By

“Io non posso essere il becchino del calcio italiano. Ho la responsabilità di difendere il movimento del calcio e il movimento sportivo.”

Queste le parole pronunciate dal presidente della FIGC Gabriele Gravina quando, al massimo della crisi Covit-19, si dibatteva se riprendere a giocare o interrompere il campionato.

Parole rispettose del suo ruolo e coraggiose se rapportate al momento in cui sono state dette e alle diverse opinioni prevalenti tra la gente.

Ma di quale calcio si sta parlando?

Di quello ideale e romantico con cui il calcio è cresciuto? Quello fatto di passione, onestà intellettuale, trasporto collettivo della gente? O quello che si misura nella vasca da bagno con i dollari di zio Paperone?

Quello delle vibrazioni emotive e di cuore che servivano da carburante per trasportare l’attaccante Francesco Patino (capocannoniere del Calcio Venezia nel 1958) finita la sua partita in Puglia da Foggia, dove era andato per giocare in Serie A, fino al Lido a trovare la morosa usando uno scooter per guadagnare tempo, spendere il meno possibile e rientrare a Foggia in tempo per l’allenamento del martedì.

O quello del miliardo finora guadagnato da Cristiano Ronaldo? Solo 105 milioni (lordi) nel 2019.

Gravina, che è anche docente universitario dei corsi di managment dello sport, risponde che il calcio in Italia oggi ha un impatto socio/economicoo di grandissima inportanza con un PIL nazionale pari al 7%, 250.000 posti di lavoro, 9miliardi di tasse pagate. Ed è su questo piano che il calcio italiano ha lavorato per riprendere a giocare in fretta e furia nel post lock down (3 partite alla settimana in Serie A e Serie B) prima che le emittenti televisive e streaming decidessero di cancellare l’accordo economico annuo per le riprese. Con possibile tracollo finanziario delle società calcistiche che avevano già… speso i soldi non ancora incassati per tali riprese.

Nel frattempo la FIGC, per fronteggiare i problemi economici in tempo di pandemia ha istituito il Fondo Salva Calcio di complessivi 21,7 milioni (5milioni a testa per Serie B, C, Dilettanti e 0,7 Femminile e 6milioni equamente suddivisi per una sorta di cassa integrazione per giocatori, allenatori e staff).

Questo attivismo ha prodotto la ripresa delle partite tra tamponi, qualche contagio, qualche isolamento domiciliare, tanti infortuni sul campo, stadi vietati al pubblico, caldo torrido, giocatori stremati e orari da nottambuli. Che poi quello che si è visto (in tv e streaming) sia stato uno “spettacolo” lasciamolo dire agli spot pubblicitari su tali eventi.

Ma oggi il calcio post romantico è anche Algoritmi, Valutazioni Statistiche, Analisi Fisiche, VideoMaker, VAR. La tecnologia la fa da padrona. Un male? Tutt’altro. Nulla è più lasciato a libere interpretazioni e alle parole di imbonitori di turno.

Per stabilire la valutazione di un giocatore si esaminano le partite giocate, i subentri, i minuti in campo, i subentri subiti, i gol fatti o subiti (se si tratta di un portiere), gli assist, i passaggi giusti e quelli sbagliati, i rigori, i tiri in porta e quelli fuori, i cartellini gialli, quelli rossi. Insomma, per stabilire la valutazione economica di un elemento tutti questi dati diventano fondamentali.

Mancano pianti e sorrisi, ma quelli fanno parte del calcio romantico del tempo che fu.

Ma manca anche la valutazione artistica, quella che ad esempio nei tuffi e nel pattinaggio spesso determina il risultato.

Ecco, il risultato. E qui qualcosa zoppica. C’è la ricerca dell’efficienza, mai o raramente dell’efficacia. Insomma, manca la ricerca sulla qualità. Che sia per questo che da Parigi dicono che la Juventus non si merita di avere in squadra Cristiano Ronaldo?

Ma la Juve da nove anni vince in carrozza il campionato. Forse i parigini, senza dirlo esplicitamente, vogliono far capire che se la Juve stravince, in Italia “tutto il resto è noia” come canterebbe Califano.

E noia potrebbe diventare anche per i tifosi, senza il fremito dell’imprevisto e dove il portafoglio delle società più o meno gonfio può appiattire tutto.

Perchè non si comincia a scimiottare la NBA dove i giocatori più bravi vanno si alle squadre migliori ma passando prima per una scelta aperta a tutte col principio delle “mari” di storica memoria oratoriale veneziana (i capitani pescavano gli elementi per la propria squadra usando il metodo dell’alternanza, uno a te, un altro a me, ancora a te, ancora a me).

E perchè, a livello mondiale, non si stabiliscono i tetti salariali dei giocatori? Le esagerazioni sono inaccettabili.

Giornalista pubblicista nato a Venezia nell’anno della Liberazione. Dirigente, per 40 anni, dell’Università IUAV Venezia. Per due tornate anche consigliere di amministrazione. Fondatore e direttore responsabile, per 25 anni, del periodico di cultura sportiva VE.Sport e del giornale on line VE.Sport.it. Autore e coautore di 15 libri di sport tra cui: “In campo”, “Venezia 1907, una squadra metropolitana”, “La Reyer e i cento anni della pallacanestro a Venezia”, “Campioni x 30”, “Trentatreperiodico”, “Lo scudetto dimenticato”, “Pragmatico sognatore”. Produttore esecutivo e sceneggiatore del documentario “Una Laguna, cento anni, mille gol” . Redattore di “Basket 2000”, corrispondente de “I Giganti del Basket” e “Superbasket”. Curatore, in periodi diversi, dell’Ufficio Stampa di Reyer, Venicemarathon, Nazionale Italia Volley a Venezia, Panathlon International Mestre.