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Sappiamo che da quando esiste l’emergenza COVID19 tutta la questione del confinamento e delle restrizioni è stata oggetto tra le persone di divisioni e di valutazioni diverse, anche opposte. E’ un dato di cui tener conto. Molte osservazioni a favore o contro non erano, non sono, campate in aria. Da entrambe le parti. Era del resto inevitabile che accadesse, sarebbe stato da stupirsi del contrario, su sessanta milioni di italiani, seicento di europei e oltre sette miliardi di umani.

Grottesco piuttosto che la radicalizzazione delle valutazioni sia corsa sull’asse sinistra destra in Europa e anche nel mondo, basta pensare agli Stati Uniti, e poi, neppure a dirlo, a casa nostra. Confermando una volta di più l’assurdità di mantenere nel lessico sociale e politico categorie identitarie spaziali, nel concreto notoriamente relative e diventate dogmi assoluti, che si prestano ad usi così distorti come le considerazioni sull’esistenza o no di un’emergenza contagio. Il cantautore milanese Giorgio Gaber aveva tentato ormai quarant’anni fa di farle a pezzi con ironia, ma vedo che resistono. Personalmente ne faccio a meno da tempo e semmai mi sento sollevato perché non devo più rendere conto ad archetipi astratti e a costruzioni immaginarie (per render conto solo alla mia coscienza e alla legge, gli unici due riferimenti normativi che dovrebbero contare).

Non entrando però nel merito di queste valutazioni pro e contro, le restrizioni in generale e quelle applicate alle feste in particolare si prestano a riflessioni collaterali che riguardano le dinamiche sociali attuali. Se ne possono fare molte, ma, asteriscandone alcune (*) solo per segnalarle e rimandarle ad altri o ad un altro momento, mi concentrerei per ora su di una. Improvvisandomi per un momento sociologo e un po’ psicologo, un gioco di ruolo, ma su fatti reali, in cui non è inutile qualche volta cimentarsi anche da dilettanti curiosi come me.

Dunque. Fa pensare la voglia insopprimibile di socialità, percepita come repressa in questa fase, il desiderio dell’abbraccio, del contatto, il rapporto con l’altro diventato improvvisamente centrale e ineludibile. Fa pensare.

Qual è il contesto sociale in cui questo desiderio represso di donarsi agli altri avviene? E’ la vecchia e stanca società occidentale. Nella quale molti che si occupano di società, e non il dilettante quale sono io in questo momento, hanno da tempo – decenni ormai – rilevato un individualismo spinto, confermato dal numero crescente di nuclei atomizzati, vale a dire non-famiglie di singoli. A volte, spesso, voluto e cercato, a volte inevitabile come conseguenza di separazioni, che tuttavia vanno inserite in questa esigenza di – chiamiamola – libertà e irriducibilità della propria sfera personale.

E’ il prezzo della cultura libertaria che da secoli ormai scandisce il ritmo delle società cosiddette più avanzate. (tralascio la riflessione su questa non sempre bene intesa idea di libertà*). Non sono mai propenso a generalizzare e quindi di conseguenza non sono sempre d’accordo che la società attuale sia in preda ad un individualismo così estremo per tutti e ovunque. Lo tempererei con un ‘dipende’, che a Venezia si direbbe ‘ciò, conforme’, ma è indubbio che per molti sia così. Ebbene, in piena orgia individualistica all’improvviso ecco questa insopprimibile esigenza sociale di donarsi agli altri, per far loro, si presume, del bene. Se interpellato, chiunque, se richiesto di dar ragione di quest’esigenza di socialità, risponderà così: donarsi perché l’altro ha bisogno della mia solidarietà, che anche un abbraccio simboleggia. Però chi risponde così, inconsciamente s’intende, un po’ mente. Parafrasando e modificando un noto detto: mente, senza sapere di mentire e lo assolverei per questo. Perché è anche lui che, in fondo in fondo, ha bisogno dell’altro. Questo è il dato profondo inconfessabile che sta sotto questa smania di contatto.

Anzi l’ego molto solido, o, meglio, sempre in cerca di solidità, e che sta sotto ogni opzione individualista, non può manifestarsi se non con lo specchio dell’altro. Il centro del mondo resta il donatore. Non a caso chi nel tempo ha costruito un bozzolo di relazioni attorno alla coppia, temperando, a volte di molto, l’opzione individualista, in questa fase restrittiva è più autosufficiente e smania meno di socialità. Perché in fondo l’ha praticata da tempo. Naturalmente costruire il bozzolo è costato in limitazioni, anche della personalità, ha richiesto una certa costanza, ma è un prezzo che ripaga in questi casi.

La centralità del Natale come evento andrebbe inserita in questo quadro e in questa riflessione. Anche se ne assume molte altre. C’è quella del familismo italico*, tutt’altra cosa dal bozzolo sociale della coppia e derivati, familismo molto italico centromeridionale e mediterraneo, che meriterebbe un’ analisi complessa, buona materia per sociologi veri; e che ha avuto una plastica conferma nella fuga degli insegnanti meridionali dalla scuola del nord con alcuni giorni di anticipo.

E c’è la considerazione su come alcune importanti feste religiose siano diventate degli eventi assolutamente sganciati dall’origine (religiosa) e divenuti grandi eventi civili*.

La mutazione richiederebbe anche qui un’analisi accurata, ma c’è da prenderne atto. Atei, agnostici e indifferenti che non rinuncerebbero mai a Venezia alla festa della Salute o di San Marco, o del Redentore, o altrove di altri patroni; e non rinuncerebbero, veniamo al punto, al festeggiamento del Natale e, evento nell’evento, al pranzo di Natale. Qui vorrei solo riagganciarmi alla considerazione già fatta su una società dichiaratamente individualista. In cui molti hanno rinunciato volutamente a famiglia, o vita di coppia e ad avere figli; in cui molti figli, se poi ci sono, spariscono appena possono in giro per il mondo o a fare l’università fuori in facoltà che hanno anche sotto casa; spesso come sappiamo, e purtroppo, di necessità, ma altrettanto spesso no, per il motivo più terra terra di farsi i fatti loro senza controlli. Su una società così e anche molto altro su questa linea, in cui poi gli stessi protagonisti  smaniano per il pranzo di Natale. Una lettura facile che mi pare di poter proporre è che l’individuo atomo vuole dettare lui i tempi e i modi della sua socialità. Almeno una volta all’anno mi dono agli altri e voglio sentire il loro respiro e m’interesso delle loro storie. Poi lasciatemi sparire di nuovo. E’ l’altruismo a tempo, e dosato. Un po’ per sentirsi a posto con la coscienza.

Mi pare di poter concludere che in una società che ha fatto a pezzi velocemente il rapporto con il proprio passato, le tradizioni soddisfano questa esigenza di mantenere un bandolo d’identità (propria).

Lo stesso dicasi per la smania del dono, l’incrollabile ‘regalo di Natale’ (a parte tutte le altre considerazioni che si possono fare sul consumismo; le stesse che si fanno ormai da sessant’anni dai tempi del boom economico non solo italiano. E in cui le festività hanno sempre costituito una licenza all’iper consumo, una sorta di alibi*.). Qui il regalo, e la ostentata generosità nel regalo che ci sta sotto, sono stati da un pezzo interpretati da ricerche psicosociali come forma di potere sull’altro*: uno smascheramento e un ribaltamento sconcertante, ma realistico che si potrebbe anche applicare in genere al fenomeno della solidarietà*.

E si torna sempre lì. All’uso che si fa della socialità come bisogno proprio. Facile la considerazione di questo bisogno osservandolo nei riti di massa, specie giovanili, alle movide e agli aperitivi giovanili, che poi tanto giovanili non sono sempre. Lì la cosa è addirittura scoperta: esserci, con gli altri, per esistere. Ampliando il discorso, essendo stato insegnante per quarant’anni, posso dire con una certa sicurezza che per molti studenti la scuola ‘manca’ anche per questo stesso bisogno d’esserci.

Può essere che per alcuni ci si renda responsabilmente conto di quanto veramente s’impara a scuola e sentirne per ciò la mancanza. Ma mi si permetta di dire con cognizione di causa che per la maggioranza studentesca la smania di tornare tra i banchi è per riprendere quella festa quotidiana permanente che sono le relazioni scolastiche, nelle quali l’ego in crescita si sviluppa. Non è un caso che nelle scuole vengano, come si dice ora, bullizzati quelli che appaiono autosufficienti e che riescono a fare a meno di questi branchi che si creano a scuola. Ne ho avuti di questi personaggi e non nascondevo la stima per loro, a prescindere dai risultati (questa loro autosufficienza già lo era). Considerati asociali, imbranati e quindi ‘sfigati’, in realtà sono caratteri più forti che sono gli stessi che ora capiscono l’importanza formativa scolastica di cui sopra. Per tutti gli altri la mancanza di scuola è l’impossibilità per il loro ego di esistere che li fa sentire come leoni in gabbia. Chissà invece che non li educhi a una maggior autosufficienza.

Si potrà dire che tutte queste considerazioni lasciano il tempo che trovano, anche perché sono letture che si basano osservando le intenzioni dei comportamenti, inconfessate si, ma difficilmente misurabili: non posso mettere in campo numeri e dati. Chiunque mi potrà smentire con facilità: la mia parola contro la tua. Sono pensieri. Che peraltro vorrei sganciare da qualsiasi intenzione moralistica. Tutto ciò che ho cercato di dire non è il male. Se è fondato, “è”, semplicemente. L’utilità è provare a riconoscere queste dinamiche e prenderne atto. E’ un tentativo di conoscenza e provare a conoscere è sempre utile. La stessa smentita, che accoglierei molto volentieri, può attivare un successivo e maggiore approfondimento delle stesse dinamiche sociali. Anch’esso utile.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.