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In questi giorni di fermo obbligatorio i buonisti e la loro retorica danno il meglio di sé. Arrivano sullo smartphone appelli ad appuntamenti per esporre bandiere tricolori, per fare concerti collettivi  o cantare insieme l’inno di Mameli ad una data ora, o applaudire, oppure a solidarietà di famiglia. Gli opinionisti (ma quanti sono tra giornali e tv?) si slanciano a profetizzare che ‘dopo’ saremo tutti migliori, che questa è una lezione, che cambieranno gli stili di vita. Tutto sembra fermarsi a riflettere. Ci si domanda: Il femminicida sta deponendo in questi giorni il coltello che ha già progettato di alzare sopra la sua vittima? Lo spacciatore aspetta tempi migliori e poi chissà? Mahh…. Intanto i Vip (ma quanti sono anche loro) solidarizzano con il popolo bue invitando a leggere, cucinare, stare con i figli e danno quel buon esempio che di solito non proprio sempre danno. Da che pulpito…..

Solo la politica è in bilico. Ondeggia. Tentata da una parte dalla retorica e dal fair play istituzionale (“in momenti come questi… eccetera” ) e dall’altra dalla speculazione, magari moderata, col fioretto più che con la sciabola, ma pur sempre speculazione ( “sommessamente mi permetto di dire che…e giù a dire che”) .

Ora non c’è dubbio che una cosa come quella che sta succedendo a tutti dà emozioni e sensazioni inducendo a riflettere. E le riflessioni possibili sono tante. E’ vero che la pianta storta dell’umanità, se poi la cosa si generalizza, potrebbe trarne insegnamento. Positivo. Potrebbe.

Dubitare che lo sappia o lo voglia fare però è lecito. Dopo le due guerre mondiali, qualcosa direi di enormemnte peggiore di quella che stiamo vivendo, superata la fase del ‘vogliamoci bene’, sono scoppiate guerre civili in molte situazioni d’Europa, oppure la politica ha avuto una recrudescenza, magari stimolata da quella democrazia che prima in molti luoghi non c’era. Vedi per esempio le elezioni politiche del 1948 in Italia e il clima di odio che le ha precedute, accompagnate e seguite. I grandi orrori nostrani come la mafia han ripreso vigore o non l’aveva forse mai perso. Questo male dopo un male non è stato comunque solo italiano. Quindi dubitare è lecito che ‘saremo migliori’, ma aggrappiamoci all’illusione.

Provo dunque a dare anch’io il mio contributo alle riflessioni e ai possibili segnali da raccogliere, con molte domande e nessuna certezza.

La percezione del rischio quando è immediata, diretta, provocata come in questi giorni di emergenza sanitaria è aumentata artificialmente rispetto alla realtà?

Direi piuttosto il contrario: questa dell’emergenza che stiamo vivendo è percepita correttamente e oggettivamente per quella che è proprio in quanto è diretta, anzi ‘in diretta’ permanente attraverso i media. Mentre altre, precedenti e future, che sarebbero ugualmente ‘emergenze’, sono invece sottovalutate perché non immediate ma remote e accompagnate dal pensiero: vuoi che capiti a me? A me non capita.

Quanti sono i morti in incidenti stradali ogni anno? E quelli dovuti al fumo di sigarette? E quelli da inquinamento più generale? E quelli di cirrosi? E quelli per droga? E quelle sul lavoro? Per restare solo al nostro mondo oppure chiedersi: quanti civili muoiono per guerre e quanti affogano migrando? Troppo facile rispondere che a conti fatti anche solo a livello italiano, per non parlare del livello planetario, i morti in questi frangenti resteranno forse di più di quelli morti per l’epidemia in corso, nonostante la sua crescita veloce. E dipendono dal combinato disposto di scelte irresponsabili, sia individuali, che collettive, che politiche come quelle che non stiamo facendo adesso che sono improntate invece alla responsabilità. Perché siamo sotto i riflettori e ad essere coscientemente irresponsabili ci vergogniamo un po’ anche su noi stessi.

Ma allargando si potrebbe dire la stessa cosa per i dissesti ambientali e per il cambiamento climatico. Adottare la scelta di introdurre una ZTL in centro città rispetto al clima dovrebbe essere più o meno come la scelta obbligata di stare a un metro di distanza oggi e, lo si sta discutendo in queste ore, dovrebbe essere come il sospendere le attività produttive dove non ci sono garanzie di protezione dal virus. Perchè la portata delle conseguenze delle emissioni delle auto (unitamente, si sa, a molte altre fonti inquinanti) non sono certo inferiori a quelli del Covid-19 a livello di conseguenze planetarie, oltre che più spicciamente per la salute. Eppure mentre per la situazione attuale anche l’imprenditore più incallito alla fine allarga le braccia e accetta chiusure o sospensioni, per una ZTL in centro imprenditori e commercianti fanno il diavolo a quattro condizionando la politica che più di una volta cede per non perdere voti. Le misure che si tanno adottando in questi giorni non sono tattiche sono strategiche perché solo chi guarda un po’ più lontano del naso può vedere l’uscita di sicurezza. Però la domanda che sorge spontanea è: tatticismi, cabotaggio, giorno per giorno per tutto il resto? O tutto il resto dovrebbe sempre essere considerato come il corona virus e affrontato con l’impronta della strategia e delle responsabilità?

Molti in questi giorni invocano le competenze, molti stanno elogiando le competenze che ci stanno salvando. E finalmente forse si capisce che per i grandi problemi o per i grandi temi (ma ce ne sono di piccoli?) il ‘tecnico competente’, come sta accadendo, dovrebbe sempre avere l’ultima parola se occorre anche rispetto al politico. Il quale, hai visto mai, potrebbe a sua volta unificare i ruoli, cioè essere quantomeno competente di ciò che si occupa. Un assessore o un ministro che sia andrebbe scelto non perché è un fedele del sindaco-capo bastone, o non solo per questo, ma perché tra le altre cose ha anche esibito un curriculum ‘reale’. Spulciamo la lista dei nostri assessori a Venezia, non solo adesso, ma da mezzo secolo a questa parte da quando ho memoria e domandiamoci se è stato così. Se si rallegriamoci….. Quanto all’eterno dilemma se il merito vada premiato e promosso, visto che la competenza si valorizza attraverso il merito, il dilemma si scioglie da sè. O meglio visto che ‘meritare’ in qualsiasi campo dovrebbe essere la norma per chi fa il proprio dove bene e come si deve, è il ‘demerito’ che andrebbe perseguito e non invece assolto e lasciato passare. Non vorrei più applaudire il pilota che fa un atterraggio ‘normalmente’ valido e appropriato, ma cacciare quello che non lo sa fare. Ma è così?

Molti in questi giorni elogiano chi sta dando anima e corpo negli ospedali, dall’infermiere al primario. Emerge il grande senso di responsabilità di questa gente. Ma torno allora sulla responsabilità perché è il grande tema che aleggia. E’ mai possibile che la invochiamo solo in questo caso perché c’è emergenza? E’ il concetto stesso di emergenza da considerare. Emergenza è ‘ciò che emerge’ da ciò che sta sotto e non emerge perché non è prioritario e urgente. Giusto. Ma mi domando: ci sono interessi generali e collettivi che non siano tutti prioritari? La politica si dovrebbe occupare solo di questi, lasciando le cose futili e secondarie alle scelte e alle azioni individuali e di piccolo gruppo. E ci stiamo rendendo conto in questi giorni di quante cose futili facciamo.

Stiamo imparando che un certo modo d’intendere la libertà è una cattiva bestia e si volge al suo contrario se è concepita come diritto assoluto. Io che sono un libertario lo penso da sempre. Stiamo vivendo e accettando le proibizioni, anche dure, perché sappiamo che un nostro gesto ‘libero’ determina una ‘non libera’ conseguenza per altri, obbligata, non scelta. Un pensiero liberaldemocratico serio dovrebbe essere sempre improntato a questo. Il suo equivoco storico è un liberismo stupido e generalizzato e che non è solo economico, che è pure quello che senza controlli e regole (che ci sono) fa più danni. Ricordiamo ancora che si voleva fondare un ‘partito liberale di massa’ all’insegna del motto ‘vietato vietare’, la più grande mistificazione del pensiero liberale per come ce l’hanno insegnato i loro fondatori. Poi stiamo apprezzando il servizio pubblico, negli ospedali questa volta, e anche l’intervento economico pubblico è invocato. Speriamo anche in questo caso che una mala intesa idea di libertarismo si corregga e che un pensiero liberal veramente cominci a considerare il pubblico come garante anche dell’interesse privato e persino individuale. E non il contrario.

Scopriamo allora il senso del ‘proibito giusto’ e del suo corollario: il controllo e la sanzione. Quello che si sta facendo oggi, controllo e sanzione, lo si può fare per tutte le emergenze vere del nostro vivere sociale, investendo molto in quello che può apparire ‘pletorico’ e non lo è (l’aggettivo che usa Federico Moro in queste pagine) per esempio polizia e forze dell’ordine. Il muratore sta salendo sul ponteggio senza caschetto? Intanto devi esserci per coglierlo sul fatto. E poi multa salata a lui (che a volte è il primo a sottovalutare) e multa salata al suo datore di lavoro che glielo concede o soprattutto molto spesso semplicemente non lo controlla. Giuste le multe a chi va a passeggio in questi giorni, ma si dovrebbe cercare di estendere il metodo a tutto ciò che conta per la sicurezza e il benessere generale.

Si sente in questi giorni un’irrefrenabile esigenza di governo e di decisioni centralizzate e di omogeneità dei sistemi, in questo caso sanitari. Mi si dice che le differenze tra le regioni italiane in politica sanitaria è nulla rispetto alla totale autonomia del Land tedeschi. Certo c’è l’emergenza e una parola e un comando solo sembrano ora più urgenti ed efficienti, ma dal momento che stiamo dicendo che la vita tutta è emergenza in quanto emerge per importanza, un pensiero alla bontà e sui limiti del decentramento a tutte le scale, quello invocato come ‘sacrosanta’ esigenza di autonomia, bisogna forse farselo. Si dice ora che bisogna andare con una decisione comune allargata, con una voce sola, perché il virus non conosce confini e va combattuto con scelte univoche e coordinate. Giusto, ovvio che giusto. Ma ancora: cos’è che non conosce confini oggi e che ha invece portata solo dentro ad ambiti limitati? L’economia? Sappiamo che no. La cultura e la conoscenza? Stessa risposta. Una ubriacatura di localismo e autonomismo che dura da decenni ci ha messo lacci ai tempi in cui avremmo dovuto avere tutto il contrario. Mi sono un po’ divertito a mettere in fila dal pianeta al quartiere i livelli di governo e di sottoinsiemi ufficialmente istituzionalizzati alle diverse scale e, tralasciando quelle a tema come la NATO, ne ho contati ben nove (!!!)***; dall’ONU alla delegazione di zona cittadina che è un sottoinsieme della Municipalità. Posto che gli estremi, ONU e delegazione di zona, contano troppo poco, il primo, o niente di niente di niente, l’ultimo, e che contano troppo quelli intermedi (variabili anche secondo il loro potere, il Mali non sono gli USA), i livelli forse vanno ripensati nel numero di gradi ma anche i numeri assoluti per ciascun livello. Mentre fiorisce qua e là l’esigenza di farne sempre di più per ogni livello, dalla Catalogna al Quebec fino al Comune di Mestre e dell’aimè attuato comune di Cavallino. Seppure è vero che oggi sono le regioni in prima fila per l’emergenza sanitaria e non i comuni che svolgono comunque un fondamentale lavoro di rincalzo,  utile per il rapporto con la cittadinanza e per i servizi, lascio immaginare lo scenario se il Comune di Venezia fosse oggi stato diviso in due in questi frangenti. Ogni commento è superfluo.

La Politica si sta dando una regolata assumendo un profilo istituzionale e deponendo le armi. E’ un po’ meno quel ‘sangue e merda’ di cui parlavo nel precedente editoriale. Non che lo sciacallaggio propagandistico non faccia capolino qua e là, ma è isolato, di voci un po’afone. Prevale per un momento la politica istituzione. Aggiungerei: prevale la politica tout court. Perché che cosa dovrebbe essere la politica se non rivolta all’istituzione che è la garante degli interessi collettivi e generali? Degli altri, quelli personali, se ne può occupare la famiglia, l’associazione, il club, la coppia. Ma ancora una volta. Perché solo in questa emergenza? Se non ci fossero i morti e i malati sarei portato a vederne gli aspetti positivi se dopo questa emergenza se ne uscisse con una politica che ‘ha capito’: la contrapposizione violenta e faziosa delle opinioni spacciata per democrazia nuoce sempre all’interesse collettivo e non solo per il virus attuale. Forse chiedere dappertutto governi istituzionali è un eccesso inutile, dannoso perché inattuabile; ma chiedere una dialettica politica dove siano bandite le parole maggioranza e opposizione forse si. Si scelgano governi e partiti di governo e parlamenti tra candidature e sigle diverse che eletti poi tengano conto anche delle tesi di chi non è stato scelto, soprattutto in situazioni dove chi governa, complice l’astensione, è sempre di minoranza, una condizione nella quale l’umiltà sarebbe d’obbligo.

Da qui una considerazione generale sul perchè cambiamo atteggiamento solo ora. Posare le armi come stiamo facendo, nella politica innanzi tutto, ma anche nella società e nelle relazioni interpersonali non è in omaggio ad un’astratta bontà, a un improvviso riguardo agli altri. Ma quando mai? E’ semplicemente utile e conveniente per un fine, si comune ma anche individuale. Non è cinismo ma la realtà. Stare in pace e lavorare insieme conviene. Anche e soprattutto al singolo. E poi a cascata, si sa, anche a tutti.

Infine questa emergenza è una lezione di uguaglianza. Se il virus non conosce confini non conosce neppure classi anche se è un po’ urtante vedere i giornali che sparano il nome dell’attore o anche dell’assessore che ha preso il virus perché noto e non quello di Berto Scarpa e di Nane Ballarin. Ma a parte questo non conosce classi. Impossibile non pensare allora ad una universale poesia del Principe Antonio De Curtis, ‘Totò’, “ a livella” che in un verso fa dire ad uno dei personaggi immaginati qualcosa che, se non alla morte, lo possiamo applicare alla minaccia della morte o del solo contagio. Perché è una minaccia democratica; a parte chi è in prima fila negli ospedali o nelle fabbriche, per il resto colpisce un po’ tutti nel mucchio. Dice il verso di Totò:

‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella”.

Una lezione d’uguaglianza che apre praterie di riflessioni. Che risparmio al lettore, ho scritto sin troppo. Ed è effettivamente un’altra storia da cui ricominciare.

 

*** Questa la conta dei livelli geoistituzionali: 1)ONU, 2)Unione europea, 3)Stato/nazione, 4)Regione, 5)Provincia (o Citta Metrop.), 6)Unione dei Comuni, 7)Comune, 8)Municipalità, 9)Delegazione di zona (dove c’è).

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.