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La storia dell’umanità è stata una storia di migrazioni.

I flussi migratori sono stati tappe ineludibili per la costruzione del nostro mondo.

Se cerchiamo di interpretare il percorso dell’umanità e ripassiamo un po’ di storia non possiamo non risalire all’Homo sapiens, all’Homo Habilis ed erectus per capire che è da flussi migratori provenienti dall’Africa che deriviamo, tanto che da quel continente ebbe inizio quel fenomeno che portò gli uomini a distribuirsi nell’intero pianeta, producendo anche effetti biologici e genetici fino ad omogeneizzare la nostra specie.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che ci consideriamo indoeuropei, quindi, che le nostre origini affondano le radici nei flussi migratori provenienti dall’Asia centrale.

La straordinaria Magna Grecia, col carico di cultura, di patrimonio artistico, architettonico, scientifico, filosofico, di cui abbiamo ancora oggi ampie testimonianze, è stata frutto di una colonizzazione determinata da un flusso migratorio originato da città della Grecia antica.

E che dire delle ondate delle invasioni dei barbari, irrefrenabili, che, dopo un processo di assimilazione progressiva, fecero crollare un impero quasi millenario quale quello romano, dando luogo ad un lungo periodo di dominazioni ma anche di integrazione e interazione tra popoli, dai Goti ai Longobardi ai Franchi, agli arabi, età foriera di una fioritura culturale, di una ricchezza linguistica e artistica straordinaria.

E poi le migrazioni forzate degli schiavi africani, 14 milioni in un paio di secoli, che hanno stravolto la storia, la lingua, la cultura dell’America centromeridionale, regalando anche infinite sfumature del colore della pelle e un variegato e variopinto sincretismo religioso e culturale.

Pensiamo poi agli inglesi che, giunti nel nuovo mondo, ai danni dei nativi e in barba ad una legge vigente imposta dalla madrepatria, superarono il confine posto nei Monti Appalachi. Iniziarono, così, la corsa al West, colonizzando quelle terre che diventarono, poi, gli Stati Uniti d’America che, riducendo in riserve i veri nativi americani, hanno costruito la loro identità attraverso flussi e ondate migratorie provenienti da tutto il mondo, creando un Melting pot, un crogiolo di religioni e culture diverse, col risultato di aver costruito, non la somma delle varie identità ma una nuova identità condivisa, l’America e gli americani, a prescindere dalla loro provenienza.

E, ancora, Israele che si è costruita con il processo di migrazione degli ebrei della diaspora provenienti da tutte le parti del mondo.

E pensiamo a noi italiani che in 27 milioni (cifre stimate) in nemmeno un secolo, in più ondate, abbiamo lasciato le nostre terre in una sorta di dispersione per il mondo, un esodo causato da condizioni socio-economiche estremamente precarie. Non emigravamo a causa di guerre o di violazioni di diritti e non fuggivamo da dittature (anzi durante il regime l’emigrazione si fermò) ma eravamo solo “migranti economici” in cerca di fortuna e di una vita migliore.

Migranti per decenni, abbiamo smesso, in parte, di emigrare dopo il boom economico quando le condizioni economiche sono complessivamente migliorate ma, al tempo stesso, le diseguaglianze nella crescita economica e sociale a livello nazionale hanno comportato migrazioni al nostro interno dal sud verso il nord. E, infine, da terra di emigranti siamo diventati attrattivi e ci siamo trasformati in terra di immigrazione.

E, in tempi più recenti, migliaia dei nostri giovani emigrano all’estero non più come bassa manovalanza in cerca di lavori sottopagati bensì come eccellenze, come ricercatori e scienziati, altamente specializzati, alla ricerca di una valorizzazione delle loro competenze, che ovviamente non sempre vengono riconosciute e adeguatamente retribuite in patria!

E l’elenco sarebbe ancora lungo.

E adesso ci spaventano quelle migliaia di immigrati che arrivano e si disperdono sul continente europeo?

La storia, pertanto, ci insegna che sono flussi inarrestabili, incontrollabili, flussi che si autogovernano e autocontrollano, che così come iniziano allo stesso modo si esauriscono ma non possono essere bloccati perché nascono tutti dalle stesse ragioni: la sopravvivenza, la ricerca di terre, lo sfruttamento di risorse, il bisogno di cibo o di pace, fuga dalle dittature o da guerre o dal terrorismo, la ricerca di un lavoro e quindi di una vita migliore o per avere garantiti diritti che nel loro paese vengono violati o per tutelare addirittura la propria vita.

Flussi inarrestabili, dicevo. Solo un cambiamento socio-politico-economico dei paesi di partenza potrà modificare questi flussi.

Quindi, consideriamo pure “clandestini” le persone che approdano nel nostro paese, mistifichiamo pure, facciamo intravedere “spettri che si aggirano per l’Europa”, consideriamoli “nemici che ci invadono e da cui dobbiamo difenderci”, sventoliamo la bandiera della sicurezza contro il terrorismo, ripetiamo fino all’ossessione: “ma non possiamo accoglierli tutti”, prefiguriamo futuri scenari apocalittici di dominio e di imposizione della religione, o di “sottomissione”, criminalizziamoli…ma sono flussi incontenibili.

Inoltre è sotto i nostri occhi un processo di de-umanizzazione dell’altro, considerato il nemico, il rifiuto da eliminare che ci rimanda ad una sorta di “razzismo” di stato (sotto forme democratiche) che, privando “l’altro” di umanità e di dignità, segna la morte dell’Occidente, lo depriva di quei valori su cui è sorto, degradandolo a carnefice di quelli che sente come corpo estraneo.

Puoi chiudere i porti, mettere filo spinato alle frontiere ma non puoi fermarli.

E’ sotto gli occhi di tutti come ciò che era indicibile prima è stato legittimato. Il razzismo e ogni forma di discriminazione sembrano lecite in nome di una presunta sicurezza non ben definita. Demonizzati e criminalizzati,

ma mai nessuna migrazione è stata arrestata, nessun muro, nessun filo spinato o legge è mai riuscita a stoppare questo fenomeno che è tutto umano trasversale, universale e di ogni tempo.

Non puoi fermarli.

D’altronde è anche vero che la politica, ovviamente, non si può tirare fuori accettando fatalisticamente che questo fenomeno rientri senza intervenire. Alle politiche nazionali e soprattutto a quelle europee spetta, quindi, la capacità di gestirli, controllarli, supervisionarli, governarli, direzionarli, manovrarli, pilotarli. Possiamo, anzi, dobbiamo vigilare o arginarli ma fanno parte dell’evoluzione dell’umanità.

Bisognerebbe avere, però, la volontà di avere una visione d’insieme, una visione complessa e complessiva del fenomeno per affrontarlo in tutta la sua articolazione! Innanzitutto “aiutandoli a casa loro”, cioè, rinunciando alle politiche di sfruttamento e di rapina oltre che di destabilizzazione politica di molti di questi paesi, consentendo loro la libera fruizione delle ricchezze e delle risorse dei loro territori, abbandonando le politiche neo-colonialiste, abdicando a logiche di dominio economico o di controllo politico. Ma soprattutto una visione globale deve prevedere un controllo che segua questi flussi dalle partenze dai loro paesi all’arrivo nei nostri territori, al riconoscimento di una qualche protezione, alla gestione dell’accoglienza, alla distribuzione tra i vari paesi europei, all’integrazione e all’inclusione, alla cittadinanza, allo ius soli.

Ma al tempo stesso è anche vero che, nella vacanza delle istituzioni che tardano ad assumere scelte politiche forti, frutto di un progetto di ampio respiro, ognuno di noi può svolgere un ruolo di supplenza, e, con coerenza ideologica, nel suo piccolo può cambiare le cose, l’importante è mettersi in gioco” e scegliere da che parte stare. Odio gli indifferenti, diceva Gramsci, l’indifferenza porta al silenzio, alla deresponsabilizzazione e ad essere complici di sistemi che minano alle radici il concetto stesso di democrazia.

E invece sono sotto gli occhi di tutti catastrofi umanitarie senza precedenti per le quali non possiamo deresponsabilizzarci.

Liberiamoci, quindi, dalle menzogne, sfrondiamo la nostra percezione del fenomeno dalle false e aberranti narrazioni, deformanti della realtà, restituendo dignità agli esseri umani a cui l’abbiamo sottratta e assumiamo, quindi, una responsabilità individuale per “diventare partigiani” per modificare la cultura dell’odio in cultura dell’accoglienza. Una cultura funzionale a decostruire stereotipi e pregiudizi, modificando la polarizzazione della società, “noi da una parte e loro dall’altra”, attraverso una rete di solidarietà che costruisca un “NOI” (noi insieme a loro) che ci imponga una sorta di imperativo categorico, un preciso dovere di umanità, ripristinando l’essenza dell’Occidente.

I flussi migratori sono stati tappe ineludibili per la costruzione del nostro mondo e pertanto sono inarrestabili. Alla politica spetta il compito di controllarli e di gestirli attraverso politiche lungimiranti e di ampio respiro. A noi tutti assumere responsabilità individuali per non perdere quell’anima dell’Occidente che assegna dignità e diritti a tutti, nessuno escluso.

Docente di lettere presso il Liceo L. Stefanini di Mestre per una vita, da un anno in pensione, attualmente docente presso l’Università del tempo libero, si diletta nella produzione di video letture, video lezioni , articoli e attività di volontariato nell’ambito dell’accoglienza ad immigrati.