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Il tema dei temi a Venezia è quello di come far fronte una volta per tutte allo spopolamento, tema complementare a quello della residenza. Merita un editoriale perché, e lo si vedrà, si presta a considerazioni politiche di carattere generale.

Si dirà che lo spopolamento riguarda solo la città d’acqua e in generale la parte lagunare del Comune, il che per l’urgenza è assolutamente vero, anche se poi si vedrà che è un tema che investe in modo preoccupante anche il Comune nel suo insieme, i cui residenti sono ugualmente in calo da tempo, anche se ovviamente con proporzioni diverse.

Si è soliti in questi ultimi anni, diciamo da almeno un decennio, associare le dimensioni ciclopiche dei flussi turistici al tema dello spopolamento veneziano, attribuendo a tale fenomeno la responsabilità principale per tutto ciò che esso sottrae al mercato dell’affitto e della compravendita destinato alla residenza. Il riferimento è soprattutto al circuito Airbnb, che si è appoggiato con aggressività alla tecnologia digitale e alla rete telematica e più in generale alle riconversioni di appartamenti nei più tradizionali Bed and Breakfast, due formule tra loro distinte ma negativamente convergenti nel sottrarre possibilità residenziali. Ed in effetti è pienamente vero che la pressione turistica incanalata in queste forme di vacanza low cost rispetto a ciò che consentono le strutture turistiche tradizionali è diventato oggettivamente un aggravante pesante, che ha immesso un elemento di accelerazione alla ‘normale’ crisi della residenza, già in corso da almeno quattro decenni.

Va detto che fino a che non vi erano queste forme esasperate di concorrenza sul mercato della residenza il turismo si presentava come una variabile indipendente, che già aggravava altri aspetti della vita sociale cittadina, ma non particolarmente questo. Trent’anni fa si parlava già pesantemente di spopolamento e le cifre della pressione turistica erano un terzo di quelle attuali. Fino a quel momento lo spopolamento della città d’acqua avveniva per normali fenomeni comuni a tutte le città storiche d’Europa. So che questa equiparazione dà molto fastidio, con qualche buona e comprensibile ragione, a chi teorizza la specialità del caso veneziano, rifiutando di omologare il caso Venezia ai casi di tutte le altre aree urbane esistenti. Si potrebbe disquisire all’infinito di cosa sia un centro storico o una città storica; ma per le città storiche – val la pena per maggior chiarezza utilizzare questa definizione- un dato è inoppugnabile: queste superfici urbane, edificate e strutturate in epoche precedenti l’industrializzazione con il relativo crearsi successivo di corpose periferie esterne, hanno visto calare drasticamente nella seconda metà del ‘900 i propri residenti stabili per cause sociali e strutturali anche opposte tra di loro, a favore di nuove aree esterne; che si sono ampliate non solo per provenienze da fuori, ma anche per movimenti centrifughi a partire dalla metà degli anni ’60 del novecento. Tener presente questo dato comune serve molto a capire il fenomeno, a saperlo leggere, ma ovviamente non può e non deve essere un alibi per assecondarlo o per subirlo passivamente. A Venezia in primis, ma anche altrove.

Vero è che la crescita esponenziale del turismo, che ha interessato le principali città d’arte del nostro paese, ha esasperato la situazione del ‘normale’ spopolamento in atto da tempo, rendendola più palese ed evidente, con la sostituzione materiale di persone fisiche con altre persone fisiche; che, da estranee, hanno riempito gli spazi esterni e interni lasciati vuoti, con i residenti schiacciati in un angolo, resi invisibili.

La condivisione di una situazione comune a tutte le città storiche con presenza turistica non è secondaria, perché può aumentare la forza di reazione verso soluzioni radicali. Cresce una coscienza, si acquisisce consapevolezza che i nuclei antichi delle città, le città storiche, sono un patrimonio comune sfregiato e offeso se manca la popolazione che, da quando si sono formate, le ha costituite come elemento fondante.

Ciò vale a maggior ragione per la città storica di Venezia. La conformazione della città, manteunetasi quasi del tutto inalterata nel tempo, è impensabile senza una quota congrua di persone che vi risiedono e che fanno parte del tessuto urbano tanto quanto gli edifici e le strade.  La gente, a Venezia soprattutto, ma ripeto anche in tutte le altre città storiche, è un elemento socio culturale tanto quanto la monumentalità. E’ in pericolo quindi un bene culturale e, siccome la residenzialità è in prevalenza affidata al mercato, è necessario intervenire sul piano legislativo nazionale per dare regole e limiti soprattutto alle locazioni turistiche. Ci sono diverse proposte di legge al riguardo che andranno riprese senza che ciò violi la Costituzione, se è vero che qualsiasi impresa privata costituzionalmente non può agire illimitatamente se ciò viola l’interesse generale. E la residenzialità nelle città storiche interesse generale lo è. Luminosi Giorni ne ha già scritto in un’occasione e rimando a quell’articolo per l’approfondimento http://www.luminosigiorni.it/2020/02/affitti-brevi-forse-e-la-volta-buona/

C’è un elemento in più che rende maggiormente prioritario il caso veneziano rispetto a quello delle altre città storiche, che pure si trovano in condizioni analoghe. Negli altri casi il trasferimento della popolazione all’esterno delle città storiche oggettivamente è stato ed è vissuto meno traumaticamente per la contiguità fisica della loro città otto novecentesca. Per Venezia questo trasferimento fuori dalla città storica è da sempre stato percepito come un andare altrove. Si può discutere, anzi si deve discutere, se tale percezione sia corretta o distorta o solo o in parte di natura psicologica, ma in ogni caso anche la percezione non è un fenomeno avulso dalla realtà, fa testo. La costrizione a trasferirsi ‘altrove’ per risiedere, dovuta all’impossibilità di reperire alloggi, nel caso veneziano viene vissuta ed è stata vissuta da molti cittadini, anche se non da tutti, come una violazione di un diritto, e di fatto lo è. Né lo spostamento della residenza all’interno dello stesso comune, per quanto fuori dalla città storica, può diventare un alibi per derubricare il problema.

Si è capito fin dall’inizio di questa pandemia che la condizione improvvisa di assenza quasi totale del turismo poteva diventare un’occasione per ripensare globalmente il rapporto tra turismo e città, ma con una attenzione particolare alla soluzione del tema residenza. Un’amministrazione comunale che è conscia della sua responsabilità civile anche rispetto al futuro di questa città non può non assumersi questo obiettivo come il principale nel corso del quinquennio ’20-’25, a cominciare già da adesso.  Non sembra tuttavia che si vedano molte iniziative all’orizzonte. C’è troppa stasi. Il Partito Democratico cittadino ha messo sul tavolo alcune proposte e sarà bene che vengano prese in considerazione andando oltre l’imbarazzante assenza di dialogo che sta caratterizzando anche questa consiliatura, così come ha caratterizzato la precedente.

Di fronte alle grandi sfide ci vuole un cambio di paradigma nella politica. Pensare di poter risolvere temi di questa portata con il consueto cabotaggio di chi governa in solitudine con una maggioranza risicatissima, che solo una legge elettorale generosa rende più corposa, è miopia pura. Le grandi sfide si vincono se tutta la comunità partecipa con un grande sforzo di inclusione. E per tutta la comunità si intendono tutte le forze politiche in un regime di collaborazione piena, ma anche tutti i corpi sociali intermedi coinvolti a pieno titolo, anche perché il tema residenziale è legato strettamente ad altri come il lavoro e i servizi.

La sfida per il Comune di Venezia su questo tema è tuttavia, come dire, globale, dal momento che il pluridecennale declino demografico della città storica si inserisce da ormai un decennio nel più ampio declino complessivo degli abitanti residenti nell’intero comune, che dal 2019 non è più il più popoloso del Veneto e dodicesimo d’Italia, soppiantato seppur di poco in queste due posizioni da Verona. E’ un dato più che preoccupante a cui hanno contribuito molteplici cause che meriterebbero un nuovo articolo; ma sicuramente la crisi della città storica e la sua troppo accentuata monocultura turistica in questo contesto ha fatto da freno complessivo. Un luogo per essere popolato e vissuto deve essere attrattivo e per esserlo deve poter offrire una pluralità di opportunità, una sorta di biodiversità economica e sociale. Quindi il tema del lavoro e delle funzioni che tutta l’area comunale dovrebbe poter offrire diventa decisivo. Insieme alla qualità urbana. E si torna alla conclusione del periodo precedente. Sono sfide da affrontare tutti insieme e da vincere tutti insieme.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.