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L’inchiesta della Procura di Ragusa contro Beppe Caccia, Luca Casarini et alii, esplosa sui giornali nostrani (per la notorietà locale dei due) e poi misteriosamente inabissatasi nel silenzio, fornisce l’occasione per riflettere su un tema delicato e grave che, tra pandemia e le tormentate vicende politiche degli ultimi mesi, rimane lontano dai riflettori.

Vediamo prima la vicenda specifica e poi tentiamo di allargare lo sguardo.

I fatti: nel settembre scorso la nave commerciale danese Maersk Etienne salva in mare 27 poveretti. Nessuno, né Italia né Malta, accetta di farli sbarcare e gli sventurati danesi si tengono gli ospiti per 37 giorni in mare. Dopo quest’eternità vengono imbarcati dalla Mare Jonio, della ONG Mediterranea Saving Humans. Un medico della stessa ONG redige un rapporto che certifica un’emergenza sanitaria e la Mare Jonio dopo un solo giorno ottiene l’autorizzazione allo sbarco in un porto italiano.

Secondo la Procura di Ragusa la presa in carico dei migranti da parte della ONG è avvenuta solo dopo la conclusione di un accordo di natura commerciale tra le società armatrici delle due navi, accordo in virtù del quale la società armatrice della Mare Jonio ha percepito un’ingente somma quale corrispettivo per il servizio reso. L’accusa formale sembrerebbe vertere sui presunti reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di violazione alle norme del codice della navigazione. E qui non ci si raccapezza granché.

Non si capisce infatti se il contestato accordo commerciale rappresenti per la Procura un’aggravante dei reati oppure ne costituisca l’essenza. Detto in altri termini, se l’ONG fosse intervenuta “gratis” il favoreggiamento dell’immigrazione sussisterebbe comunque o no? È lecito pensare che il reato dell’immigrazione clandestina stia comunque in piedi. E poiché non si è verificata la forzatura di un “blocco” (stile Carola Rakete per capirsi) l’unica spiegazione plausibile è che l’accusa ritenga che l’emergenza sanitaria certificata dall’ONG in realtà non fosse tale e quindi si siano introdotti clandestini in Italia sulla base di un falso. Ciò spiegherebbe peraltro la circostanza altrimenti immotivata per cui la nave danese si è tenuta i naufraghi per un tempo infinito e la Mare Jonio dopo un solo giorno li ha sbarcati.

Su questo aspetto l’accusa ha, a logica, armi abbastanza spuntate.. difficile sostenere che persone già certamente non “in forma” quando sono state raccolte in mare dopo 37 giorni non abbisognassero di essere sbarcate. Magari il concetto di emergenza è stato esagerato ma nella sostanza non possiamo certamente essere di fronte un falso clamoroso. Quindi assume una sostanza determinante l’aspetto del presunto mercimonio (o peggio del “ricatto”). Accusa sommamente grave perché marcherebbe la differenza tra un’opera umanitaria (quantunque per qualcuno velleitaria e/o sbagliata, ma comunque con fine altamente etico) e un infamamente “commercio” a fini di lucro. Dalle stelle alle stalle.

La nave Mare Jonio
© NewsMondo

Su questo punto gli accusati non negano che l’armatore danese abbia versato, a fatti conclusi (un mese dopo), ben 125 mila € ma sostengono che abbia fatto una donazione all’associazione per ringraziamento di averli tolti da un’impasse che durava da 37 giorni e in generale per una politica di aiuto alle ONG perché facciano loro un “mestiere” che le compagnie di navigazione commerciali non possono assumersi (perché se soccorri i migranti in mare e poi te li tieni a bordo per settimane non puoi trasportare merci da un capo all’altro). Non sapremo molto probabilmente mai se è vero, ma sta di fatto che è verosimile (e comunque difficilmente provabile il contrario). Il contributo è stato regolarmente registrato, è avvenuto un mese dopo (difficilmente compatibile con la tesi del “ricatto”) e infine è credibile che le compagnie che il Mediterraneo lo percorrono per ragioni di traffico commerciale siano ben propense all’esistenza di altri che li tolgano dall’impaccio di soccorrere i migranti (l’alternativa essendo quella di lasciarli annegare).

Ma innocenti o meno che siano Caccia, Casarini e soci la vicenda proietta un’ombra inquietante sul mondo delle ONG che soccorrono i migranti in mare. Sono numerose ormai le indagini di varie Procure siciliane che certificano la contiguità se non la complicità dei soccorritori con gli scafisti (alcune testimonianze sono davvero raccapriccianti, come quella raccolta dalla Procura di Trapani, e mostrano migranti picchiati dagli scafisti sotto gli occhi imperturbabili dei “soccorritori”). Ed è sostenuto dalla stessa Lamorgese, il Ministro degli Interni, il ruolo attivo di pull factor, il fattore di traino alle partenze dovuto alla presenza delle navi dei soccorritori presso le coste libiche che incoraggiano il traffico di esseri umani (in tal senso non era irragionevole chi parlava di “taxi del mare”).

Insomma, una questione davvero complicata. Perché oscilla tra due estremi della valutazione etica: nulla di più nobile dell’attività umanitaria di salvare (gratis…) chi davvero si trova in emergenza e nulla di più schifoso e riprovevole della complicità con gli scafisti e il sospetto di lucro sulle vite di disgraziati. Estremi peraltro che quando entrano nel dibattito politico (adesso oggettivamente distratto da problemi che mordono la quotidianità di tutti i cittadini) vengono riproposti acriticamente, vuoi per opportunismo vuoi per oggettiva incapacità di cogliere la complessità del tema. Così si va dalla posizione di feroce difensore dei nostri confini su cui Salvini ha costruito molte delle sue fortune elettorali a quella delle anime belle e nobili che tacciano di fascismo e razzismo chiunque ponga dubbi sulla condotta e le finalità di alcune delle ONG. Ipocrite e strumentali entrambi.

E resta la domanda: stroncare davvero il traffico di esseri umani interessa a qualcuno?

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.