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Il patrimonio immobiliare pubblico, ovvero di proprietà dello Stato o di altre articolazioni dello stesso, è sterminato. In molti casi giace inutilizzato perché originariamente e da tempi lontani destinato a esigenze che oggi non sussistono più (esempio tipico, ma non certo esclusivo, le molte caserme disseminate in tutta Italia). Inutilizzato e facilmente in condizioni di mantenimento precarie e destinate ad aggravarsi col tempo se non ci si mette mano. Il nostro territorio ne abbonda (ma è una situazione assolutamente generalizzata). Il recupero e l’utilizzo da parte dell’ente pubblico detentore richiederebbe voglia, inventiva, capacità di iniziativa e denari in grande quantità. Tutta merce rarissima, specie di questi tempi.

Una possibile strategia è affidare queste strutture a privati, tramite concessioni che in principio possono anche essere sostanzialmente gratuite, affinché lo utilizzino, lo rimettano in sesto se del caso e lo manutengano. Insediandovi attività private da cui trarre ricavi con cui rientrare nei costi di investimento e manutenzione e averne un lecito guadagno. Con tutta una serie di condizioni, ovviamente: la legittimità dell’attività da insediare, in primis, la compatibilità di questa con il territorio circostante (sotto tutti i punti di vista), un business plan ragionevole (ad evitare avventure dall’esito disastroso) e naturalmente quanto più indotto economico generano intorno tanto meglio è. Se poi questa attività consente o prevede anche un uso pubblico del bene, meglio ancora ma non può né deve essere una conditio sine qua non. Ovviamente non sempre è una strategia fattibile (vi sono per esempio alcune caserme in.. Grebanolandia di cui neanche il più visionario degli imprenditori saprebbe cosa fare) ma sarebbe da perseguire in tutti i casi in cui ve ne sia la possibilità.

La strategia appena descritta si scontra con lo schieramento ideologico che recita il mantra del Bene Pubblico (con le maiuscole mi raccomando) come principio non negoziabile. Per il partito del Bene Pubblico senza se e senza ma (parente stretto del Partito del NO) il patrimonio pubblico è, appunto, un bene di tutti e deve essere destinato a un uso pubblico (variamente declinato) punto e basta. Come, con che denari, per farne cosa.. tutti dettagli insignificanti.

È una visione ideologica, del tutto pregiudiziale. Con il “pregio” però di intrigare una variegata platea. Per molti solletica riflessi pavloviani, ha il dolce sapore della propria gioventù (e scusate se è poco), offre echi lontani degli anni in cui privato e guadagno erano parole immonde. In più si presta molto a saldarsi con l’ambientalismo degli indignati in servizio permanente.. c’è sempre di mezzo un delicatissimo ecosistema minacciato, un biotopo che solo lì in tutto l’orbe terracqueo.. insomma un modus pensandi che intriga una vasta gamma di personaggi, dalla contessa col doppio cognome a chi portava l’eskimo negli anni ’70. Vi sono peraltro lodevoli eccezioni. Per esempio, l’iniziativa “Poveglia per tutti” poneva il tema in termini proattivi e delineava un’iniziativa corale e propositiva. Probabilmente velleitaria (e infatti s’è visto come è andata a finire) ma almeno lì c’era un atteggiamento costruttivo e non di rigetto aprioristico.

Naturalmente così come è idiota, perché appunto pregiudiziale, l’atteggiamento appena descritto, altrettanto idiota sarebbe bersi qualunque prospettiva di uso privato in maniera acritica e senza porsi domande.

Un caso di scuola è, direi, la recente vicenda della Caserma Pepe al Lido. Una struttura immensa, un pezzo di storia della città (per un dotto approfondimento rimando a questo bell’articolo di Ytali https://ytali.com/2021/04/09/il-mistero-di-due-tesori-del-lido/ ) in buona posizione, ormai chiusa da anni che langue (ennesimo buco nero nell’isola), proprietà statale. Dal 2019 affidata alla ONLUS “Federazione internazionale per lo sviluppo sostenibile e la lotta contro la povertà nel Mediterraneo e nel Mar Nero” (FISPMED). Creatura, la ONLUS, di Roberto Russo (attiguo politicamente al Sindaco e questo naturalmente è come agitare il drappo rosso di fronte al toro per gli indignati). L’ONLUS, in partnernariato con l’Associazione delle piccole e medie imprese cinesi (CASME) annuncia di aver fatto un piano di investimenti di 54 milioni (non esattamente bruscolini) pare garantiti da un imprenditore che ha realizzato i campus universitari di S. Giobbe e Santa Marta. Secondo i proponenti alla Caserma Pepe sorgerebbe il “Centro di cooperazione e condivisione economica per lo sviluppo della Piccole e Medie Imprese tra Cina e Venezia metropolitana”. Si è letto poi di un Start up Academy, di una scuola di ospitalità (ma non c’è già quella di Cà Farsetti che dovrebbe andare all’Ospedale al Mare?), un ristorante didattico.

Ora, detto che ben venga una presenza organica e ufficiale delle imprese cinesi nel nostro territorio, la domanda è: ma qual è il piano di rientro di un investimento molto oneroso come quello citato? Da dove nascerebbero i ricavi, come si configurerebbe l’attività nel concreto? Come saranno utilizzati gli spazi immensi della caserma?

Inoltre, e questa è una circostanza francamente inspiegabile, il piano illustrato coinvolge anche l’attiguo ex Monastero di San Nicolò che è proprietà comunale (quindi “altra” rispetto allo Stato) e soprattutto è già occupato dal Global Campus of Human Rights https://gchumanrights.org/about-us.html. Qui davvero non ci si raccapezza. Come è possibile predisporre un piano di utilizzo che tracima su un immobile fuori competenza, per di più di altra proprietà, avendo peraltro a disposizione gli spazi immensi della caserma e, ciliegina sula torta, non è che si tratti di sfrattare un Toni Bueghin qualsiasi, ma un centro interdisciplinare di eccellenza sostenuto dall’UE, facente parte di un network internazionale, due sedi in Italia di cui Venezia è la principale. Il paradigma esatto delle istituzioni di cui, su questo tutti concordi, si dovrebbe favorire l’insediamento in città per contrastare la monocultura turistica.

Sono tutte domande che idealmente poniamo alla stessa FISPMED, di cui saremo lietissimi di ospitare eventualmente precisazioni e repliche a questo articolo.

Ad oggi comunque abbiamo in mano questi ingredienti: una promessa di un investimento faraonico, un piano di utilizzo fumoso (fermo ai titoli), proponenti attigui politicamente a Brugnaro, il coinvolgimento incomprensibile di un bene esterno all’oggetto di affidamento e per di più la minaccia di sfratto.. agli Human Rights. Sullo sfondo pronte alla solita canea le vestali del Bene Pubblico.

Con questi elementi l’audizione a Cà Farsetti presso la Commissione Patrimonio si è risolta con una sonora bocciatura del progetto. Esito già scritto.

E la gloriosa caserma Pepe continuerà a rimanere deserta e a degradare.. l’ennesimo buco nero.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.