By

Questa vicenda della ESL (European Super League) merita una riflessione per molte delle implicazioni che ha messo in luce.

La decisione assunta e comunicata “nottetempo” – era domenica 18, in piena notte – ha per prima cosa sollevato una reazione a livello europeo, poi planetaria.

C’era chi plaudeva alla libertà d’impresa, c’era chi magnificava le progressive sorti del calcio-spettacolo, c’era chi sognava palinsesti a 20 esclusivi colori.

C’era però chi non aveva nemmeno preso in considerazione quel progetto, pur facendone teoricamente parte dal punto di vista della qualità sportiva (PSG), di quella sportiva ed economica (Bayern e Borussia) pur essendo stato originariamente inserito d’ufficio nel novero degli eletti.

Un paio di nazioni europee non proprio marginali che attraverso i loro top club si autoescludevano (Francia e Germania)

Si parlava di soldi come fossero noccioline, di una valanga di soldi – 3,5Miliardi € – garantiti da una delle più grandi banche di affari americane (JP Morgan).

Si parlava di diritti televisivi come bonus di garanzia per il futuro, di mercato fatto da giovani sensibili solo alle serie TV o alle sfide giocate su piattaforme virtuali. Insensibili al “campanilismo”, insofferenti della ritualità calcistica.

C’era soprattutto chi aveva fatto i conti senza l’oste e arrogantemente andava a vendere mediaticamente la propria merce prima ancora di averla a disposizione: club che pensavano di controllare il calcio a loro piacimento, senza fare nessuna altra considerazione. Né emozionale, né culturale. E direi nemmeno economica.

Eh sì perché a quel punto è scattata la reazione popolare: non si dice sempre che il calcio è lo sport più popolare al mondo?

Soprattutto nella terra di Albione dove tutto ebbe inizio oltre un secolo fa.

E dove la cultura del tifoso, l’attaccamento alla maglia, ai valori sportivi è persino superiore alle beghe campanilistiche che da sempre caratterizzano, soprattutto dalle nostre parti, il tifo più becero.

Poi sono venute le reazioni degli addetti ai lavori: calciatori di chiara fama, allenatori di ogni contrada, ma soprattutto un paio di quelli (Guardiola e Klopp) che avrebbero dovuto far parte della élite di quell’empireo disegnato dai “padroni del vapore”.

Poi è intervenuta la politica al massimo livello: subito Macron, poi Boris Johnson, più tardi quella italiana, spesso fuori scala, perché disattenta o strumentalmente sensibile a questi aspetti.

Gli opinionisti di tutte le risme e di ogni dove si sono sprecati, come sempre sui temi caldi.

Le organizzazioni del calcio europeo (UEFA) e mondiale (FIFA) hanno minacciato sfracelli e ordalie.

Alla fine, a mettere una pietra tombale sopra una vicenda così mal pensata e così mal presentata, è arrivata anche la rinuncia dei 6 club inglesi, marcati a uomo dai loro supporters, e a ruota qualche altra tremebonda compagine italiana e spagnola.

In meno di 48 ore quel progetto è stato scaricato e reso “non più attuale” (cit. A. Agnelli), salvo vedere ancora fortemente convinti della bontà e dei benèfici effetti che avrebbe comportato questa rivoluzione un paio di “padroni del vapore” (Florentino Peres – Real Madrid e il presidente della Juventus).

Vogliamo leggerla dal punto di vista del mercato, della logica liberista, che in fin dei conti era la matrice su cui si basava?

Anche a voler considerare il tifoso come un cliente (e già questa è un’enormità) non si è tenuto conto che quel “cliente” quel prodotto non lo voleva. Che un prodotto messo su uno scaffale come fosse una vetrina soltanto delle migliori firme, dei più prestigiosi marchi, non era appetibile da coloro che ogni santa giornata di campionato popolano gli stadi d’Europa (pre-Covid).

Che voler ridurre il calcio a merce – più di quello che finora è comunque colpevolmente stato fatto – a puro fenomeno mediatico, si scontrava con la passione, con i valori di appartenenza, con la socialità diffusa intergenerazionale e intra-sociale che il tifo, ad ogni latitudine porta con sé.

Che le regole della concorrenza, proprio perché sei un liberista convinto, valgono in maniera ferrea. E se vai a invadere il mercato del leader di mercato (UEFA) non puoi non aspettarti una reazione uguale e contraria. Dal momento che il suo mercato è più che consolidato, è del tutto logico pensare che le azioni che metterà in campo per difendere le sue quote saranno ad ampio spettro, senza rinunciare a nessuna forma, inclusa la rivendicazione delle regole che determinano la sua posizione e il suo diritto di esclusiva, di monopolio.

Vuoi la guerra? E guerra avrai.

Alla fine con un blitz che è durato davvero poche ore esci umiliato e sconfitto, su tutti i fronti: in nome delle regole di mercato!

Regole che vorrebbero prima di tutto che i costi si tenessero con i ricavi, altrimenti sempre quel mercato ti dovrebbe vedere fallire.

In qualunque altro settore, nessuna azienda pagherebbe stipendi che non può permettersi. Nel calcio il libero mercato non regge e il tentativo di trasformarlo in un’azienda come le altre è fallito.

Nel calcio, soprattutto a certi livelli, non succede solo perché vengono messe in atto magie contabili, le sopravvenienze, le poste iscritte “a promessa” o le iniezioni successive di capitali vaganti per il pianeta in cerca di avventure e di visibilità.

Ma c’è da dire che tutto questo non arriva per caso.

Da tempo il calcio è sofferente, soprattutto sul piano dei risultati economici, in ogni categoria, in quasi ogni nazione.

E gli organismi internazionali hanno cercato di porre qualche rimedio (Fair Play Finanziario) con scarsi risultati perché aggirato consenzientemente; a quel livello ma ancor più a quello nazionale c’è stata l’introduzione di qualche sostanzioso beneficio (diritti televisivi).

All’epoca si parlava di rivoluzione (come adesso), si prefigurava un futuro radioso fatto di pareggi di bilancio.

Sappiamo come è andata a finire: spopolamento degli stadi, caduta verticale dell’interesse, soldi “sputtanati” in ingaggi e stipendi faraonici, intermediazioni stratosferiche per i mitici “procuratori”, bilanci in dissesto.

Nonostante i top club europei godano di una risonanza e di un interesse crescente a livello planetario proprio in virtù di quei diritti televisivi, nonostante alcuni di loro abbiano introiti di svariati milioni di euro per le attività di marketing che derivano proprio in virtù della loro visibilità, i loro bilanci piangono.

Quindi il tema è ridisegnare il sistema. Ma una risposta che scontenta la stragrande maggioranza dei tifosi è evidentemente inefficace, come si è visto.

Il calcio deve darsi delle regole: tetto agli stipendi e alle commissioni degli agenti. E scommettere sull’azionariato popolare: lo dice Carlo Cottarelli, economista di vaglia internazionale, non certo un sovversivo.

Come succede in Germania in quei top Club che non a caso non si sono nemmeno presentati alla tavola imbandita dai “padroni del vapore”.

Ma il punto di fondo è che anche qualunque progetto economico ambizioso o persino provocatorio ma fallimentare, come questo della Europa League, deve fare i conti con la componente valoriale, passionale, emozionale di uno sport, il calcio, che, come tutti gli sport, ha al centro il merito, e non il censo.

Abbiamo valutato male come sarebbe stata percepita questa operazione dall’intera comunità calcistica, impareremo da tutto questo” è la significativa dichiarazione di queste ultime ore che esce da JP Morgan.

Nonostante tutte le sue storture, tutti i suoi difetti, tutte le sue inefficienze e tutte le sue incapacità il calcio esprime la sua vera essenza – al di là del gesto atletico, al di là della bravura, della tecnica e della tattica – nella partecipazione popolare, nella più ampia accezione di questo termine.

Senza i tifosi, o peggio con i tifosi soppiantati dai clienti, il calcio perde la sua anima, si trasforma e diventa un’altra cosa.

Che era quello che volevano i “padroni del vapore” con la loro Super League.

Per il momento sono stati respinti con molte perdite: soprattutto di credibilità.

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)