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Riguardo alla sconfitta del PD nel 2018, ritorniamo alla domanda iniziale, formulata da Trigilia nella sua analisi: perché non hanno funzionato i sensori?

Ma i sensori, mi chiedo, sono in grado di funzionare? Guardando alla mappa dei voti al PD, in base alle ultime elezioni, faccio due ipotesi: che i sensori sono deficitari non in quanto manchino circoli, militanti e occasioni di riunione, ma per il fatto che, anche a fronte di una ancora capillare presenza territoriale, i sensori funzionano se c’è una attività relazionale dei militanti con i cittadini. Ed è nelle periferie che l’attività relazionale è divenuta deficitaria. (Rimando al libro di David Allegranti “Come si diventa leghisti”, del 2019, ed agli accenni nel mio  Periferie molto antipatiche , del dicembre 2020).

L’altra considerazione è che i sensori sono produttivi se la macchina del partito è in grado di esaminare ed elaborare i segnali, e soprattutto di fornire risposte. E magari i sensori in generale assolvono alla loro funzione, ma è il partito che è in difficoltà ad elaborare le risposte da dare ai cittadini.  Anche perché l’analisi del disagio e delle passioni in politica è fondamentale, e le domande di protezione vanno prese in considerazione.  

I sensori possono quindi funzionare o meno, ma il partito ha virato da tempo verso una confessione di “diversità”, verso una professione di superiorità di stampo elitista; e se delegittima, come ha fatto, le richieste che provengono dalle periferie, rimane prevalente la spinta autoreferenziale. E la risposta attuale continua ad essere in gran parte di natura identitaria.  

La trasformazione dei partiti. Ma questa crisi dei sensori, è connessa al solo PD, o riveste un elemento di trasformazione dei partiti in generale?

Analizzando il PD, per Trigilia “alle strutture decentrate come sensori del partito tende a sostituirsi il marketing politico”. Il marketing politico si può definire come un insieme di azioni o iniziative, di natura essenzialmente comunicativa, intraprese da un candidato politico per proporsi ai potenziali elettori e per ottimizzare il proprio consenso.

Floridia mutua dalla ricerca anglosassone una caratteristica individuata “…come una delle possibili metamorfosi dei partiti contemporanei”, il partito in franchising, un modello cui, secondo Floridia, corrisponde il PDIl termine indica un modello di partito che si fonda su una sorta di contrattazione tra i notabili e i potentati locali da una parte ed il leader centrale dall’altra: i locali, sotto il marchio del partito, rivendicano la propria autonomia e libertà d’azione in cambio dell’appoggio al leader nazionale.

Per quanto riguarda il marketing politico, penso si possa convenire sulla diffusione di questa caratteristica, che riguarda i partiti in generale.  Per quanto riguarda il partito in franchising, non so quanto la situazione reale corrisponda a questa tipologia: certamente in alcune aree geografiche questa raffigurazione è realistica.

E’ palese in Floridia la preferenza per un partito “pesante”.  Ma è percorribile una strada a ritroso, con la velocità attuale della politica, e con la visibilità data dai mezzi di comunicazione ai leader di partito? Personalmente, il ritorno al partito pesante mi sembra una controtendenza storica.  Anche perché, per quanto riguarda i partiti, sono molteplici le mutazioni intervenute negli ultimi decenni: una di queste è la personalizzazione della leadershippartitica. E’ da ricordare che la personalizzazione – disistimata da tanti militanti –  è una tendenza storica già prefigurata in Italia dai politologi negli anni ‘80/’90. (Ho accennato a queste metamorfosi nel mio articolo del  2017: Quale populismo? )

Quale cultura politica? Floridia critica la visione di partito concepita per il PD alla sua nascita, che definisce “post-ideologica”, e si chiede: quale partito si vuole che sia? Si vuole un partito che recuperi una tradizione socialista e socialdemocratica? Una cultura cattolico-democratica e cristiano-sociale? Una visione liberaldemocratica? O tutte queste cose assieme? E afferma che, se si vuole recuperare l’ispirazione originaria di un partito plurale, che contenga diverse culture politiche democratiche, occorre procedere ad un radicale ripensamento.

Solo che, a seconda della scelta, a mio avviso i percorsi sarebbero piuttosto divergenti.  Già un percorso socialista diverge da un percorso socialdemocratico, e quest’ultimo sarebbe da rigenerare; ed è da reinventare, come propone Claudia Mancina, un percorso di sinistra liberale.

Altre valutazioni personali. Si ha l’impressione che una buona parte di militanti del PD sia rimasta ancorata alla scelta comunista; e che un’altra consistente parte di militanti coltivi un atteggiamento di avversione radicale e disordinata nei confronti degli antagonisti di turno, attingendo alle passioni più che alle visioni.

Prima della pandemia, si è auspicato, anche da parte di Zingaretti, un innesto del movimento delle Sardine nel PD, dopo la positiva prova di mobilitazione anti-Salvini.  A parte la capacità di mobilitazione, l’elaborazione politica propria di questo movimento è inconsistente, essendo un movimento in funzione meramente antagonista.  

Attualmente da più parti nel PD si opera per una alleanza organica tra il PD e il M5S (e LeU), facendo affidamento sulla (supposta) linfa vivificatrice che dai grillini sarebbe apportata a questa alleanza.

Il M5S è di natura populista, alla base c’è l’adozione di una ideologia, il popolo contro le élites. (Segnalo, a chi interessa, il mio articolo del marzo 2017: Quale populismo?)  E’ vero che l’esperienza di governo modifica i movimenti; abbiamo assistito in questi ultimi tempi ad un procedere del M5S per strappi, per giravolte, non accompagnate da dibattiti e analisi attraverso cui metabolizzare i cambiamenti di rotta.  Ed in merito all’appoggio al governo Draghi sono emerse vistose diversificazioni all’interno del movimento. 

Si arriverebbe ad un connubio tra la visione assistenzialista del M5S e la visione statalista di parte del PD. Queste sarebbero le visioni politiche che potrebbero trovare un punto di incontro. Un punto di incontro che comporta il grave rischio di minimizzare la cura verso lo sviluppo produttivo del Paese.

Quand’anche il M5S metta da parte la spinta di partenza del “popolo contro le élites”, rimangono come caratterizzanti la logica deleteria dell’”uno vale uno” e la fasulla democrazia diretta sperimentata con la Piattaforma Rousseau; ed inoltre, la proposta  dell’introduzione, per i parlamentari, del vincolo di mandato imperativo.

E allora il quesito di fondo è ancora attuale:  il recepimento di quali culture politiche, da parte del PD?  Si vuol coltivare un bagaglio novecentesco, o intraprendere un percorso riformista, liberal socialista o liberal-democratico?  In quest’ultimo caso un percorso da reinventare, ma comunque bisogna guardare al futuro, e non avere nostalgia del secolo scorso.

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Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ex consulente e manager aziendale, in aziende industriali e di servizi pubblici. Collaboratore di istituti universitari e enti di ricerca. Membro della Società Italiana di Studi Elettorali. Appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.