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E’ sotto lo sguardo di Mustafa Kemal Ataturk che è andato in scena l’ennesimo incidente diplomatico tra UE e Turchia.

L’irriverenza dell’attuale Presidente Turco sembra non conoscere limiti né pudore, risultando beffardo che quanto accaduto ad Ankara alcune settimane fa, noto come l’episodio della sedia mancante per la Presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen, si sia svolto nella stanza dove troneggia proprio il ritratto del padre della Turchia moderna che, tra il 1924 e il 1934, aveva incluso nel discorso ufficiale allo stato turco guarda caso proprio il principio dell’emancipazione della donna, riconoscendo l’uguaglianza tra uomo e donna.

Se nel 1935, per la prima volta, alle donne turche fu concesso il diritto di voto alle elezioni nazionali, l’Art 10 della Costituzione turca vieta qualsiasi discriminazione, statale o privata, basata dal sesso.

Tutto ciò costituisce una seria aggravante rispetto a quanto accaduto e l’UE non deve certo scusarsi di nulla, a meno di non voler ritenere l’accondiscendenza a regimi politici come una colpa.

L’incidente della sedia, l’esitazione e l’imbarazzo del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, lo spaesamento della Presidente Von der Leyen e il compiacimento dell’Erdogan di turno, sono però anche la metafora di qualcosa che non funziona in Europa e di cui, gli oppositori, interni ed esterni al progetto europeo, traggono vantaggio.

Venendo all’episodio sopra citato, al netto dei pur sempre validi principi di cavalleria e buona educazione, la sedia per Michel c’era, perché, in termini di protocollo, la sua posizione è quella di un Capo di Stato e di Governo e così è stato trattato.

Si dirà che, anche Von der Leyen, rappresenta un Governo. Vero.

Così come tuttavia è, però, vero che l’equivoco dipende dalla coesistenza, in Europa, di un duplice potere legislativo costituito da Parlamento e Consiglio dei Ministri UE, con un duplice potere esecutivo, costituito da Consiglio Europeo e Commissione stessa.

In questo quadro, Erdogan, con sua grande soddisfazione, non ha fatto altro, purtroppo, che dare plastica forma all’intergovernativismo che oggi domina l’Unione.

Anche se non previsto nei Trattati, oggi più che mai, è il Consiglio Europeo a governare in senso assoluto l’Unione, secondo i canoni del metodo intergovernativo che pian piano ha preso il posto del metodo comunitario.

La triste scena turca, per quanto caratterizzata dal compiaciuto sessismo del neo Sultano, è allo stesso modo deprimente, perché riflette il sempre più forte potere degli Stati negli equilibri tra le Istituzioni, che se non sarà presto corretto, oltre a comportare il rischio del ripetersi di episodi simili, determinerà con ancor più probabilità il rischio di pericolose situazioni di stallo decisionale da parte dell’Unione Europea.

La Dichiarazione sottoscritta il 10 marzo scorso dai presidenti del Consiglio dei ministri (rappresentati da António Costa a nome della presidenza del Consiglio) della Commissione europea e del Parlamento europeo che promuove la Conferenza sul futuro dell’Europa (CoFuE), forse, costituisce l’occasione per fare il punto sulle cose che in Europa non funzionano e per individuare la strada da percorrere per correggere le criticità di oggi, anche rivedendo i Trattati se necessario.

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra. Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti. Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.