, passasse la visione dell’autonomia, con un governo nazionale privo di risorse e con il potere solo di cercare di persuadere riottosi governatori regionali a fornirgli uomini e mezzi, materializzi davanti a sé lo sguardo smarrito di Ursula von der Leyen. La quale avrebbe voluto senz’altro chiudere subito tutto da Gibilterra a Capo Nord, per arginare il contagio, ma semplicemente non ha avuto la possibilità di farlo.

Quello del governo dell’Unione, però, è questione ancora diversa. Se ne occuperà la “quarta lezione”. Alla prossima.

 

 

Ps. Riflettete sull’ironia del Fato che colpisce i sovranisti: dopo aver predicato a squarciagola contro ogni estensione delle competenze dell’Unione alzano alti lamenti perché i vari stati membri si comportano adesso da… stati sovrani!

 

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.