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In ultimo, ci siamo. Sembra essere arrivato il momento del governo tecnico. Molte volte ho cercato, privatamente, di analizzare le caratteristiche e le differenze tra un governo tecnico e un governo politico. Non considero tale analisi ancora conclusa e la ricerca è tutt’ora in corso d’opera. Però una considerazione provo ad avanzarla, probabilmente un po’ provocatoria. Da una parte forse consideriamo tecnici, tutti coloro che non essendo rappresentanti di partito, si sono distinti nella loro carriera professionale. Dall’altra si pensa che un governo tecnico sia super partes, senza influenze ideologiche, in grado di portare avanti le riforme col pilota automatico, in modo quasi anonimo. Ciò presuppone che esistano delle riforme necessarie, che i politici non sono in grado di fare mentre i tecnici sì. Altri considerano i tecnici “quelli bravi” ossia coloro che hanno la capacità, la competenza e l’esperienza per gestire e amministrare strutture complesse come i ministeri e il governo – non dovremmo richiedere che anche i politici siano “quelli bravi”? Come detto, non pretendo di esaurire l’analisi e la ricerca delle caratteristiche di ciò che chiamiamo tecnico. Ciò che mi domando è: ammesso, e da me non concesso, che il tecnico può non essere politico, che possa essere qualche cosa di diverso dal politico, un suo contraltare in piena contrapposizione, come può il politico non essere tecnico? Perché consideriamo il politico qualcosa di fortemente diverso dal tecnico? Dobbiamo forse dire che il politico è qualcuno che manca di professionalità e competenze per essere un tecnico? Se così fosse, possiamo ancora chiamarlo politico? Chi è il politico, colui che sa parlare e aizzare le folle o che riesce, grazie ad un’approvazione elettorale, a governare portando delle trasformazioni nel vivere collettivo in linea con il sentire ideologico suo e della sua base elettorale? In quest’ultima ipotesi, non dovrebbe possedere gli adeguati strumenti tecnici per gestire gli apparati amministrativi? Mi viene da dire che un Politico è anche un tecnico altrimenti non è. La riflessione tuttavia rimane ancora aperta.

Da molte parti ci si è chiesto a che tipo di crisi stiamo assistendo. Una crisi dei partiti? Questa legislatura è iniziata nel 2018 e da allora si sono formati due governi: il governo giallo-verde (M5S e Lega) cadendo dopo un anno per le dimissioni da ministro di Salvini, in vena di tornare al voto per capitalizzare i consensi elettorali, e questo uscente governo giallo-rosso (M5S, PD, LEU e IV nata dopo la formazione del governo). In pratica a parte Fratelli d’Italia, non pervenuta in entrambe le compagini e sempre adagiata comodamente all’opposizione, tutti gli altri principali partiti si sono confrontati alla guida del Paese. Se dopo meno di tre anni, sono caduti due governi che hanno visto protagonisti, in un modo o nell’altro, quasi tutti i partiti presenti in Parlamento, credo si possa affermare, con una certa serenità, che trattasi certamente di una crisi dei partiti. Ma non solo. Penso si possa allargare lo sguardo e affermare che questi anni manifestino anche una crisi politica più profonda e anche, e soprattutto, una crisi degli elettori. Mi spiego: l’attuale Parlamento è stato votato il 4 maro 2018, meno di tre anni fa. Tutti noi, chi si è recato alle urne, si è espresso, manifestando la propria volontà e la propria identità politica, componendo le attuali camere. A distanza di un anno, non dieci, le prospettive elettorali raffigurate dai sondaggi, ma anche da altri risultati elettorali, riproducevano uno scenario politico molto diverso – vedi sopra la mossa di Salvini. Poi c’è stata la pandemia e si è cominciato a dire che serviva la competenza, il buon governo – perché prima no? – poi si è applaudito Conte e il governo per il lockdown di marzo 2020 e i risultati raggiunti in Europa, poi è arrivata l’estate e la successiva crescita dei contagi in autunno. A quel punto sono arrivate nuove chiusure e dunque il governo era pieno di inefficienze e incompetenze. Potremmo continuare dicendo che qualche anno fa una larga fetta degli elettori confidavano in Renzi quale nuovo astro nascente della politica italiana, poco tempo dopo è uno dei politici più impopolari. Anche a destra fino a poco tempo fa Salvini e la Lega raccoglievano altissimi consensi, non molto tempo dopo le speranze di una parte di quella fetta di elettorato si è spostata su FdI di Giorgia Meloni. Sembra che ogni leader sia credibile per non più di qualche stagione, per motivi pressoché contingenti, poi diventa un irresponsabile senza speranze e via con il prossimo sotto i riflettori dell’opinione pubblica. Ritengo tutto questo sintomatico di una specie di schizofrenia collettiva generalizzata. Ho conosciuto personalmente elettori che hanno votato il PD di Renzi alle europee di qualche anno fa che poi hanno votato il M5S alle politiche del 2018 e poi la Lega alle regionali nel 2019. Che significati possiamo trarre da questa liquidità e incoerenza da parte dell’elettorato?

Diversi analisti hanno, correttamente dal mio punto di vista, sottolineato una trasformazione, forse un allargamento, dell’ottica della rappresentanza politica in quella di tifoseria politica. Quante volte sentiamo “non mi sento rappresentato” oppure “nessuno mi rappresenta” però sempre più spesso osserviamo un atteggiamento spasmodico verso il confronto elettorale, “deve vincere questo (inserire leader di partito a tua scelta) perché tutti gli altri non capiscono nulla o sono pericolosi”. Tutto questo ha più a che fare con la logica del tifoso da stadio che con quella del conflitto, pur necessario, politico. In Italia viviamo da sempre una condizione di cronica instabilità. A cui negli ultimi tempi si è aggiunta una componente fanciullesca-personalistica al quadro in precedenza descritto. Perfetto, ci mancava solo questa. I partiti, e i politici, hanno perso la capacità e, prima ancora, la priorità di reclamare il diritto, il dovere e l’opportunità di fornire una guida alle proprie comunità. Si è persa la dimensione della direzione della società come compito politico, cifra ontologica del fare partito e del fare politica. Difficile dire se questa fotografia sia causa o sintomo di quella che chiamiamo la costruzione di coscienza di classe, anche perché la politica, e i politici, sembrano aver perso anche questa prerogativa che è la base per una volontà di rappresentanza. Tutto questo è manifestato dal vuoto della simbologia di partito – dal latino partĭopartire: dividere, prendere parte – praticamente organicamente rimossa. Chiudete gli occhi e pensate al primo simbolo che vi viene in mente pensando ai partiti politici. Nove su dieci avranno pensato a simboli del ‘900. Gli attuali partiti, su questo punto, quasi in toto non pervenuti. Ma senza simboli non c’è identità e senza identità non c’è rappresentanza. L’inflazionato e ripetuto appello all’unità in un’ottica di annullamento delle differenze e dei conflitti, porta a una concezione di politica intesa come estetica della politica. Ha più importanza chi è più simpatico o chi è antipatico, chi buca lo schermo e chi no, cosa si dice sui Social, chi ha più spirito e chi meno…

Al contrario bisogna analizzare i cambiamenti della società ed avere proposte per guidare le trasformazioni del vivere collettivo. “Uno vale uno” non è vero ma nemmeno “va bene tutto e con tutti”. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di ribadire con forza la direzione da scegliere e attribuire il perimetro ideologico-concettuale entro cui giocare la partita. Abbiamo bisogno di prendere una posizione. Insomma, abbiamo bisogno di Partito, prendere parte.

Francesco, è nato nel ’93 in Sicilia ma lavora e risiede a Bologna. Laureato in Filosofia e Scienze Politiche, si occupa di finanziamenti e agevolazioni. Curioso e critico di indole, si ritrova spesso nella logorante posizione del “problem-maker”: costantemente alla ricerca di domande a cui dare risposte. Legge ma non quanto vorrebbe. Scrive ma non quanto vorrebbe. Discute di economia e politica appena può. Ama il buon cibo e il buon bere e non perde una partita dell’Inter da quando ha memoria.