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Dunque Calenda si candida a Sindaco di Roma, è ufficiale.

Come andrà a finire, se avrà o meno l’appoggio del PD (per ora freddissimo), chi si troverà contro, se sarà eventualmente un bravo Sindaco (probabilmente sì) sono domande interessanti ma irrilevanti ai fini del ragionamento che vorrei proporre, volto tutto ai riflessi sulla creatura politica di Calenda: Azione.

Azione, che si è posta e si pone come alternativa politica per il governo di questo Paese. Che è fuoriuscita dal PD in netto contrasto con la prospettiva di alleanza con i cinquestelle e, diciamolo, con la deriva statalista, con la visione di partito socialdemocratico classico che questa alleanza in qualche modo comporta (e che molto si confà a larghi strati del partito democratico, in primis il Segretario). Azione, al pari di + Europa, analogamente a Italia Viva, si situa insomma in quell’area diciamo “di centro” che in qualche modo anela ad un’Italia diversa, che aspira ad affrontare nel merito gli eterni problemi strutturali di questo Paese. Potremmo tentare di definirla un’area riformista e progressista, liberale. Un’area politica poco premiata dagli elettori, eternamente sottorappresentata e pure divisa tra vari capi bastone.

La candidatura di Calenda può essere interpretata in due modi:

  1. Con questa mossa spariglia le carte, mette al centro dell’attenzione la sua forza politica e costringe il PD a supportarlo o a candidargli qualcuno contro. In ogni caso guadagna visibilità e si erge a un ruolo di protagonista che l’esangue 3% che i sondaggi attribuiscono ad Azione non gli consentirebbe
  2. Calenda si è rassegnato al fatto che sulla scena politica nazionale il  ruolo di Azione è e rimarrà marginale e allora ripara su una poltrona prestigiosissima dove ben figurare

Temo sia vera la seconda lettura. Per la banale constatazione che fare il Sindaco di Roma è un’attività a tempo pieno e non hai certo modo di fare anche il leader politico nazionale. Anche solo la campagna elettorale, che si immagina estenuante e lunga, costringe qualunque candidato a concentrarsi sulla città e solo su quella. Se il leader di una formazione molto personalizzata, piccola e necessitata a crescere si mette “a fare altro” le conseguenze mi sembrano ovvie. La candidatura di Calenda a Sindaco della Capitale rappresenta il de profundis per l’avventura di Azione. Scelta certamente consapevole che evidentemente rivela la rassegnata constatazione che anche Azione, come le due formazioni sopra citate, non è in grado di raccogliere consensi oltre la pura testimonianza; anche se, insieme, i 3 avrebbero un “tesoretto” di circa l’8%, non propriamente nulla. Ma questo è un altro discorso che ci porterebbe fuori strada.

Insomma, anche Calenda si è rassegnato al fatto che l’Italia non è un Paese per riformisti, per parafrasare il celebre film. Interessante in proposito l’articolo di Ilvo Diamanti sulla Repubblica del 19 ottobre che prende spunto da un sondaggio in cui viene chiesto agli intervistati dove si collocano. Solo l’8% si dice di centro, con una certa radicalizzazione rispetto al passato. Diamanti ne deduce che è il centro politico ad aver perso “appeal”. Francamente non mi convince molto. Perché non è questa la categoria di riferimento. Non è il collocamento equilibrato (ovvero né destra né sinistra) ad essere poco attrattivo. Anche perché lo stesso sondaggio di Diamanti rivela che ben un terzo degli intervistati semplicemente “non si colloca” (quindi potenzialmente si vede “al centro”). Quello che non attrae è una visione riformista, di rinnovamento radicale per cui si preferiscono le rispettive comfort zones.. lo statalismo e l’assistenzialismo da una parte (cinquestelle e larga parte del PD) e l’immigrazione, il sovranismo, l’avversione per le tasse dall’altra.

Una interessante lettura è questa intervista, a merito degli amici di SoloRiformisti, alla prof.ssa Claudia Mancina https://www.soloriformisti.it/il-futuro-e-di-una-sinistra-liberale/ che si interroga sui temi di cui sopra e su come coltivare una cultura liberale, riformista e progressista in Italia.

Tento immodestamente una mia chiave di lettura. Io penso che prerequisito per essere e sentirsi riformista (non importa se di destra o di sinistra) è porsi in termini 1) di collettività e 2) di futuro. Perché la forza, la voglia e la determinazione a cambiare e a fare la fatica (spesso molta fatica) di cambiare la si trova solo se si ha la percezione che lo sforzo sia fecondo e utile.

E può essere fecondo solo se si ragiona in termini di collettività e bene pubblico. Per esempio chi pensa che si debba riformare il sistema giudiziario lo pensa perché il Paese, cioè tutti noi, ne avrà un beneficio in termini di competitività, equità, attrattività.. non è una questione che si riflette (nella maggior parte dei casi almeno) nel mio quotidiano. E può essere utile solo se penso che i frutti del mio sforzo (e pure, certo, delle rinunce che possono essermi chieste) varranno nel tempo e saranno dunque colti anche dai miei figli e dai figli dei miei figli.

Ebbene, io penso che il nostro è un Paese biecamente conservatore, lo si è visto per esempio in occasione del referendum del 2016 (ne abbiamo parlato più volte) e, insieme, “pigro”. In più viviamo un momento di recessione da più di 10 anni, aggravato drammaticamente dallo tsunami Covid19. La crisi, direi inevitabilmente, fa sì che si concentrino le necessità sui propri bisogni specifici, qui e ora, e ci si richiuda in sé stessi. E quindi si cercano soluzioni facili ancorché fallaci.

Dal manifesto di presentazione di Azione si legge AZIONE è il luogo di mobilitazione dell’Italia che lavora, produce, studia e fatica. Ecco appunto fatica… più comodo ascoltare Salvini che ti dice che si risolve tutto con un condono tombale, o Di Battista che sproloquia di complotti della Spectre, o Zingaretti che dice.. (già, che dice Zingaretti?..). Più facile prendersela con gli immigrati, con l’Europa matrigna o invocare reddito di cittadinanza e cassa integrazione sine dine.

E Calenda, capita l’antifona, pensa a fare altro. Peccato. Peccato davvero.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.