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Nel mezzo dell’infezione pandemica da Coronavirus, chi è nato a Venezia la storia del Lazzaretto, o meglio dei due Lazzaretti, la sente dall’infanzia.

La prima era un ospedale per curare e isolare i malati di peste (e di tutte le successive malattie epidemiche), la seconda rappresenta un prodigio per la cultura umana racchiuso in un’unica parola, “prevenzione”; il sospetto di essere portatori del morbo sfociava in una segregazione sanitaria di navi, uomini, animali e merci per quaranta giorni. La quarantena è nata qui, a Venezia, più di cinque secoli fa.

In più di 500 anni la scienza ha fatto passi da gigante e ha fornito qualche certezza in più. Anche se questo coronavirus sta dando ancora del filo da torcere e non si lascia domare. Fino a quando?

Ma come si è tradotto tutto questo sapere dalle nostre parti è una domanda che ci si deve porre considerate tutte le diverse implicazioni del vivere civile e sociale che l’epidemia ha condizionato.

Abbiamo vissuto durante la quarantena (in verità una “sessantena”) in una sorta di limbo nel quale siamo rimasti tutti sospesi, assorti ognuno nelle sue intime considerazioni, nelle sue crude necessità, nelle sue infinite attese di un qualcosa che non si è ancora del tutto palesato.

Non l’epidemia con le sue dinamiche, che tutti abbiamo imparato con le posizioni spesso contrapposte tra esperti (virologi, immunologi, epidemiologi); non le disposizioni che hanno regolato la nostra vita quotidiana e che ci hanno relegato in una forma ammodernata di “arresti domiciliari”; non il senso di condivisione di responsabilità individuali che facendo massa si sono rivelate poi un vigoroso senso di responsabilità civile.

No, non è tutto questo, sul quale col tempo ci sarà modo da parte dei vari esperti delle diverse branche di sviluppare studi e riflessioni ben più ponderose.

E’ quel senso di indeterminatezza per cui non sappiamo come sarà dopo.

Non lo sappiamo da nessun punto di vista: le relazioni interpersonali, il lavoro, l’economia, la vita quotidiana, gli spostamenti, il vivere collettivo.

#iorestoacasa è stato il mantra che ha dominato le espressioni del vivere (in)civile di tutto il periodo del lockdown e che ha aperto riflessioni sui diritti e sui doveri dei cittadini.

Con un Governo che ha privilegiato “la costrizione” alla responsabilità. E che ha utilizzato fino in fondo il senso di paura che un’epidemia prodotta da un virus “sconosciuto” – per il quale mancavano le contromisure puntuali e terapeutiche, primo fra tutte il vaccino – per costringere forzatamente a casa più del 70% della sua popolazione attiva e il 100% di quella che non lavorava (bambini, ragazzi, pensionati).

Marcando differenze sostanziali con la gran parte dei Paesi europei che hanno adottato soluzioni meno pervasive e meno impattanti, salvaguardando comunque i livelli di salute pubblica, a livelli migliori dei nostri.

Un Governo che ha agito con l’aiuto di un sistema dell’informazione che ha diffuso a piene mani quel senso di paura, di terrore, esaltando ancora di più ogni preoccupazione, ogni défaillance, ogni manchevolezza, ogni bug del sistema (sanitario innanzitutto – quello lombardo sopra tutti con più del 50% delle ricadute Covid-19 rispetto al totale nazionale).

Generando quella che è stata correttamente definita infodemia.

Per cercare di giustificare tutto quello che di negativo si è prodotto nel sistema Paese: la caduta dell’occupazione, la perdita di PIL, il deficit strutturale, il prossimo picco del Debito Pubblico, il default di molte aziende del terziario.

Con la filiera del Turismo su tutte, che qui a Venezia avrà una ricaduta enorme. In senso negativo dal punto di vista economico e occupazionale, in senso (speriamo) positivo dal punto di vista delle scelte future sulla gestione che si vorrebbe non dover chiamare ancora over-tourism.

La Cultura, che è una delle cifre che contraddistingue la Città, ben oltre i suoi tesori architettonici, museali, persino al di là della sua unicità, è rappresentata anche dalle sue Fondazioni, Istituzioni del Contemporaneo, tanto da farne una delle capitali mondiali delle Arti contemporanee, ha misurato tutta la sua fragilità e la sua esposizione alle conseguenze della pandemia. La Biennale rinvia le esposizioni al 2021!

E poi c’è il sistema dell’istruzione.

L’università, molto più attrezzata e strutturata, ha prontamente fatto fronte con l’insegnamento online senza mai interrompere il flusso di lezioni e di lauree. Anche se ha perduto tutto il flusso internazionale basato sui corsi Erasmus e Overseas che hanno sempre caratterizzato la qualità della presenza studentesca veneziana.

Ma poi c’è tutto il sistema scolastico (quello delle primarie e delle secondarie su tutti) chiuso fino a Settembre!

Con i bambini e gli adolescenti lasciati in balia di un’improvvisazione e della buona volontà di un ampio numero (ma non tutto) di insegnanti che hanno provato a supplire con le piattaforme webinar.

Ma che ha prodotto un break emotivo, valoriale, relazionale che in quelle fasce di età è una parte costituente della formazione educativa.

Un break di altra intensità e di altro spessore invece quello che si è generato nella popolazione adulta, trasversalmente considerata – giovani, persone mature, anziani – che ha indotto in molti una paura più che diffusa nei confronti di un agente estraneo che questi soggetti continuano ad interpretare in modo catastrofico, al limite della paranoia, e che hanno eletto, ciclicamente, diversi soggetti “antagonisti” alla funzione di untori.

Un malessere di carattere psicologico che non sarà semplice rimuovere e che richiederà molto tempo prima di decantare fino ad un livello di sopportabilità condivisa.

C’è però un punto a favore del coronavirus, Covid-19 ha messo al centro della discussione il valore delle competenze: scientifiche, mediche, sociali.

Se torniamo indietro solo di qualche mese dobbiamo ricordarci come gli slogan dei Novax, dei negazionisti, fossero ampiamente diffusi e sostenuti in ambiti persino insospettabili.

D’ora in poi, da questo punto di vista, il claim “niente sarà più come prima” assume un significato pieno e concreto.

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)