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Il 10 marzo del 2020 Federico Sebastiani sulla rivista Science4life affrontava tra i primi la questione se il Covid-19 fosse o meno un’arma biologica: messa a punto dalla Cina e utilizzata, più o meno volontariamente, con spregiudicata determinazione nella lotta per il dominio del Mondo nella quale Pechino è ormai senza dubbio coinvolta. Analizzando i requisiti in genere ritenuti necessari per poter parlare di “arma biologica”, sono sette e cioè virulenza-infettività-stabilità-grado di immunità naturale-disponibilità di vaccini-disponibilità di terapie-trasmissibilità, concludeva che il Covid-19 non ne aveva le caratteristiche. Quindi, non poteva essere un’arma biologica. Lasciava aperta una piccola finestra, osservando che la Russia anziché la Cina pareva esserne immune. Allora. Oggi non lo è più.

Arrivati ad aprile 2021, possiamo osservare che la situazione è assai mutata rispetto a un anno fa e probabilmente il Covid-19 presenta diverse delle sette caratteristiche necessarie a definirlo un’arma biologica. Già nel marzo del 2020, però, una più attenta valutazione avrebbe dovuto indurre a un supplemento di riflessione. Una qualunque arma è tale perché concepita per esserlo sin dall’inizio, quindi è il frutto di una ricerca orientata allo scopo ed è prodotto di sintesi conseguenza del relativo sviluppo, oppure lo diventa in seguito: per caso. Vale per quasi ogni evoluzione o rivoluzione tecnologica. La polvere da sparo era conosciuta da secoli prima che, in Europa, qualcuno pensasse di utilizzarla per sparare proiettili metallici lanciati attraverso tubi dedicati. Le caravelle oceaniche furono pensate per permettere la navigazione a lunga distanza nell’Atlantico, poi si scoprì che, rielaborando il loro progetto con quanto già messo a punto con le caracche, si ottenevano velieri più grossi e robusti: i galeoni. Su questi era possibile piazzare, in batteria lungo le fiancate, l’evoluzione dei tubi concepiti per lanciare palle di metallo o pietra, chiamati ormai cannoni. Vele e cannoni, l’Europa conquistò il Pianeta.

Ogni passo della conoscenza, in qualunque campo, è frutto di spinta culturale e capacità di concepire scenari annidati. Vale a dire che è conseguenza di un diverso modo di assemblare informazioni già note e di immaginare soluzioni e utilizzi imprevisti per l’esistente. Approccio che si ha anche per armi e guerra, intesa quale altra espressione della politica, cioè gli strumenti di ogni strategia ovvero dell’arte di conseguire la vittoria. Un’idea, vittoria, che spostata sul piano della forma-stato, in particolare quando raggiunge la taglia di Impero o Grande Potenza, si sostanzia nel puntare al Dominio del Mondo. La Storia lo dimostra. Allo stesso tempo, però, prova che il più delle volte i mezzi concreti s’incontrano per strada, quasi casualmente. I Portoghesi si ritrovano caravelle, caracche e galeoni spinti da vele e armati di cannoni pesanti in sostanza senza aver cercato qualcosa del genere per conquistare India, Isole delle Spezie e penetrare in Cina e Giappone, bloccando le rotte marittime delle Vie della Seta, attraverso l’occupazione dell’arcipelago di Socotra, all’ingresso del Mar Rosso, e Hormuz, che chiude il Golfo Arabico o Persico: il duca di Albuquerque, però, ha tra le mani le navi utili e necessarie per farlo. E lo fa. Nasce il primo Impero del Mare planetario, frutto di una strategia di lungo periodo, i cui inizi si rintracciano nella pace con la Castiglia firmata, il 31 ottobre 1411, dal re del Portogallo João I de Aviz. Da qui una lucida geo-strategia perseguita con tenacia ostinata per quasi un secolo e capace di portare Vasco da Gama a gettare l’ancora nel porto di Calicut, il 17 maggio 1498, e Alfonso de Albuquerque ad avviare la conquista dell’impero a partire dal 1503.

Quindi, per fare uso strategico al fine dell’espansione geopolitica di qualsiasi “scoperta” occorrono in sostanza due ingredienti: un lucido pensiero pianificatore di natura imperialista e l’agilità culturale per sfruttare con rapidità qualunque “arma” il caso e la necessità ci pongano lungo il cammino. Quanto al primo, sappiamo di bocca del presidente Xi Jinping che l’obbiettivo dichiarato della politica cinese è la parità strategica con gli USA in vista del sorpasso: economico, finanziario, militare. Tradotto, la Cina punta al Dominio del Mondo. Meta perseguita ormai dal 1977, ripudio della Rivoluzione Culturale e lancio della Primavera di Pechino, diventata ormai visibile grazie alla trasformazione della Cina nella “fabbrica del Mondo”. Dalle cui officine escono sempre più navi, sottomarini, aerei d’attacco, satelliti, missili e tutto quanto serva allo scopo, ma non solo e non tanto, come vedremo tra poco. Il secondo, l’agilità per adattarsi alle circostanze, ce lo dimostra un libretto concepito nel 1996 e uscito nella prima edizione nel 1999. All’inizio si trattava di un testo riservato agli ufficiali di Stato Maggiore delle Forze Armate cinesi, in seguito, rifinito al punto d’essere stato in sostanza riscritto, è diventato il volume di riferimento per cercare di capire dove stia andando il gigante asiatico. Il titolo è esemplare: Guerra Senza Limiti. Autori ne sono stati Quiao Liang e Wang Xiangsui, allora semplici colonnelli dell’aeronautica poi saliti di grado. Vediamone il punto saliente che traggo dalla quarta versione, tradotta in italiano nel 2001 e curata da Fabio Mini per la goriziana LEG proprio in quell’anno, a p. 47:

«La guerra, nell’epoca dell’integrazione tecnologica e della globalizzazione, ha privato le armi del diritto di caratterizzare la guerra e, introducendo un nuovo punto di partenza, ha riallineato il rapporto tra armi e guerra, mentre la comparsa di armi di nuova concezione e, in particolare, la comparsa di nuovi concetti di armi, ha gradualmente reso indistinto il volto della guerra. L’attacco di un solo “pirata informatico” va considerato come un atto ostile o no? L’uso di strumenti finanziari per distruggere l’economia di un paese va visto come una battaglia?  […] Nel momento in cui ci rendiamo conto che tutte queste azioni di non guerra (che ho qui ridotto a due per semplicità, NdR) possono essere i nuovi fattori costitutivi dello scenario di guerra del futuro, dobbiamo inevitabilmente trovare un nuovo nome per questa nuova forma di guerra, uno scenario che trascende qualsiasi confine e limite. In poche parole: una guerra senza limiti.»

Poche righe che rappresentano la dottrina ufficiale cinese in materia. Dottrina, cioè ideologia. Scusate se mi autocito, cfr. Occorre un pensiero uno proprio qui su Luminosi Giorni: «Serve una dottrina, cioè un insieme di principi coerenti, la quale diventa la base per sviluppare la strategia, vale a dire il complesso di azioni coordinate a espansione progressiva finalizzate al conseguimento del successo finale. Quindi bisogna disporre di un’organica, risorse umane e materiali, e una logistica, infrastrutture e mezzi di vario tipo, per adottare le tattiche più adeguate e differenziate in base alle situazioni contingenti. Tutto inutile, però, se non abbiamo una linea di comando chiara e definita: dobbiamo stabilire chi decide cosa e con quale grado di autonomia.» La Cina ha tutto questo. In più, oggi la comunità intelligence occidentale ritiene in sostanza all’unanimità che «[…] per mesi il regime di Pechino (totalitario in quanto basato sull’assoluto monopolio politico del Partito) ha tenuta nascosta al mondo l’epidemia con le drammatiche conseguenze che conosciamo.»[1]

Federico Sebastiani, dunque, ha commesso un errore. Probabilmente, era troppo presto il marzo 2020 e, comunque, forse non aveva presente Guerra Senza Limiti. Può darsi Pechino non abbia messo a punto il Covid-19 come arma biologica, può darsi che non si sia trattato nemmeno di una “fuga indesiderata” dal famigerato laboratorio di Wuhan, ma alla luce di quanto appena detto tutto ciò ha ben poca importanza. Una volta alle prese con un agente potenzialmente pandemico, il governo cinese ha subito pensato a come sfruttarlo in senso strategico, cioè ha provato a trasformarlo in arma. Nascondendo l’epidemia, ha commesso un vero e proprio deliberato “atto di guerra”. «[…] Nel momento in cui ci rendiamo conto che tutte queste azioni di non guerra possono essere i nuovi fattori costitutivi dello scenario di guerra del futuro […]» Appunto. Perché il suo obbiettivo di lungo periodo è il Dominio del Mondo. E chissà che anche la scarsa efficacia del vaccino Sinovac ceduto al Cile non rientri nella stessa strategia. Sarà un caso, ma in Cina la pandemia sembra domata, mentre il paese sudamericano, elogiato dall’OMS per la sua strepitosa campagna vaccinale migliore persino di quella israeliana, invece di ritrovarsi con l’immunità di gregge è di nuovo sfibrato dal Covid-19. A causa della scarsissima efficacia del Sinovac. Lo stesso che in Cina funziona. Lo stesso?


[1] Pietro Batacchi, Lettere, RID, 4-2021, p. 6.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.