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Si comincia con una lunga citazione di De Rita che, come spesso succede, vede lungo e disegna scenari.

«Io sono un teorico della resilienza italiana. L’Italia resiste a ogni cosa», dice in un recente convegno a Courmayeur. «E ha un fondo di bontà anche quella opportunistica, perché è sempre un meccanismo di sopravvivenza. Primum vivere, deinde philosophari».

Nel mezzo, ci sarebbe da governare.

Quando gli ansiosi di massa sfiduciati si scontrano con la più grande delle ansie – un combinato micidiale povertà-malattia-sofferenza-morte – il buio è talmente oscuro che una guida capace davvero di illuminare la strada diventa vitale.

E si governa con il consenso.

«E questo segue anche meccanismi di accentuazione degli eventi. I grillini erano su un altro evento, la lotta alla casta. Io credo che ci sarebbe la possibilità di scatenare un’onda sul tema del saper governare. In un Paese non governato da almeno 20 anni, con il vuoto di pensiero nei corridoi e nei gabinetti dei ministeri, arriva il momento in cui di fronte a una figura che promette governabilità, che propone un’idea di governo, ecco che l’onda del consenso si genera».

Lezioni di buon vivere civile, dalla pandemia non ne abbiamo apprese.

«Ciascuno di noi si è dovuto porre un problema personale, la responsabilizzazione individuale è diventata centrale nel momento dell’acuirsi della crisi sanitaria. Ma è un fenomeno legato soltanto alla paura, per una minaccia fortissima nei confronti della vita. Scemata quella, scema anche quel senso di responsabilità verso gli altri, che poi è il vero senso dell’etica e che non c’è stata negli ultimi 40 anni in questo Paese. All’apice di questa grande assenza è arrivato Grillo, ha detto “vaffa” ed ecco che abbiamo raggiungo il massimo della negazione di quella idea di responsabilità. Perché il “vaffa” spazza via tutto».

«Fossimo intelligenti, dovremmo gestire i processi che si scateneranno in questi quattro mesi, quando si aprirà questa fase di economia sommersa di sopravvivenza, di furbizia. Incanalando energie dove servono. Dovremmo puntare a rafforzare quattro pilastri, quattro filiere che possono permetterci di ricostruire l’Italia su solide basi. Il settore enogastronomico, quello del lusso, quello dei macchinari, il turismo. Attenzione: non riprendendo – con l’alibi dell’impreparazione e dell’emergenza – le vecchie abitudini».

 «O abbiamo il coraggio di metterci nelle mani di chi pompa valore nella catena, anche aprendoci alle grandi dinamiche internazionali, o restiamo soli. Una classe dirigente che pensa di tamponare con bonus, cassa integrazione e distribuzione a pioggia di denaro non crea nulla. Se continuiamo a fare così in autunno, sarà una tragedia».

Qualcosa, però, si crea: «Il consenso del presidente del Consiglio. Ma negli ultimi anni anche “grazie” al grillismo, noi abbiamo perso, nella classe dirigente, il senso della responsabilità istituzionale. E così rieccoci ai bonus».

E allora viene a fagiolo parlare di “classe dirigente” e di usare la querelle innescata dal Referendum per il Taglio del numero dei Parlamentari come paradigma per tirare in ballo gli esponenti del PD, o almeno quelli, non pochi, che in questi giorni si affannano a spiegare perché votare SI al referendum grillino pur senza avere ottenuto nessuno dei famosi «correttivi» da loro stessi fino a ieri giudicati indispensabili.

E definire questa adesione come azione riformista. Anzi, proprio il non plus ultra del riformismo.

A margine varrebbe la pena ricordare come a una “riforma” (non lo è, è solo una modificazione) costituzionale non si possano contrapporre a bilanciamento una serie di provvedimenti ordinari (quei “correttivi” sono tali) modificabili con altrettanta ordinarietà legislativa.

Dopo avere passato molto tempo a menarla con l’alto senso di responsabilità che imponeva agli uni di riformare la Costituzione proposta da Matteo Renzi e agli altri di difendere la Costituzione più bella del Mondo dalla riforma renziana, ora va benissimo, agli uni e agli altri, quel taglio che tutti quanti fino a ieri avevano giustamente giudicato un pericolo per l’equilibrio dei poteri e la stessa democrazia in Italia: “un pericoloso attacco alla democrazia parlamentare” era la definizione più gettonata in casa PD.

Eh sì cari esponenti del PD per primi avevate spiegato che tutte le garanzie poste dalla Costituzione a difesa delle regole, delle autorità terze e indipendenti, dell’equilibrio dei poteri — i quorum per l’elezione del Capo dello stato e dei membri della Consulta, o per cambiare la stessa Costituzione — si sarebbero paurosamente indebolite o sarebbero semplicemente venute meno, all’indomani del taglio, senza opportuni interventi costituzionali e sulla legge elettorale.

Ora dite invece che quegli interventi si possono fare dopo, che non c’è fretta, e che comunque la riforma va votata anche così.

In tale paradossale scenario per dimostrare coerenza (sic!) siete quelli che alla possibilità di restare al governo con il Movimento 5 Stelle hanno sacrificato la politica economica del governo (confermando quota 100 e reddito di cittadinanza così com’erano), i diritti fondamentali delle persone violati dai decreti sicurezza, dagli accordi con la Libia e dalla riforma della prescrizione (senza toccarli neanche con un fiore), nonché l’Ilva, Alitalia, lo ius soli e ora persino la Costituzione.

In breve, ogni punto di principio o di programma per cui vi siete battuti fino a ieri. E allora non prendiamoci in giro: questo governo e questa maggioranza, con tutte le scelte sopra ricordate, non rappresenta e non ha mai rappresentato, per voi, un’interminabile serie di sacrifici in nome di superiori esigenze.

La verità è che vi piace abbastanza.

Anche perché all’orizzonte ci sono qualcosa come 200 Billions di Recovery Fund da gestire (se mai sarete capaci di gestirli). E sai quanto consenso possono generare?!

E dunque l’alleanza strategica Cinquestelle-PD appena sfornata dal voto su Rousseau è un necessario e atteso spartiacque tra i populisti su una sponda e gli anti-populisti dall’altra.

Le cose adesso sono più chiare, per quanto preoccupanti: da una parte ci sono i sovranisti e i nazionalisti e ora, formalmente, anche il fronte Cinquestelle-PD, a formare la stragrande maggioranza delle intenzioni di voto, mentre dall’altra ci sono i liberali, i democratici, i socialisti, i repubblicani, gli europeisti, gli ambientalisti, non solo quelli già coinvolti dai partiti di Renzi, Bonino, Calenda, ma anche alcuni dirigenti e una parte degli elettori del PD e di Forza Italia che non accettano di essere guidati gli uni dagli illiberali Salvini e Meloni e gli altri dai demagoghi, dai giustizialisti e dai teorici del superamento della democrazia rappresentativa.

L’accordo PD-M5S, che nella testa dei maggiorenti è solo un accordo di potere con nulla in termini politico-programmatici, segna un passo avanti con la votazione sulla piattaforma della Casaleggio Associati che sdogana la possibilità per i grillini di fare alleanze locali con i partiti tradizionali (e di ripresentarsi anche per un terzo mandato).

Niente di particolarmente geniale, visto che la linea precedente – nessun accordo con nessuna forza politica – ha fatalmente portato il Movimento al disastro in ogni elezione comunale o regionale.

La scelta è frutto della disperazione pentastellata, discende dalla constatazione di essere diventati via via meno rilevanti.

Si impone perciò la domanda: cos’è oggi il M5S? 

Un Partito nel senso più prosaico del termine – non più un Movimento – finito in un limbo senza aria: meglio uscire all’aperto, sul ballatoio della politica politicante, avendo ormai dimenticato i balconi festanti da cui far discendere gli annunci tanto propagandistici quanto irresponsabili di “aver abolito la povertà”.

Fare accordi, compromessi, spartizioni. Ecco la sostanza: in onore della scatoletta di tonno.

E addio “vaffa”.

In tutto questo panorama salutato da molti come una prospettiva politica di lunga lena (Bettini benedicente, Franceschini officiante e Zingaretti assistente) la prospettiva di Renzi – l’unico politico che in questi ultimi anni ha avuto una visione per il Paese, l’unico che ha avuto il coraggio di bloccare la resistibile ascesa del Papeete Boy (che se era per il segretario del PD un anno fa gli avrebbe concesso le elezioni per poi vederlo incoronato Capo del governo del Paese) con una mossa laterale, spiazzante e controversa, ma che ancora oggi tiene in piedi gli equilibri precari di un’Italia prostrata e indebolita, ancor più dopo le conseguenza del Covid-19 – è opposta a quella dell’abbraccio di un euforico Zingaretti con un disperato Di Maio: è quella della costruzione di un polo riformista a cui obiettivamente la grillizzazione del PD offre spazi politici al momento imprevedibili. 

Anche perché questa prospettiva viene invocata da molti, viene praticata da alcuni (Azione, +Europa, Italia in Comune) e dovrà essere gestita con intelligenza e con le necessarie rinunce agli egocentrismi per maturare risultati tangibili e non marginali.

Chi vivrà vedrà.

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)