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La nostra Silvia Rizzo in questa pagina ci presenta una riflessione molto bella, che invito a leggere, sul concetto di confine e sulle sue due diverse letture e interpretazioni: confine=muro/barriera e confine=soglia

Il concetto di confine è complementare ad altri due temi tra loro intrecciati, il conflitto e l’inclusione/esclusione, già peraltro presenti sotto traccia nella riflessione di Silvia. Il tutto può contribuire al maturare di una nuova inedita etica in grado di completare, per quanto provvisoriamente, tutto il lungo processo dell’etica moderna cominciata con la rivoluzione scientifica e continuata con il secolo dei lumi e con le rivoluzioni democratiche: è l’‘etica dell’inclusione’, una pratica che andrebbe coniugata in tutte le circostanze in cui ‘includere’ ha un valore positivo e risolutivo. Il termine lo si utilizza già, questo è vero, ma lo si limita, anche se non è poco, all’inclusione sociale, come soluzione in cui nella società gli esclusi a vario titolo, una vasta schiera con una vasta casistica, sono individuati come gli emarginati e i discriminati socialmente. L’inclusione sociale viene percepita sempre di più, e questo è un bene, come un atto dovuto che a ben vedere rimanda ai diritti di cittadinanza, alla piena dignità di ogni vivente e della sua soggettività; ed ogni soggetto è ‘citoyen’, ha piena cittadinanza solo se può avere concretamente le stesse chance di tutti gli altri. E come ben sappiamo quello delle opportunità è il piano dove si manifesta completamente l’idea di uguaglianza. A chi si include socialmente viene chiesta solo una contropartita: accettare e rispettare i principi generali codificati nel diritto, nello ius, della società che si apre all’inclusione, dal momento che diritti e doveri si sostengono a vicenda.

Solitamente l’inclusione la si allarga al rapporto tra culture, etnie e religioni diverse, queste si potenzialmente confliggenti soprattutto in certi determinati contesti che le mettono a contatto ravvicinato, e si postula una loro pacifica convivenza anche se sovente non si va oltre, evitando di approfondire come e in che forme questa convivenza dovrebbe manifestarsi. Ma è già molto che questo principio cominci a passare come pensiero comune, anche se c’è sempre qua e là chi tende a rivendicare primati culturali in nome di non si sa che, non certo dei principi di convivenza che si sono radicati nella modernità.

Ho sempre pensato che i perimetri, i confini della convivenza pacifica debbano essere stabiliti dalle regole e dagli obiettivi condivisi che una società si dà, sempre perfettibili e correggibili, ma mai negoziabili fino a che non se ne stabilisce degli altri con lo stesso processo di condivisione. Perché in assenza di un patto fatto di regole e obiettivi condivisi, nella babele di interessi e punti di vista contrastanti, sociali, politici, culturali e soprattutto economici, tutti hanno sempre torto e tutti sempre ragione; infatti  mancando un punto di riferimento su ciò che è giusto e ciò che non lo è, allora ognuno il punto di riferimento se lo dà da sé stesso autoreferenzialmente. Le regole e gli obiettivi condivisi, che nel caso più ampio del rapporto tra cittadini e tra nazioni sono codificate in Costituzioni e nelle carte di diritto sovranazionali, sono invece l’espressione massima dell’inclusione, ed è bene che in questo caso nel perimetro che le contiene ci sia una barriera abbastanza rigida a tutti i livelli: l’uso della forza come estrema ratio è giustificato per difenderle e, se non ci sono, per acquisirle, se c’è chi le contrasta e le aggredisce quando ci sono o le osteggia nel loro farsi quando non ci sono ancora. In definitiva non tutte le prove di forza sono negative se attuate a difesa da un’aggressione. In questo caso l’inclusione trova un limite, che all’occorrenza può diventare muro. Infatti non si include chi si autoesclude dal perimetro delle condivisioni. O condivide o sta fuori e non è questo una dittatura di una maggioranza risicata che si è data regole e obiettivi, perché le regole e gli obiettivi condivisi non saranno mai presi se non da una maggioranza molto qualificata e ampia, come è accaduto e può ancora accadere per la nostra Costituzione. In ogni caso le porte, le soglie restano sempre potenzialmente apribili per chi ha voluto star fuori e in questo caso l’inclusione comporta come contropartita una conversione da parte di chi prima si era auto escluso.

L’etica dell’inclusione va però completata e arricchita di concetti nuovi per riconoscerne l’ispirazione, che è qualcosa di più di una semplice attenzione all’altro fine a sè stessa. C’è da dire che l’inclusione non la si utilizza mai almeno come termine, ma anche come concetto, nelle circostanze in cui ‘includere’ può essere la soluzione del conflitto, una condizione questa che resta sempre latente anche laddove ci si è dati regole e obiettivi comuni, perché una cosa è averle teoricamente e una cosa è attuarle nella pratica. Molte difficoltà sorgono infatti quando l’inclusione è sganciata dal rapporto con gli esclusi ma si pone come processo di inclusione tra pari, come possibile soluzione del conflitto, a tutte le scale esso si ponga, da quella interna al piccolo nucleo che vuole o, in molti casi, deve stare insieme, famiglia compresa, su su fino alla politica estera e al rapporto tra stati e alla convivenza planetaria tra istituzioni. Le dinamiche sono sempre le stesse.

Impossibile negare o rimuovere il conflitto come condizione esistenziale. Il conflitto è sempre potenzialmente agente per interessi, caratteri, punti di vista, nelle strategie di vita, individuale e collettiva, che possono essere divergenti e che si contrastano tra di loro. In ogni caso o il conflitto c’è oggettivamente oppure si crede che ci sia; e in questo caso è come se ci fosse realmente, non è solo questione di chi ha ragione o chi ha torto.

L’inclusione come soluzione del conflitto tuttavia non è mai contemplata, semmai si preferisce parlare di mediazione, un termine che vuole nobilitare il compromesso, un concetto questo che odora di soluzione forzata al ribasso. Proprio per questo dovrebbe invece entrare in gioco l’inclusione tra pari, per evitare la forzatura del compromesso. Questa inclusione recita: la tua verità e la tua identità e le mie verità e identità pari sono, devono convivere perché sono entrambe buone: non possono che essere buone se entrambi viviamo dentro a un perimetro di regole e obiettivi condivisi. Le nostre identità e verità sono semplicemente forme, modalità diverse di perseguire obiettivi comuni. E’ una forzatura anche questa? Forse si, perché nel conflitto ognuno fa fatica a pensare che gli obiettivi siano comuni e diverse solo le forme, ma è una forzatura che fa fare un passo avanti.

In questo caso perché va scelta l’inclusione? Non perché è buona in sé, ma perché sul lungo percorso, come strategia complessiva conviene.

L’umanità ha sempre convissuto con la guerra, in Europa fino alla fine del secolo scorso e nel pianeta ancor oggi. Si badi però che da quando ci sono costituzioni democratiche i paesi che se le sono date non hanno più combattuto guerre tra di loro, anche se l’inclusione si è limitata solo ad un buon rapporto tra stati. Per ora è un’inclusione a metà. Quanto alla convenienza si potrà obiettare che la guerra è stata ed è utile al vincitore, perciò apparentemente conveniente, per cui la prova di forza nel conflitto ha una sua logica di convenienza che aleggia nel pensiero di chi entra in guerra, che all’inizio pensa sempre di poterla vincere. Sui tempi lunghi non conviene però mai perché anche le vittorie belliche sono episodi che poi si scontano. E’ sempre stato così. La cooperazione tra stati conviene sempre, è provato. E non basta.

L’etica dell’inclusione ha perciò una sua dimensione geopolitica nella misura in cui postula qualcosa di più di una semplice cooperazione, ma spinge per creare istituzioni ampie, includenti, plurali ma unitarie. Alla fine convengono. Per l’Unione europea in molti casi se ne ha la prova. Il nostro Bruno Gerolimetto da anni sulle nostre pagine sciorina continuamente situazioni in cui persino un’Unione Europea ancora molto limitata produce comunque condizioni sociali convenienti e quindi si può immaginare che un futuro Stato Federale Europeo potenzialmente aumenti ancor di più le chance di cittadinanza per i suoi abitanti. Non a caso i conflitti etnici, le costruzioni di muri, le instabilità si manifestano sempre in quelle parti dell’Europa e del pianeta dove c’è carenza di democrazia e di stato di diritto. Si faccia caso di come, a tutte le scale in cui il conflitto si manifesta liberamente con lo scontro aperto, senza risolversi in una scelta di inclusione e di convivenza pacificata, c’è dissipamento di risorse materiali, economiche, umane, spreco di tempo enorme finalizzati alla distruzione dell’avversario, e ciò vale dal conflitto di coppia fino ai conflitti civili negli stati e planetari tra gli stati: Il conflitto aperto portato alle estreme conseguenze non conviene mai. Conviene sempre il contrario.

La politica interna non sfugge alla regola. Qui il discorso si fa delicato perché la dialettica, lo scontro politico e il prevalere di una posizione sull’altra attraverso il voto sono tutti aspetti che vengono visti come il sale della democrazia. L’unanimismo odora sempre di sottrazione di pluralità e di attentato alla democrazia. Infine c’è una un pensiero diffuso che sostiene che in politica le posizioni diverse e confliggenti sono inevitabili. In definitiva l’etica dell’inclusione, più o meno accolta in tutti gli altri ambiti, è costretta a fermarsi sul perimetro della politica interna. Gestire, governare, promulgare leggi accontentando tutti e col consenso di tutti è impossibile, secondo una vulgata ispirata ad un realismo acritico e di basso profilo. L’etica dell’inclusione, diventata ormai un politicamente corretto come inclusione sociale e, abbiamo visto, anche etnico culturale, persino geopolitica, diventa nella mentalità comune inapplicabile al livello della politica interna. In cui si dà per buono e si valorizza invece l’esclusione; “con loro mai” si sente dire e si legge nelle interviste, identità inconciliabili, paletti e confini che ci si affretta a piantare e a ridisegnare come barriere invalicabili. E quando le circostanze impongono unità ampie, come in Italia con l’attuale governo Draghi, ecco che tutti si precipitano ad avvertire che è provvisoria e accettata obtorto collo. Tutti a cercare di costruire per il domani alleanze sulla base ancora e sempre del bipolarismo e non parliamo poi a livello locale e cittadino, dove le leggi elettorali in nome del mito della governabilità spaccano la società in due campi contrapposti senza alternative.

Ma quanto c’è di falso in questo schema? Ci si chiede come sia possibile che forze politiche i cui rappresentanti, di qualsiasi colore, una volta eletti giurano tutti sulla stessa Costituzione, possano avere posizioni politiche così distanti tra loro da essere esclusive. Distanti, anche se poi giurano tutti su un testo che non è solo un insieme di buone regole, ma contiene indirizzi politici precisi e inequivocabili in cui tutti dovrebbero riconoscersi e rispetto ai quali le differenze, i distinguo, le identità diverse non si giustificano. Ciò vuol dire che per alcune forze politiche quel giuramento è uno spergiuro e che in realtà non condividono affatto quel testo e lo disattendono sistematicamente. Oppure tutti bene o male vi si riconoscono, ma non ammettono di stare insieme a un fronte ampio e si rifugiano in pretesti per marcare le differenze.

La politica porta a odiare e a dividere, altrochè, e pure ci se ne fa vanto.

Chi si riempie la bocca dell’inclusione a tutti i livelli, dà invece per scontato che per la politica si fa eccezione e la si mantiene fondata sull’esclusione e sulle incompatibilità, giudicando ‘fuori dal mondo’ chi fa notare l’ipocrisia di questa incoerenza. Ma la scommessa delle scommesse è proprio questa: che l’etica dell’inclusione abbia il suo compimento definitivo anche nella dimensione politica, naturalmente in un contesto di uno stato di diritto, da cui è naturalmente escluso fino al suo ravvedimento chi non vi si riconosce.

Nei miei ingenui e sognatori anni ’60 c’era chi con lucida semplicità, vedendo tutto il male dello scontro politico cantava con questi semplici versi: “con gli odi di partito Dio è morto” ma “noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”. Troppo spesso un ingiustificato pudore ci impedisce di essere visionari nel modo in cui questi versi si esprimono e di sognare. Pensatori e filosofi del passato in più di un’occasione con naturalezza si ponevano invece senza colpo ferire obiettivi ambiziosissimi come finalità per la politica. Tanto per dire Marx ed Engels con nonchalance ipotizzavano una società senza classi e l’estinzione dello stato, non bruscolini, al di là che il progetto fosse più o meno condivisibile. E ancora, alcune ambiziose Costituzioni democratiche hanno inserito nientemeno che il raggiungimento della felicità come diritto supremo per i cittadini. In entrambi i casi con la spudoratezza nel volare altissimo, una dimensione che andrebbe recuperata come nuova moralità.

Avremo modo di riparlarne perché ci si rende conto che non è facile prefigurare la cooperazione e la condivisione di responsabilità in un campo come quello della politica che da quando esiste il mondo è solo divisivo, ma è una sfida da vincere in nome di quella razionalità che da qualche secolo guida il progresso umano. E la razionalità porta a discernere ciò che è utile da ciò che non lo è. La razionalità ottimizza le risorse. L’inclusione politica, fatta di ampie intese democratiche ovunque ciò sia possibile, è semplicemente cosa utile perché indirizza al bene comune tutte le risorse disponibili, evitando di buttarle via. Che è il prezzo inevitabile della contrapposizione politica.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.