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Credo che nessuno di noi, proprio nessuno, abbia mai pensato che le condizioni di lavoro alla Fincantieri fossero un sentiero lastricato di petali di rosa. Tipologie di lavorazioni pesanti, da fabbrica vecchio stile, un sistema organizzativo che fisiologicamente si presta alla ripartizione del lavoro attraverso subappalti e un mercato competitivo ed esigente (come tutti i mercati del resto).

Però quello che è emerso circa le condizioni di letterale schiavismo cui erano costretti a lavorare molti operai, stranieri e non, presso le ditte di subappalto ci deve interrogare tutti. Sul fatto che sia stato possibile, per anni, che degli imprenditori senza scrupoli falsificassero sistematicamente le presenze e le prestazioni dei lavoratori sottoposti a una condizione di ricatto per avere un titolo di lavoro e mantenere il permesso di soggiorno. E colpisce il fatto che il tutto avveniva nel cortile di casa, non in un altrove indefinito. Si tratta di nostri concittadini (sì: nostri concittadini anche se bengalesi o quant’altro), che lavorano per sé e le loro famiglie, per portare a casa il necessario per vivere, i cui figli vanno a scuola con i nostri, di cui magari ci lamentiamo perché non integrati. Il committente principale (la Fincantieri!, non l’ultimo dei peracottari), formalmente parte lesa, non si era accorto di nulla fino ad ora. Ma è possibile? È davvero possibile o non era forse più comodo girarsi dall’altra parte, preoccuparsi che “le carte” fossero a posto e punto? È paradossale che in un Paese soffocato dalla burocrazia e dai controlli, spesso cervellotici e di un’astrazione lunare, infestato di codici di appalto, di una giungla di normative sul subappalto, di DURC, di DGUE e quant’altro, emergano situazioni in cui il datore di lavoro poteva falsificare impunemente le presenze, le ore di lavoro effettive, segnare ferie e trasferte inesistenti.

L’emergere di questa situazione vergognosa è, intendiamoci, una buona notizia. E va un plauso alle autorità giudiziarie e a quelle persone di buona volontà che hanno contribuito a rompere questo inverecondo sistema mafioso che ingrassava pochi imprenditori senza scrupoli.

Ed è pure una buona notizia lo sdegno corale (una volta tanto bipartisan) del mondo politico. Bravo l’on. Pellicani, autore tra l’altro di un’interrogazione ai ministri Lamorgese e Giovannini. Apprezzabile l’appassionata pronuncia dell’Assessore Venturini (avremmo anche gradito  un forte pronunciamento del Sindaco in persona ma accontentiamoci), e molti altri interventi di rappresentanti politici, alcuni per la verità con il sapore di “compitino” un po’ scontato ma, ancora, non stiamo a sottilizzare.

Molto meno rassicurante è constatare altresì la pressoché inesistente eco che la vicenda, vedo, ha avuto nei social. Qui parliamo di diritti, individuali e di classe, di lavoratori, di gente che spala merda in trincea.. parliamo degli ultimi (i veri ultimi), ricattabili, ai margini, poco visibili. Ma è gente con sogni, esigenze, necessità, aspirazioni, nostri simili anche se magari con il colore diverso della pelle ma sono cuori, anime, individualità che meritano tutto il nostro rispetto e considerazione.

Si tratta, soprattutto, di un tema per eccellenza di sinistra. Che, pensavo, avrebbe suscitato un fremito di indignazione, commenti preoccupati, un tentativo di analisi di come sia potuto succedere, un interrogarsi sincero e preoccupato sulla qualità dell’esistenza di migliaia di nostri concittadini… Ebbene, fatta pure la tara alla percezione distorta che propongono i social (che in effetti ci fanno vivere in una bolla deformante la realtà), nulla di tutto questo. E gli indignados in servizio permanente e attivo? Nessun segno di vita. Ma poi il mio stupore ha lasciato spazio alla comprensione.. bisogna capirli in effetti i poveri indignados… mica possono pensare a tutto. Sono già così impegnati a denunciare “scempi ambientali”, a indispettirsi per gli stalli acquei a pagamento alla Certosa, sempre in allerta per prevenire attentati al Bene Pubblico, così solleciti nel ricorrere al TAR per qualsiasi cazzata.. E per di più sono in crisi di astinenza perché non gli aprono i musei cittadini e non possono pascersi alla divina armonia del Bello.. E che diamine, ai lavoratori bengalesi ci pensi qualcun altro no?

E poi si incazzano se si parla di Partito della ZTL…

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.