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OProgettare il futuro, studiare come intervenire sugli aspetti negativi del presente valorizzando i talenti dei singoli e metterli al servizio non solo del successo dell’individuo ma del bene della comunità, dovrebbe rappresentare l’attività fondamentale della politica. Perché l’uomo, animale sociale per eccellenza, si colloca sempre in una dimensione collettiva e soltanto in questa si realizza.

Riprendo l’articolo Occorre un pensiero per chiarire un aspetto preliminare: il concetto di “dottrina”, quale insieme di principi su cui basare l’elaborazione di una strategia in politica si traduce con ideologia. Dottrina e ideologia, in effetti, sono sinonimi. L’ultimo scorcio del Novecento è stato dominato dal pensiero diffuso della “morte delle ideologie”: a proclamarla nel 1992 il saggio La fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama. La convinzione che democrazia liberale-capitalismo- cultura definita come “occidentale” tout-court rappresentino lo stadio finale, nel senso di definitivo e universale, dello sviluppo socioculturale umano è il prodotto maturo del secolo lungo angloamericano. Comprensibile sul piano del desiderio di stabilizzare il proprio dominio sul Mondo, non lo è tanto per chi abbia almeno una modesta conoscenza della storia. La quale, già da sola, ci offre infiniti casi di società convinte di rappresentare l’ultima parola in materia di civiltà.

Tale saggio ha fornito un formidabile arsenale ideologico all’allora nascente movimento neoconservatore americano, la cui egemonia culturale e politica è ancora evidente sul palcoscenico del Pianeta. La convinzione di rappresentare l’”ultima Thule” del vivere associato è alla base dell’interventismo geopolitico della superpotenza, capace di ignorare chiunque e ovunque in nome della difesa di sicurezza e interessi nazionali. Il sovranismo comunque declinato nasce allora, nel 1992. Dobbiamo a questa corrente anche l’affermazione del concetto di globalizzazione, il cui corollario è l’imprescindibile diritto del capitale finanziario di allocarsi dove e come possa meglio alimentare il suo fine ultimo: il proprio profitto.

La vecchia Europa, intanto, aveva prodotto tra gli altri il pensiero di Zygmunt Bauman, cui dobbiamo alcune delle analisi più interessanti sulla post-modernità, a partire dal concetto di società liquida. Nella quale avviene la trasformazione dell’individuo da produttore a consumatore, mentre a livello collettivo sono eliminate sicurezze e garanzie sociali, mentre avanzano globalizzazione e industria della paura. Ciò modifica la cultura del singolo, che insegue l’integrazione sociale attraverso il possesso a ogni costo degli oggetti simbolo della propria appartenenza al gruppo. Necessario per non rimanere esclusi e ridotti a rifiuti umani. La sua vita diventa allora frenetico adeguarsi alle mutevoli direzioni prese dal gruppo. Una perfetta descrizione della realtà odierna.

È interessante osservare quanto sia il pensiero neoconservatore di Fukuyama che quello socialista di tendenza marxista di Bauman, entrambe le appartenenze sono state auto-rivendicate dagli autori e non appartengono alle valutazioni di chi scrive, siano utili per comprendere la deriva post-ideologica in cui stiamo naufragando: in una società nella quale l’individuo si qualifica in quanto “possiede” e “consuma” e nient’altro conta, in particolare riesce a procurarsi in qualunque modo “denaro” chiave di volta tanto di possesso che di consumo, tutto diventa possibile e quindi lecito. Il tracciato dei valori, cioè dei principi fondanti ovvero delle dottrine che sono poi ideologie, diventa piatto. Si tratta di ciarpame da cui liberarsi. È stato detto e riaffermato in più occasioni da svariati esponenti e movimenti politici. Ne è un esempio la distruzione dei vecchi partiti, legati invece a forti radici identitarie e con legami già nel nome a tradizioni filosofiche importanti: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, Partito Liberale, Partito Repubblicano e via dicendo. Sostituiti tutti da “movimenti” indistintamente democratici-capitalisti-a cultura “occidentale”. Nella sostanza a guida personale e legati alle fortune e capacità del loro singolo “capo”.

Sono formazioni a vario titolo in marcia, vive, stellate, incoraggianti o che invocano generiche fratellanze etniche o pulsioni universali, quali la conservazione di un ambiente sano. Al centro, però, campeggia sempre la figura del capo. Donna o uomo che sia, non cambia nulla. Prive di retroterra ideologico, a parte l’universale triade di Fukuyama, sono queste in grado di progettare il futuro? Perché è difficile tracciare una rotta qualunque quando non si conosca il porto di arrivo. Il quale dev’essere noto non per approssimazioni nella nebbia o attraverso confuse aspirazioni al Bene o anche solo al Meglio. Servono contenuti definiti, precisi, vincolanti. Come la storia dell’abusato aggettivo “riformista” dimostra. Nel nostro gergo politico ha sostituito in blocco conservatore, cattolico, socialista, comunista, liberale, repubblicano e via dicendo. Con la differenza che in sé riformista non significa proprio nulla.

Bismarck ha forgiato la Germania unita. Non ha solo creato il Secondo Impero, ma l’ha dotato di un libero mercato interno, del primo sistema pensionistico al mondo, di un embrione di sistema sanitario universale. Grandi riforme, senza dubbio. Le ultime due guardate con orrore dai democratici d’ispirazione liberale del suo tempo. Non importa fossero tedeschi, inglesi, francesi o quant’altro. Semplicemente ritenevano che lo stato non dovesse intervenire in materie del genere. Quindi, Bismarck è stato riformista. Senza dubbio. Più vicino ai socialisti suoi contemporanei che ai liberali. I quali erano pure imperialisti e volevano l’espansione coloniale, mentre Bismarck era contrario. Lo scontro non sarà l’ultima delle ragioni che lo porterà alla conclusione della sua avventura politica.

Cosa significa, allora, riformista? Etimologicamente è qualcuno che vuole rimettere nella forma originaria le cose. Anche Lutero era un “riformista”: non c’è traccia di eresia dogmatica nel suo pensiero, semplicemente ce l’aveva con la deriva politica e la degenerazione morale della Chiesa Cattolica del tempo. La sua aspirazione era di riportarla allo spirito delle origini. Per questo Riforma. Ormai, però, tale significato è andato smarrito. In generale, un riformista è qualcuno che vuole cambiare lo stato delle cose. Non attraverso una rivoluzione violenta, verso la quale il Novecento ci ha insegnato ad essere prudenti, ma gradualmente. In forma pacifica, soprattutto, e condivisa. Approccio senz’altro auspicabile ma che dev’essere riempito di contenuto. Riformista per arrivare dove?

La politica serve a progettare il futuro. Dovrebbe provarci, almeno. Per tentare, però, ha bisogno prima di tutto di possedere dei valori di base, i quali fungeranno da bussola nella navigazione verso la meta finale: la quale, però, dev’essere chiara nella mente di chi aspira a maneggiare il timone. Quindi, l’ideologia è indispensabile: mi dispiace per Fukuyama, ma non solo non è morta, ma è più viva che mai. Certo, l’astuto tentativo dei Neocon dell’anglosfera è consistito nel veicolare la falsa convinzione non esistesse più alcuna differenza sostanziale tra le parti in causa, perché la famosa triade, democrazia-capitalismo-cultura angloamericana, le aveva assorbite e rimescolate in modo definitivo. Invece le cose non stanno affatto così. Tra Bezos, Musk e i disperati contadini del Delta del Niger esiste una contrapposizione radicale e irrimediabile, che nessuna globalizzazione può riequilibrare. E come l’America di Trump dimostra senza possibilità di dubbio, anche il semplice diritto di voto nelle realtà avanzate non è sufficiente: perché la libertà senza l’uguaglianza condita dalla fratellanza è solo l’arbitrio dei potenti. Come tuonavano gli Arrabbiati, Enragès, nei giorni della tanto aborrita, oggi, Grande Rivoluzione di Francia. Guarda caso gli unici dove, in quel ribollire d’idee, dove uomini e donne fossero sullo stesso piano. Un caso?

Poniamoci la domanda e proviamo a riflettere. Nella prossima puntata si proverà ad approfondire un altro po’. Intanto chiediamoci se l’universo liquido disegnato da Bauman e nel quale già galleggiamo sia un presente cui aspirare. Se la risposta è no, si è già mosso un primo passo per riuscire almeno a immaginare il futuro e la politica può tornare nel campo da cui Fukuyama e il pensiero unico hanno cercato, invano, di scacciarla.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.