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Ho letto con attenzione il nuovo lavoro di Chicco Testa “Elogio della crescita felice. Contro l’integralismo ecologico”, Marsilio Editori, 2020. Un libro che, diciamo subito, mette a dura a prova chi, come il sottoscritto, ha da sempre impegnato parte della sua vita, culturale e sociale, nella causa ambientalista.

In questa ultima sua fatica, Testa rilancia, contro un integralismo ambientalista che ha portato a schierare gli ecologisti, semplificando, contro il progresso per difendere il pianeta, una visione completamente diversa, elogiando la crescita felice e identificando non nell’uomo ma nella povertà, il principale nemico dell’ambiente.

L’autore, fra i fondatori di Legambiente di cui è stato anche Presidente nazionale, poi deputato nelle file della sinistra e anche manager autorevole di importanti società pubbliche nazionali come ACEA e ENEL, lo fa con una narrazione sicuramente appassionata ma talmente ricca di dati, riferimenti, richiami e nessi per lui spesso scontati, da renderla un po’ troppo faticosa al lettore soprattutto se “non addetto ai lavori” e pertanto non addentro a tutte le problematiche ricordate nel testo.

Fin dall’inizio del suo libro, Testa chiarisce subito che oggi “abbiamo bisogno di un serio riformismo ambientale. Che faccia affidamento sull’innovazione tecnologica, sulla possibilità per aziende e famiglie di investire in oggetti più amichevoli per l’ambiente e sulla capacità dello Stato italiano e dell’Unione europea di indirizzare la legislazione verso obiettivi ambientali. Il meglio chiama sempre il meglio. Il peggio, il contrario”. Fin qui poco da dire, riflessione condivisibile. Ma cos’è per il “Testa-pensiero” il peggio che chiama il contrario? Le tante, tantissime posizioni dell’ambientalismo attuale che l’autore snocciola e disintegra attaccandole pagina dopo pagina.

Pertanto, ecco l’accusa che la fine della natura, la messa in crisi della biodiversità, il pericolo del nucleare e il riscaldamento del pianeta, sono evocati dai movimenti ambientalisti in modo fin troppo catastrofico “uno storytelling tutto indirizzato ad amplificare ogni rischio”. Per Testa, i pericoli non vanno sottovalutati ma, ad esempio, riguardo il nucleare, Chernobyl e Fukushima hanno avuto effetti negativi ma un bilancio ragionevole ci porta molto lontano dalle descrizioni mediatiche che ne sono state fatte. L’uso esteso del carbone ad esempio, sottolinea l’autore, provoca un effetto ben più negativo rispetto il singolo incidente nucleare. Perciò, le denunce ambientali, talvolta molto forti, di personalità come Greta piuttosto che lo stesso Papa Francesco, non vanno bene, condannano troppo un mondo contemporaneo che invece negli ultimi cinquant’anni ha goduto di enormi benefici (aumento della popolazione, miglioramento del reddito, democrazia, diffusione dell’istruzione…).

Il filo conduttore, anzi più correttamente, l’espressione conduttrice del ragionamento di Testa è l’”ambientalista collettivo” ovvero l’ambientalista “impregnato da un insieme di manifestazioni, credenze, comportamenti, emozioni, facile informazione, esagerazioni, stereotipi culturali, e spesso fake news mai verificate”. Per Chicco Testa quindi l’ambientalista collettivo è l’ambientalista contro il nucleare, la plastica che inquina, gli Ogm che riducono la biodiversità, l’uomo che è cattivo mentre la natura è buona e sa quel che fa. In conclusione, questo ambientalista è “come un fanatico, vive di ideologie negative e raramente si pone il problema dell’efficacia e della realizzabilità di quanto propone”.

Ovviamente il libro elogia la plastica, il nucleare, gli Ogm, la tecnologia 5G, criticando i tanti comitati del No che si formano un po’ ovunque nel nostro Paese e non solo.

Gli argomenti che l’autore tocca con capacità e coraggio sono davvero tanti e scomodi, non c’è dubbio. Su alcuni temi come il 5G o il proliferare dei Comitati del no, l’analisi di Testa è spesso condivisibile, su altre questioni, a mio avviso, meno. Sul nucleare, ad esempio, l’encomio che ne fa Testa è evidente. Sorprende tuttavia che l’autore dimentichi la questione fondamentale delle scorie nucleari, vero e grave problema di questa fonte energetica, oltre alla sicurezza. Paradossalmente, l’Italia non è ancora riuscita a realizzare un deposito in sicurezza per i rifiuti radioattivi della sua brevissima stagione nucleare, ma Testa questo argomento stranamente lo evita. Come non si fa menzione dei due referendum italiani che democraticamente hanno bocciato questa fonte energetica. Così anche per gli Ogm e i cambiamenti climatici o la plastica, Testa nel criticare chi la pensa diversamente da lui, talvolta anche in modo energico e provocatorio, sembra omettere che c’è anche una scienza che condivide gli allarmi degli “ambientalisti collettivi” e che propone altrettante interessanti e condivise alternative tecnologiche.

Ecco, c’è la sensazione nello scorrere il volume, che l’autore in taluni casi si lasci andare ad uno sfogo personale, quasi una sorta di “togliersi qualche sassolino dalle scarpe” verso i suoi vecchi compagni di viaggio, diventando un po’ troppo oltranzista nelle sue posizioni e persino integralista. Di fatto, non dissimile da chi vuole criticare in questo suo lavoro.

Alla fine, il libro vale sicuramente una lettura attenta quanto distaccata, per non finire travolti da una serie di sentenze e di tesi prive di una adeguata serie di filtri.

Laureato in Storia indirizzo contemporaneo, saggista e giornalista pubblicista, si occupa di storia dell’ambiente e del territorio. Collabora con varie testate giornalistiche. Ha avuto incarichi istituzionali ed è stato tra i fondatori a Venezia dell’associazione ambientalista VAS. Lavora a Venezia presso la Società Thetis SpA, dove si occupa di comunicazione e analisi del territorio. Tra le molteplici attività, ha pubblicato numerosi libri sui problemi di Venezia e della sua laguna.