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Prendete un periodo che nessuno prima aveva conosciuto, un virus che costringe tutti noi a sconvolgere le nostre abitudini e a rimanere in casa senza, come nel mio caso, attingere continuamente all’esterno per spunti di lettura e riflessione che sfocino poi nei pezzi che i miei lettori trovano ad ogni numero della rivista. Aggiungete la possibilità per la sottoscritta di scoprire di avere in casa una ricca messe di libri antiquari ereditati dalla propria famiglia, e che si è limitata finora a sfogliare, scoprendo meravigliosi inaspettati tesori.

Avrete così la chiave per capire il motivo della scelta del libro per questo numero della rivista.

Si tratta di un libro straordinario, sia per la data in cui è stato scritto, 1876, sia per la veste elegante , corredata da una serie di illustrazioni che ci fanno  viaggiare da est ad ovest degli Stati Uniti attraverso immagini che poi, per noi, sono diventate in qualche modo “classiche”, ma qui, nella forma di illustrazioni disegnate, segnano un confine ideale con una soglia di scoperta che non si è ancora  contaminata . La soglia di un viaggiatore francese abituato ai grandi viaggi (tre soltanto negli stati Uniti) ma sempre magnificamente stupito poichè (dalla prefazione) “Questo popolo ancora così giovane…ha superato sé stesso e ha portato fino ai limiti estremi il suo coraggio e la sua attività febbrile”.

L’analisi che emerge dalle pagine di questo libro è senz’altro a più livelli, ed è lontanissima da una naiveté che si potrebbe pensare di trovare. E’ un’analisi che fa confronti, che offre occhi attenti e disincantati, che affianca analisi di tipo sociale a studi sull’industria, aggiungendo soprattutto alla parte dedicata all’Ovest, squarci affascinanti su aspetti paesaggistici, mai celando le ombre e le luci di questo magnifico affresco del Paese che l’autore, da francese viaggiatore, stima ma giudica anche nelle sue contraddizioni.

La composizione dei capitoli dà spazio particolarmente ampio alla città di New York, chiamata Empire City. La città viene descritta da molteplici punti di vista, e ne emerge una serie di note di grandissimo interesse.

Ci sono ovunque date precise che fanno riferimento alle meraviglie della modernità che catturano fin da subito l’attenzione di Simonin. Ed eccone alcune: 1807 primo battello a vapore New York-Albany; 1825 Canale dell’ERIE che mette in comunicazione New York con i Laghi del Nord; 1831 prima ferrovia; 1842 primo Acquedotto, e last but not least 1876 New York raggiunge già un milione di abitanti.

E’ una città-porto quella che viene descritta, principalmente, fin dallo spettacolo magico che essa offre a chi arriva per mare, con un grandissimo movimento di imbarcazioni, di ferries, di steamers. L’Oceano viene definito in maniera inimitabile come un grande fiume tra America ed Europa, fiume attraversato ininterrottamente dalle navi a vapore. E ci sono le pagine su Wall Street, cogli agenti che già decidono con le loro grida le contrattazioni internazionali. E quelle sul Ponte di Brooklyn, allora ancora in costruzione, di cui c’è anche una illustrazione che mostra le chiatte cariche di materiale per completarne la struttura, mentre i piloni e le arcate, divenute nei secoli simbolo assoluto della città, si ergono già nella loro struttura definitiva. Ed ancora annotazioni sulla vivacità del mondo della stampa, sulla varietà degli abitanti distribuiti in 22 quartieri, già contrassegnati da fortissime differenze di ordine sociale, e dalla presenza massiccia di immigrati da tutto il mondo, dove spiccano italiani e irlandesi. Leggendo queste pagine, il pensiero mi è andato ai giovanissimi delinquenti di “C’era una volta in America” di Sergio Leone che, pur agendo negli Anni Venti nel Lower East Side, sono in relazione diretta con i ragazzi di strada che vengono qui così bene descritti, e per i quali già nell’Ottocento si costruiscono Lodging Houses prima, e poi scuole professionali, per allontanarli dalla strada.

E i teatri, dove cantanti travestiti “da neri d’Etiopia” cantano canzoni che insegnano agli uomini del Nord la vita pittoresca degli schiavi del Sud”, e il Circo Barnum, con le sue sontuose processioni di gente e animali con costumi di tutto il mondo. E i mezzi pubblici su strada e su rotaie, e i cantieri navali, che in pochi anni sostituiscono completamente il traffico di navi a vela con quello dei battelli a vapore.

Gira la testa, orientandosi all’interno di tutte queste informazioni, e le pagine dedicate al resto del continente, pur dichiarando in anticipo che non ci sono altre città negli stati Uniti paragonabili per modernità a New York, sono comunque generose di informazioni su Chicago, St.Louis, Detroit, i centri dei Grandi laghi, fino a sfiorare il Canada.

E’un Paese di paesaggi, ma sempre e soprattutto un Paese che sa già sfruttare a fondo le sue materie prime, siano esse nel sottosuolo, come il ferro, o arrivino dallo sfruttamento delle immense foreste.

E’ un paese giovane, con una società che dona un respiro sociale diverso alle donne, e dove le fortune delle famiglie che sanno osare economicamente, crescono in ricchezza in tempi brevissimi.

Uno spazio specifico, verso la fine del libro, viene dedicato alle ferrovie: per l’autore esse sembrano rappresentare la gloriosa risposta alla modernità da parte di un Paese che di risposte sembra averne già trovate moltissime. E’ un capitolo lungo ed accuratissimo questo dedicato alla meravigliosa rete che si va costruendo in quegli anni giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, una sorta di risposta nel segno del movimento e della possibilità di raggiungere rapidamente ogni angolo del continente del lavoro, della produzione, della scoperta.

Vorrei aggiungere, a conclusione di queste note su questo libro inconsueto e meraviglioso, che è anche possibile acquistarlo su siti specializzati in libri antiquari. Non sono quindi queste le note romantiche di chi va a caccia di tesori nascosti tra i suoi scaffali: è un invito a tutti i lettori a conquistarsi a loro volta la fortuna di sfogliare queste pagine, e sognare un viaggio Ottocentesco con gli occhi attenti di Monsieur Simonin.

 

L.Simonin , Le Monde Americain ,Souvenir des mes voyages aux Etats-Unis ,

Librairie Hachette, Paris, 1877

( Il libro è disponibile per la l’acquisto on line)

Elisabetta Ticcò è nata ed attualmente risiede a Mestre. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, nella stessa Università ha poi conseguito un Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Architettura ed Urbanistica. Le sue attività si sono sempre suddivise tra il teatro, con una lunga attività giovanile nella “Bottega del Teatro” di Dario Ventimiglia, e il mondo della scuola, dove ha lavorato presso un Liceo locale per più di 30 anni. Negli ultimi vent’anni si è specializzata inoltre nella disciplina anglosassone del “drama in education”, dopo due Summer Schools presso l’UCE di Birmingham , ed ha operato come organizzatrice di corsi di lettura drammatizzata nelle Biblioteche della Provincia e come formatrice di insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie Inferiori