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L’ultimo libro di Duccio Demetrio , “All’antica. Una maniera di esistere”, si può leggere in diversi modi,  tutti egualmente eccentrici ed interessanti.

Prima di tutto, sapendo del ruolo assunto da questo studioso nell’ambito della scuola di narrazione autobiografica ( ha fondato e dirige la Libera Università dell’Autobiografia e l’Accademia del Silenzio ad Anghiari ), sono proprio questi due temi, lo sguardo autobiografico e il silenzio, che riverberano immediatamente dalle sue pagine.

Questo testo si è rivelato infatti agli occhi di chi scrive come una affascinante, complessa, coltissima riflessione da parte dell’autore su come la dimensione delle “cose all’antica” e il suo appassionato interesse di bambino per questi oggetti, sia nato nella casa dei nonni fin dai suoi primi anni di vita: ed ecco la narrazione della sua infanzia , circondata, nel lungo corridoio in penombra di quella casa, da tutto ciò che legava il passato al suo presente, per rendere più ricco il suo futuro di uomo , studioso, gentiluomo insieme amante di ciò che è stato, ed attento a coniugare comunque le sue eredità nel senso della riflessione sul presente e su ciò che da questo naturalmente può nascere. 

Sono solo alcuni paragrafi di un capitolo del libro quelli dedicati a questa dimensione “formativa” di tale sua attitudine, ma bastano per far fiorire in modo diverso quelle fonti letterarie e poetiche che saranno poi elencate con particolare amore  all’interno di tutto il testo.

Ma prima di soffermarmi su questi riferimenti , sostanziali per entrare meglio nella sensibilità dell’autore, mi preme riferirmi al secondo dei temi prima citati, quello del silenzio.

Il silenzio è infatti il tema che lega tutti i riferimenti iconografici presenti nel testo, numerosi, spesso di autori poco noti, ma che costituiscono a mio avviso un contrappunto imprescindibile dal testo .

Tali immagini sono accomunate infatti proprio da questa costante: presentano tutte una situazione, un momento, un attimo rubato alle vite dei protagonisti delle tele, in cui essi , o guardandosi vicendevolmente, o rivolgendo lo sguardo allo spettatore, lo inducono a fermarsi con loro in un momento silenzioso ritagliato dalle loro giornate, in una pausa miracolosamente fermata, in un intervallo dal tempo fatto di movimento e di azione. Nel secondo capitolo del libro, dedicato a quella che l’autore definisce “Una pinacoteca tra le dita”, egli  definisce queste opere tra l’altro come esprimenti “…l’incanto esistenziale…” o ancora “l’eleganza e la misura dei loro gesti antichi”. Ed ecco le sue parole sul perché di questa scelta di autori “…Sono immagini, queste, che ho associato ai temi del libro per la loro inafferrabilità e indecifrabilità temporale, sebbene gli eleganti soggetti riflettano gli abbigliamenti e le mode d’arredamento dei primi anni del secolo scorso….Mi hanno colpito e coinvolto per l’emozionante bellezza della loro presenza corporea antica e classica che tutte le pervade.”

Questo termine “antico” ritorna e ritorna e ritorna dentro tutti i capitoli del libro, come una sorta di rovello, di forte presenza ma anche fonte di inquietudine per l’autore, che sente in sé questa dimensione come compagna, ma insiste contemporaneamente a voler “svecchiare “ questo termine, a volerlo far uscire una volta per tutte da fraintendimenti che ne farebbero una bandiera di passatismo e di chiusura al nuovo.

E per farlo usa gli strumenti ampi e circostanziati che la sua cultura e le sue esperienze professionali in vari campi gli hanno permesso di assumere con sicurezza. Oltre ai numerosi maestri della filosofia che lo sostengono nelle sue affermazioni, i rimandi che ho amato di più, sono stati quelli di tipo poetico, e il nome di Guido Gozzano  e il suo amore per le cose e i sentimenti “fuori moda”si pone sopra tutti gli altri. Assieme a lui, l’idea di Leopardi  del tempo e delle sue diverse dimensioni, viene scelto, classico tra i classici, per sostenere con nuovo spessore questo respiro metafisico dell’antico che emana da tutte queste pagine.

Vivere all’antica, dando lo spazio giusto alla memoria, costruisce un senso di antidoto e rimedio, di strumento per meglio comprendere il presente, per cancellare con evidente disprezzo ciò che nella Storia , frainteso, ha costruito nel nome falso della tradizione, orrori e stragi senza paragoni.

I nomi di Lalla Romano, Attilio Bertolucci, Emanuele Severino, appaiono spesso, ricchi di citazioni nel nome del carattere chiaroscurale del luogo non luogo dell’antico, nel nome di penombre e di respiri ultradimensionali in luoghi diversi, tempi diversi, che ognuno può riempire dei suoi ricordi e dei suoi sentimenti.

L’attenzione di chi legge questo testo è  messa alla prova di forti emozioni, di evocazioni continue di tipo privato, che fanno di queste pagine una sorta di mano da afferrare per trovare alla fine una meta del tutto personale e inaspettata. E’ vero, la capacità affabulatrice di Duccio Demetrio ci trascina lontano , il suo “vivere all’antica” si mostra inaspettatamente moderno, a tratti rivoluzionario, ma è sempre una rivoluzione della mente e del cuore, una rivoluzione nel nome della poesia che, di nuovo, nel capitolo “Per scoprirsi all’antica”, alla fine del libro, sceglie 23 poesie che accompagnano il lettore in un concerto calibratissimo di parole per meglio comprendere il suo pensiero.

Vivian Lamarque ci porta a concludere con le sue parole nel segno della gratitudine, quella che mi ha fatto provare la lettura di questo libro.

GRATITUDINE

Se ti dicevo grazie

Con la tua quieta voce

Rispondevi “e di che?”

E lo dicevi così bene

Con la voce e col cuore

Che appena possibile

Te lo dicevo ancora

Come lo può dire

Intimidito a un grande

Albero un fiore, grato

Per la fresca ombra

Che gli fa.

Duccio Demetrio, All’antica. Una maniera di esistere. Raffaello Cortina Editore 2021

Elisabetta Ticcò è nata ed attualmente risiede a Mestre. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, nella stessa Università ha poi conseguito un Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Architettura ed Urbanistica. Le sue attività si sono sempre suddivise tra il teatro, con una lunga attività giovanile nella “Bottega del Teatro” di Dario Ventimiglia, e il mondo della scuola, dove ha lavorato presso un Liceo locale per più di 30 anni. Negli ultimi vent’anni si è specializzata inoltre nella disciplina anglosassone del “drama in education”, dopo due Summer Schools presso l’UCE di Birmingham , ed ha operato come organizzatrice di corsi di lettura drammatizzata nelle Biblioteche della Provincia e come formatrice di insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie Inferiori