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Ritorno su un titolo già utilizzato. «E pur si muove». Parole di Galileo Galilei, secondo quanto scrive nel 1752 Giuseppe Baretti. Pronunciate quando il Tribunale della Santa Inquisizione costringe il grande scienziato pisano a ritrattare le proprie convinzioni eliocentriche. La frase, solo presunta ma è bello credere sia vera, è diventata simbolo di resistenza contro la violenza intellettuale dei poteri costituiti, ma soprattutto all’ignoranza. Il nemico peggiore, perché nutrito di una radicale convinzione di possedere la conoscenza assoluta. Non solo nel Seicento. Perché l’Inquisizione continua a essere in buona compagnia. Ne abbiamo degli esempi recenti nella acque, mai tranquille, della Laguna di Venezia. A cominciare dal primo: il Mo.S.E.

Ormai dovrebbe essere un fatto acquisito: otto maree sopra i 130 cm con gagliardi venti di scirocco e una persistenza su più giorni. Risultato? Sette a uno per il Mo.S.E. e il goal della bandiera l’Adriatico l’ha segnato solo per un maledetto errore di valutazione di chi doveva decidere. Compiuto forse anche per risparmiare, pare che alzare le dighe mobili sia piuttosto oneroso, infatti. Altrimenti, il gigante giallo d’acciaio e cemento avrebbe fatto facilmente cappotto. Perché il Mo.S.E. funziona. E pure bene. Si alza e si riabbassa con facilità, resiste al mare e al vento senza che le paratoie cedano o si rovescino, stabilizzando un’impensabile quota di sicurezza all’interno oltre ogni più rosea previsione. Se ne resta in azione per un tempo superiore, e non di poco, alle migliori ipotesi di progetto. A dispetto sia in modalità provvisoria, incompleto, e bisognoso ancora di verifiche.

Ammettiamolo: gran bell’idea quella dell’ing. Alberto Scotti! L’hanno persino provata con alcune paratoie abbassate, per vedere se per caso fosse possibile farci passare in mezzo qualche nave. È andata bene anche così. A dispetto di tutte le critiche, dunque, l’opera si è dimostrata valida. A questo punto, oltre alla gioia dei veneziani ci si aspetterebbe qualche riconoscimento per progettista ed esecutori. Anche perché, cerchiamo di non dimenticarlo, per anni sono stati sepolti sotto una valanga di relazioni tecniche contrarie e di puri e semplici insulti. Le prime hanno persino messo in dubbio la competenza tecnica di Scotti. Si è trattato di un martellamento senza limiti, capace di esaltare gli avversari del Mo.S.E., di far sorgere infiniti dubbi in chi già ne aveva e persino di convincere lo stesso Scotti, nel 2019, a raccomandare di non alzarlo, mentre infuriava una serie di acque alte ancora peggiori di quella di quest’anno. Invece, con ogni probabilità,sarebbe andata bene già allora. Forse, Scotti&Co. si meriterebbero delle scuse. Di sicuro, un monumento da qualche parte in città. Perché nulla di tanto rivoluzionario e decisivo è stato mai portato a termine da secoli. Bisognerebbe essere riconoscenti. Siamo di fronte a un’opera unica al mondo, tra l’altro, un modello che potrebbe diventare una storia di successo, non solo qui.

Sono sicuro che tutto ciò non accadrà. Perché le polemiche, andate a sbattere contro il bersaglio principale, hanno solo cambiato direzione. Adesso il problema è il porto. Intendiamoci, un po’ lo è di sicuro, per la banale ragione che le conche di navigazione, pure previste nel progetto originale, non sono attive. Colpa del tempo trascorso dal momento in cui sono state pensate, un altro dei danni prodotti dalla lunghissima realizzazione, e di alcune mareggiate. Bisogna tornare a lavorarci sopra. Si può fare. Servono ancora dei quattrini e circa un anno ulteriori di lavori. Vale la pena agire, però. Subito. Se possibile. Abbiamo davanti agli occhi i disastri, ambientali ed economici, prodotti dall’ostinato rifiuto di portare a termine i lavori iniziati. Non impariamo mai dall’esperienza? Facciamone tesoro, una volta tanto.

Lo ammetto, anch’io ritenevo missione impossibile salvare la città dalla acque alte eccezionali, garantire l’ambiente e il porto, contemporaneamente al fatto di riuscire a nascondere al meglio sotto-acqua l’intero sistema di difesa. A quanto pare, l’impresa potrebbe anche riuscire. Merito della flessibilità assicurata dalle dighe mobili. Il porto interno, una geografia pericolosa e allo stesso tempo ricca di opportunità, non è più da infilare nel cassetto dei ricordi e basta: in realtà, nulla impedisce di scavare adesso i canali nella misura necessaria al transito delle navi. Solo quelle giganti sarebbe opportuno lasciarle fuori, nel già immaginato scalo d’altura. Quindi, non solo conche di navigazione, ma anche scavo dei canali e banchine in alto mare. A questo punto, con i binari che arrivano già sotto nave e un migliorato sistema di collegamenti fluviali, stradali, aerei il porto di Venezia, già adesso dotato di un’enorme superficie a terra utilizzabili avrebbe le carte in regola per sognare un grande futuro. La dicotomia salvaguardia-porto, semplicemente, non esisterebbe più. Anzi.

Sogni di una notte senza sonno? Neanche per idea. Pensieri stimolati dalla visione del gigante giallo e magnifico che sorge dalle acque per fermare la marea. A proposito di costi: qualcuno ha mai fatto i conti quale sia stato il prezzo pagato dalla collettività per il rallentamento inflitto ai lavori di costruzione? Perché un vero bilancio conclusivo non può eludere la domanda. Il Mo.S.E. ha avuto un prezzo di per sé lievitato a causa dei ritardi e delle ruberie, più facili quando le opere non seguano il normale cronoprogramma, ma quali altri vanno imputati alla città per il suo mancato funzionamento? Lo stesso discorso si può adesso fare per il porto e il porto d’altura: certo, rimettere il primo in condizione di lavorare e realizzare il secondo ha di sicuro un prezzo, elevato. E non fare niente? Quanto costa restarsene inerti a guardare i fenicotteri rosa, mentre davanti a noi si apre una marea di opportunità? Venezia, il Veneto, l’Italia hanno già pagato e molto i Tribunali della Santa Inquisizione in continua attività per negare l’evidenza: e pur si muove, questo il fatto. Il Mo.S.E. si alza, il porto è in grado di farcela, senza che vi sia contraddizione con la salvaguardia della città, dell’ambiente, della laguna… che di per sé, cari i miei epigoni di Torquemada, non è affatto un ecosistema naturale, equilibrato e da non toccare perché si mantenga inalterato. Siamo di fronte a un ambiente piuttosto recente, invece, creato da mare e fiumi in lotta tra loro e mantenuto con ostinazione dall’uomo con mille artifici e interventi, invasivi ben di più di qualunque Mo.S.E. o risistemazione portuale. Leggere per credere. Potremmo cominciare da Wladimiro Dorigo e il suo Venezia Origini, ripreso in mano in questi giorni. Così, tanto per dire. Leggere, appunto. E pur si muove.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.