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Luminosi Giorni, con spirito di servizio al fine di accrescere la consapevolezza per il prossimo voto alla Amministrative del Comune di Venezia, ospita una serie di interventi di personalità che riteniamo offrano spunti di riflessione per un voto ponderato e consapevole. Gli amici che hanno cortesemente offerto il loro contributo provengono da aree culturali, politiche e ideali le più diverse e offrono visioni talvolta molto confliggenti tra loro. Ma mai banali. Come Redazione ci piace pensare di poter contribuire a un confronto sereno e non fazioso sui temi che riguardano il futuro della nostra città. Alcuni degli autori scenderanno personalmente nell’agone elettorale. A loro, indistintamente, va il nostro in bocca al lupo e a tutti, candidati e no, un sentito grazie per la collaborazione.

“Ma com’è vivere a Venezia?”. Essendo veneziana per scelta, tantissime volte mi sono sentita rivolgere questa domanda e, nel corso degli anni, la mia risposta è cambiata: da “fantastico” come giovane studentessa fuori sede che proveniva da una città di provincia e che scopriva un mondo completamente diverso a “Bello, ma…” con conseguente elenco delle criticità che in oltre trent’anni si sono manifestate.

E quando mi è stato chiesto di immaginare Venezia tra cinque anni, il primo istinto è stato quello di parlare dei molti problemi con i quali quotidianamente ci troviamo a combattere. Poi pensi alle cose positive che questa città offre: la più importante, a parere di mamma, è il modello educativo per i bambini. Il bambino veneziano da subito, vive una situazione particolare e privilegiata. Oltre ad essere a stretto contatto con l’arte, la cultura e un modello di vita che non si ritrova più in nessun altro luogo, impara molto presto un’autonomia che per quasi tutti è un miraggio. Si muove in ambiente a misura di bambino: un immenso giardino carico di storia ma che imparano a rispettare perché lo sentono come “casa”. Durante il periodo scolastico, è facile incontrare di mattina gruppetti di bambini (anche della primaria) che insieme vanno a scuola e nei pomeriggi di primavera (e in inverno quando il tempo lo permette), i campi vicino alle scuole sono un brulicare di calciatori, pattinatori, piccoli ciclisti… Più di qualche volta, i turisti si fermano incantati ed è il miglior modo per far capire loro che Venezia è una città viva con persone che la abitano e che affrontano la quotidianità allo stesso modo che nelle altre città.

Pur essendo una città cosmopolita, piena di gente, Venezia rimane un luogo protetto per i bambini: da sempre, e ancora tutt’ora, si ha un controllo di vicinato non più presente in nessun’altra città, nella zona di residenza ci si conosce, spesso i bambini vengono “controllati” un po’ da tutti; spesso noi genitori ci siamo sentiti dire “Ho visto tuo figlio che…”

Purtroppo però non sono molti quelli che vedono nei bambini il futuro; il più delle volte devono combattere per guadagnarsi quegli spazi che sarebbero loro: continua espansione dei plateatici nei campi (e non solo in questo periodo con le agevolazioni per il Covid), anziani che si lamentano per il rumore, carenza di spazi con giochi anche per i più piccoli…

La domanda quindi è cosa possiamo fare, soprattutto in questo periodo molto difficile, per loro? Vengono a mancare loro i luoghi primari di socializzazione, in primis la scuola soprattutto per i più piccoli che è fondamentale sia per imparare a stare con gli altri che per le competenze specifiche. La didattica a distanza non è pensabile per bambini che devono imparare materialmente a scrivere e a leggere e a rapportarsi con un ambiente diverso da quello familiare.

Ricreare una città a misura di bambino significa attivare un circolo virtuoso che parta dal problema principale di Venezia: la residenzialità.

Nei prossimi cinque anni sarà fondamentale attuare politiche che aiutino le famiglie a rimanere, tornare o venire a vivere a Venezia. Non deve essere più pensabile che nel periodo delle iscrizioni alle scuole primarie e secondarie ci siano sempre più scuole che non riescono a fare le classi e quindi si avvicinano ad una lenta chiusura. Una scuola che chiude è l’inizio della fine.

Aiutare le famiglie a vivere a Venezia: come si può fare? Durante il lockdown, le finestre chiuse erano il chiaro indicatore che non vi erano residenti, ed era inquietante vedere interi palazzi senza un abitante. Fare politiche residenziali non è semplice per il fatto che, giustamente, il privato deve avere la possibilità di decidere come meglio crede. Ma in città (sia di acqua che di terra) ci sono molti appartamenti chiusi che appartengono all’amministrazione e agli enti pubblici. Basterebbe dare la possibilità alle famiglie di poter restaurare a proprie spese: in cambio dei lavori, l’affitto verrebbe calibrato sugli impegni veramente effettuati.

In questo modo si sviluppa anche un indotto fatto di piccole imprese, artigiani e lavoratori che avrebbero tutto l’interesse ad investire e quindi a traferirsi e ridare vita a questa città.

Inoltre la nostra città offre spazi inimmaginabili per quella che è l’economia del ventunesimo secolo: la cosiddetta economia digitale. Questo mondo che va veloce e che non necessita più della presenza fisica del lavoratore, può essere visto come una grossa opportunità: grandi contenitori come “l’arzanà de’ Viniziani” (Dante, Inferno, XXI, 7) sarebbero luoghi ideali per il coworking; chi non vorrebbe lavorare in un ambiente dove si è costruita la storia, dove si era all’avanguardia già dal tredicesimo secolo? L’esempio dell’Arsenale è significativo: di fianco ad una vocazione prettamente economico-produttiva (non dimentichiamo che le navi venivano costruite in luoghi diversi e poi assemblate, solo pochi conoscevano l’intero “progetto”, una sorta di Fordismo ante litteram), c’era un’attività progettuale che non aveva eguali. Lo stesso potrebbe avvenire in questo momento: è il luogo per antonomasia di ricerca, sviluppo, progettualità. Creare laboratori e centri di studio (oltre a quelli già presenti, per esempio realtà come il CNR-ISMAR e Thetis che fanno studi sugli ambienti marittimi). Creare in un luogo simile centri di ricerca, significa anche richiamare le più prestigiose università straniere: famiglie intere che verrebbero a vivere in città, porterebbero quella ricchezza culturale ed esperienziale che da sempre è la caratteristica di Venezia: un luogo di incontro di popoli e culture diverse.

Questa caratteristica tipicamente veneziana di permeabilità di cultura, di accoglimento del “diverso” riporta inevitabilmente a quello che è l’assunto iniziale: chi più dei bambini è capace di adattarsi, di “assorbire” nuove sensibilità, di rapportarsi senza sovrastrutture a ciò che è nuovo?

Questa, almeno in parte, è la mia idea di città tra cinque anni, una città che si può sviluppare mantenendo la sua ricchezza più grande che sono le nuove generazioni. E per ricordare le parole della senatrice Segre, facciamoci prendere per mano dai bambini con la leggerezza e l’innocenza della loro età.

 

Chi è Veronica Sarti: bolognese di nascita ma veneziana di adozione. Vive in città con marito e tre figlio e lavora nell’azienda di famiglia nel ferrarese. Si candida al Consiglio Comunale nella lista Terra & Acqua