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Luminosi Giorni, con spirito di servizio al fine di accrescere la consapevolezza per il prossimo voto alla Amministrative del Comune di Venezia, ospita una serie di interventi di personalità che riteniamo offrano spunti di riflessione per un voto ponderato e consapevole. Gli amici che hanno cortesemente offerto il loro contributo provengono da aree culturali, politiche e ideali le più diverse e offrono visioni talvolta molto confliggenti tra loro. Ma mai banali. Come Redazione ci piace pensare di poter contribuire a un confronto sereno e non fazioso sui temi che riguardano il futuro della nostra città. Alcuni degli autori scenderanno personalmente nell’agone elettorale. A loro, indistintamente, va il nostro in bocca al lupo e a tutti, candidati e no, un sentito grazie per la collaborazione.

Nell’ iper-trafficato bar di un’ iper-trafficata zona del centro storico, il foglietto incartapecorito e ormai stinto posto davanti alla pingue pila di “typical venetian sandwiches” recita:
“Tramezzino Porchetta/Peperoni € 1,80”
Appena sotto, in corpo più piccolo, la scrittina furbacchiona…  “al tavolo € 3,60”
Un po’ più sotto e più in piccolo “vedi lista ingredienti, intolleranze e allergeni”.
Un paio di metri (scarsi) separano il bancone dalla fila di tavolini dove stralunati avventori cercano un po’ di sollievo dall’estenuante camminata tra calli e campielli.
Cosa dirà quella gioiosa famiglia quando scoprirà che gli 8 tramezzini divorati in un attimo, sono costati loro ben € 28,80 invece dei 14,40 euro che avrebbero pagato se solo avessero potuto capire quanto scritto su quell’ innocente pezzo di carta?
Molto probabilmente, nulla. Diventerà anch’essa parte di quell’ infinita fetta di umanità che potrà dire “ci siamo stati sì…però…”
In questo tempo strano, piccati esegeti del cambiamento globale post-covid si presentano in centinaia di paludati webinar proponendo riflessioni catartiche, tra le quali, manco a dirsi, non poteva mancare quella sulle variegate ipotesi salvifiche di un centro storico e di una terraferma, presunte ignude vittime della crescente pressione turistica mondiale, la quale non lascerebbe alcuno scampo ad una città che rivendica invece il proprio diritto all’oblio.
Meglio se ben remunerato…comunque.

In realtà, vedendola in modo più razionale ed oggettivo, il fenomeno fortunatamente (e sottolineo fortunatamente) seppur complesso, è alquanto banale: oggi c’è più gente che può permettersi un viaggetto ed una vacanza. E la vorrebbero fare dove, da sempre, tutti hanno detto loro che dovrebbero andare. Punto.
Fine della brutale analisi fenomenologica.

Ecco allora che, dagli emeriti studi di Jan Van den Borg, prof. dell’ Università Ca’ Foscari, alle invocazioni per un turismo “intelligente” dei soliti intellettuali da salotto, passando per le ottuse proposte di un manipolo di professionisti del lamento, si ascoltano sempre e comunque le stesse conclusioni: “sono troppi”…”occorre contenere il fenomeno”…”la città ha bisogno di un turismo di “qualità”…”dobbiamo fermare il declino”…”occorre uscire dalla monocultura turistica”… e via andare. Tutti, ma proprio tutti eh, professori inclusi, continuano ad affrontare il problema dal lato più ovvio e, aggiungo io, anche il più comodo, ovvero la limitazione/riduzione della domanda di accesso alla città insulare, prima, e a quella di terraferma immediatamente a seguire per ovvi motivi di contiguità logistica.
La cosa sarebbe ipoteticamente da governarsi attraverso dei machiavellici sistemi di controllo e contenimento digitale che, per ammissione degli stessi proponenti, sarebbero comunque lacunosi in alcuni aspetti o di difficile implementazione nella gestione del quotidiano.
Questo, ove non sia possibile intervenire direttamente sulla limitazione della libertà individuale, dell’ annullamento dell’ iniziativa d’impresa o di bombardamento di intere zone del pianeta.
Per non parlare poi della complessa ed intricata foresta di interazioni economiche che interessano trasversalmente imprese, professionisti e lavoratori.

Ma…scusate…e l’ offerta?
Si perché, c’è anche l’ offerta
E la nostra città, sotto questo profilo, ha un problema grande come una casa.
Qualcuno si è mai preso la briga di prendere in seria considerazione la cosa e valutare con attenzione critica (!) quello che la città offre al Mondo? Il suo livello qualitativo medio.. Quale turismo genera, trattiene e mantiene?
Perché, in qualsivoglia settore industriale, merceologico, culturale o di servizio,  la prima selezione naturale della domanda avviene attraverso la determinazione della propria offerta.
Un banale esempio: le costosissime culotte decorate col pizzo di St. Gall non andranno sicuramente bene alla ragazza che le vuole seamless ed economiche per andare a correre.

Ora, sapendo che negli ultimi vent’anni la tecnologia, la facilità di spostamento globale,  l’avvento di nuove e diverse platee di utenza, hanno cambiato il concetto stesso del termine “turismo“, passando dal turismo “di scoperta” a quello “esperienziale“, a qualcuno è mai venuto in mente di fare un’ analisi dei contenuti dell’offerta che si produce a Venezia?
La nostra città come ha gestito questi cambiamenti? E la propria immagine, qualitativamente parlando, a chi è rivolta e che tipo di utenza richiama?
Se si continua ad affermare con inutile arroganza che “Venezia merita di meglio“, ci sarebbe da chiedersi cosa faccia la città per riceverlo questo “meglio“.
Permettere ancora,  per esempio,  quelle anacronistiche ed inamovibili bancarelle zeppe di mascherine ed osceni gadget che ostruiscono calli, campielli e storici porticati, non è certo sintomo di scelta qualitativa “alta” da parte della città.
L’accettazione di questa ipocrita finzione commerciale rappresenta per la città tutta una tacita e consenziente complicità nel mantenimento dello status quo del suo basso livello.
Se il “bacaro tour” diventa il top “esperienziale” delle magiche nottate veneziane, è comprensibile che si finisca poi nell’ Ibiza style di certe serate goliardiche, magari con tuffo finale in canale.
Ma quali altre venues di intrattenimento si propongono al turista internazionale, evoluto e magari anche “alto-spendente“? Fatte salve Biennale, Fenice e forse qualcosa del Goldoni, qual’ é il “cartellone” della città, sia insulare che di terraferma, al di fuori del solito percorso museale, monumentale e bacariano?

Certamente qui gli spazi non mancano:  Padiglione Expo Venice, Museo M9 (il cui inabissamento era stato ampiamente pronosticato), Candiani, Arsenale, Casinò del Lido.
Sono solo alcuni degli spazi disponibili per ospitare produzioni culturali, artistiche, creative ed innovative di alto livello, che si rivolgano allo stesso turista/utente che frequenta oggi musei e palcoscenici a Vienna, NewYork, Londra o Parigi.
Produzioni che potrebbero incidere positivamente sia sulla durata del pernottamento medio (oggi desolatamente ridotta a 2,7notti/persona) e quindi sulla spesa, sia sull’ occupazione di tutto l’ indotto artigianale, commerciale e logistico che le accompagnerebbe.

Il risultato ottenuto finora?
Il tramezzino che in 2 metri (due) passa da €1,80 a €3,60, con un valore aggiunto pari a 0!

In alcuni contesti professionali, si è arrivati addirittura a reclamare una valenza superiore e una difesa aprioristica della propria attività, solo ed esclusivamente in quanto locata in calle tal dei tali invece che in via vatte la pesca
Perdonatemi – chiederei-  ma come mai  fuori dai vostri studi non c’è una fila di clienti nazionali, se non internazionali, bramosi di utilizzare i vostri servigi, visto che l’ attività che svolgete avviene quasi completamente per via digitale?

Una città che incassa ogni anno miliardi di euro dal Mondo e che si definisce leader di cultura a livello mondiale, non può avere amministratori che titubano e questuano aiuti di fronte alle telecamere, quando anche una calamità naturale tipo Aqua Granda, rimane viene comunque gestito solidariamente da tutta la cittadinanza.
Avrebbero semmai dovuto mostrare i muscoli, essere rassicuranti, affermare con determinazione che la città ha qualità di efficienza e resilienza superiori alla media, proprio perché solidamente ancorata alla sua storia economica ed industriale, ricca di valori e saperi.
In quel momento, a fare danni d’ immagine ed economici ci pensavano già ampiamente i vari social che, nella loro scarna ed insipiente informazione,  avrebbero poi dato la stura alla cancellazione di migliaia di prenotazioni.

Si vuole selezionare la domanda? Benissimo.
Non servono tornelli, app improbabili o cavalli di frisia ad inizio ponte, e nemmeno sconfinate aree industriali abbandonate su cui far nascere cattedrali solitarie.
Occorre un progetto, di comunità e di città.
Ampio, ambizioso e proiettato nel futuro.
Un progetto collettivo di vero miglioramento culturale e produttivo.
Un cambiamento di cui tutti, oggi e domani, possano fregiarsi e sentirsi co-autori.

Si cominci allora, prima di tutto,  a capire quale target di sviluppo turistico e culturale si vuole approcciare in via prioritaria, e sia la città stessa, la sua amministrazione e la sua classe dirigente tutta, a condividere un percorso virtuoso di selezione dell’ offerta.
Perché è da lì, è dal prodotto, che tutto parte.

Nessuno ne vuol parlare, perché non è cosa indolore ed obbliga a scelte di merito.
Ma a brevissimo, se non ora, dovremo essere in grado di produrre ed offrire qualità.
Casualmente… la parola fa rima con dignità.

Chi è Gianfranco Gramola: classe ’56, laureato in architettura, vanta vaste e diversificate esperienze anche internazionali e oggi è titolare dello Studio Gramola che si occupa di creazione, gestione e valorizzazione di marchi commerciali. È stato uno degli esponenti di punta di UnaeUnica, il Comitato che si è battuto contro la separazione del Comune di Venezia nel recente referendum