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“Se l’è cercata”, non c’è frase più odiosa di questa.

Anche perché da un bel po’ di tempo riferita con malizia all’unico ricorrente caso in cui certe persone subiscono e basta, senza ‘cercarsi’ proprio niente; frase cioè riferita frequentemente a donne che subiscono violenza di tipo sessuale, considerate corree verso sé stesse non si capisce per quale ragione. Donne che dovrebbero avere il diritto di non essere neppure sfiorate senza il loro consenso, e soprattutto a prescindere dal loro aspetto e dall’ora del giorno e della notte in cui desiderano andare per i fatti loro. Tutti fattori estetici e temporali dei quali, se non recano danno diretto e attivo ad alcuno, dovrebbero essere uniche sovrane, pretendendo rispetto universale.

Eppure a parte questo caso, e a un suo uso purtroppo ricorrente, la frase, che resta comunque odiosa e comunque da non usare pubblicamente per non essere fraintesi, esprime efficacemente un concetto elementare. Paradossalmente non lo esprime efficacemente per il caso citato, ma per molte altre circostanze diversissime da questa, circostanze in cui un soggetto compie azioni e conduce abitudini totalmente irresponsabili. Cioè, andando letteralmente alla radice del termine ‘irresponsabile’, se interpellato “non risponde” alla collettività sulle conseguenze delle sue azioni e delle sue abitudini, se queste sono dannose non solo per sé (per la qual cosa non dovrebbe rispondere a nessuno), ma soprattutto se sono dannose per altri, addirittura per la comunità intera. Quindi la frase la userò per il concetto che esprime, devo dire in modo diretto e molto comprensibile, al di là del suo uso improprio.

C’è dunque tutto un universo di casi in cui non solo l’irresponsabile “se l’è cercata” per sé, ma l’ha “cercata e trovata” per un’intera comunità.

Ci sono esempi spicci, esempi di vita quotidiana che qualcuno giudicherà banale e stravagante citare, ma che devono far riflettere anche sui costi sociali dell’irresponsabilità. Che infatti non ricadono solo sull’irresponsabile che, appunto, “se l’è cercata”. La sorte di tale “ricerca”, se non avesse costi sociali e non avesse conseguenze su altri, andrebbe quantomeno rispettata essendo conseguenza di un atto volontario che coinvolge solo chi lo compie. Più o meno come il rispetto per un suicidio. Ma se i costi sociali di qualsiasi scelta ci sono, cambia tutto.

Perciò la voglio, come si dice, stracciare con un esempio che all’apparenza può sembrare fuori luogo: chi si fuma quotidianamente oltre venti sigarette al giorno, ma anche meno, ha con prevedibile certezza la possibilità di ammalarsi alle vie respiratorie in modo grave, fino a poterne morire, cosa che peraltro secondo la casistica medica avviene con una certa ricorrenza; e questa della morte come conseguenza potrebbe anche essere la sacrosanta ‘ricerca’ solo per ‘se medesimo’ e qualcuno potrebbe cinicamente dire: fatti tuoi. Però prima che ciò accada le cure mediche attraverso il servizio sanitario spesso ricadono su tutta la collettività, che le finanzia direttamente e indirettamente e che sono soprattutto sottratte a cure verso chi si ammala invece senza nessuna propria responsabilità ed é la stragrande maggioranza. Si dirà che tutte le dipendenze, come le tossicodipendenze – e il fumo lo è – non possono ricadere nella casistica della scelta libera, essendo il dipendente mosso da una forza che ormai gli è del tutto estranea sul piano razionale: il dipendente è costretto a “cercarsela” da una forza a lui esterna. Il che è pure molto vero se non ci fosse stata la classica “prima volta”. In cui, dal gioco d’azzardo all’alcool, dal cibo all’eroina, la volontà è ancora del tutto libera e in cui l’accesso all’oggetto che farà dipendere è intrapreso nel pieno delle facoltà d’intendere e volere, soprattutto se nel momento della prima volta si era già raggiunta la maggiore età. E se la ‘prima volta’ precede l’età adulta, per superficialità, per distrazione, diciamo pure, senza timore, per colpa, il rimbalzo della responsabilità dovrebbe ricadere su chi dalla società ha in totale affido educativo il minore; e non dirò che è la famiglia, entità di questi tempi sempre più vaga, bensì che sono i genitori in carne ed ossa gli affidatari – e sono sempre e solo due -, sui quali dovrebbe ricadere gran parte della responsabilità degli atti del non ancora del tutto responsabile minore; affidatari che invece quasi sempre la fanno franca. Senza contare che in alcuni casi, tra cui di nuovo c’è il fumo di tabacco, la scelta di uscire dalla dipendenza è meno difficile di altre e ciò comporterebbe un ritrovato senso di responsabilità verso i propri simili per le ragioni sopraddette relative ai costi sociali, oltre che per giovare a sè medesimi.

Si potrebbe finire qui perché questo del fumo è – come si dice – un caso di scuola che potrebbe essere esteso ad una gamma infinita di irresponsabilità anche molto più gravi nelle conseguenze. Tanto per dire, chi guida l’auto acclaratamente in modo del tutto rischioso, soprattutto ma non solo, per ciò che riguarda la troppo alta velocità, deliberatamente mette a rischio non solo sé stesso, che – appunto- “se l’è cercata”; ed è del tutto superfluo illustrare la lunga lista dei costi sociali, da quel che leggo in giro devo dire costi enormi, diretti e indiretti della sua azione deliberata e pienamente cosciente. E qui non c’è dipendenza che tenga. Tanto è vero che il Legislatore se n’è accorto e ha finalmente penalizzato le azioni automobilistiche che hanno come conseguenza il decesso di vittime innocenti. Anche se restano altri costi sociali, sanitari soprattutto, ugualmente enormi, se la conseguenza non porta alla morte di qualcuno.

Non mi faccio tentare infine dall’attualità per approfondire troppo quel che si è detto in questi lunghi mesi di emergenza sanitaria, sui no vax e sugli assembramenti e sui loro costi diretti e indiretti; perché, se si è seguito il ragionamento sin qui, questi sono casi di irresponsabilità che si autocommentano.

In definitiva l’irresponsabilità sembra figlia dell’individualismo insofferente alle regole, carattere dominante della modernità che lascia molto tempo liberato per dispiegarla, e paradossalmente, perché la modernità dovrebbe essere stata portatrice di libertà e di razionalità che regola le libertà. Ma sarà vero? Qui sembra che della libertà si faccia spesso pessimo uso. E circa il tempo liberato per usarla male, a volte verrebbe da rimpiangere le società tradizionali dove il vincolo del lavoro e della sopravvivenza non lasciava scampo e gesti irresponsabili se ne compivano pochi perché mancava letteralmente il tempo per compierli.

Ma c’è qualcosa di più invisibile e inquietante per ciò che riguarda l’irresponsabilità. Nella gamma degli esempi sociali irresponsabili e delle loro conseguenze, va infatti aggiunto un sottobosco diffuso, letale psicologicamente e che riguarda l’irresponsabilità nella vita che ognuno conduce per conto suo, con le sue scelte libere nelle cose che contano per la propria realizzazione, scelte che però finiscono per coinvolgere in negativo le persone a lui vicine, oltre anche a costi sociali indiretti.

Anche in questo caso basta guardarci attorno. Ognuno di noi conosce persone che nella loro vita hanno costruito deliberatamente con costanza certosina per decenni la loro infelicità e i loro guai, che avrebbero potuto evitare o limitare, fisici, lavorativi, affettivi, di realizzazione. Non parlo di chi commette semplici errori – e chi non li commette?- parlo dei recidivi plurimi, che incuranti di vie da battere diverse e migliori e ben note, suggerite ripetutamente da chi sta loro vicino, per indole (ma l’indole la si costruisce) vanno in ‘direzione ostinata e contraria’, anche al semplice buon senso. E ci vanno pienamente coscienti negli atti che compiono o che spesso non compiono, e nello stesso tempo pienamente incoscienti o, non sembri un paradosso, volutamente incoscienti sul destino negativo che li attende. Un destino che molti, attorno e prossimi, sommessamente, fin troppo sommessamente, più volte han fatto loro presente. Sperando di non essere equivocato, direi che le donne che, anche qui, con costanza certosina, incuranti di tutti i segnali che spesso si manifestano già al primo incontro e incuranti degli avvertimenti esterni dei loro sodali, scelgono liberamente di vivere sotto lo stesso tetto insieme a quello che diventerà il loro carnefice e talvolta carnefice dei loro figli, ricadono in questa casistica come esempio estremo; ma con le stesse dinamiche superficiali e di sbadataggine di quelli meno estremi e molto più diffusi nel carsismo della vita quotidiana.

Si potrebbe parlare a lungo di queste vite deliberatamente sbagliate e si potrebbe dire che, anche qui, andrebbe rispettato il diritto di sbagliare e del loro ‘cercarsele’. Se non fosse ovviamente che tale diritto all’errore ricade alla lunga, e pesantemente, sui loro prossimi, che spesso si fanno carico di parare le conseguenze con una solidarietà dovuta, ma a loro volta anche subita. C’è una gamma infinita di persone infelici, che fanno una vita grama, in giro per il pianeta soprattutto, a cui si darebbe molto più volentieri solidarietà, perché, questi a dir poco infelici, la vita grama l’hanno solo subita senza alcuna colpa: c’è chi subisce la sorte senza colpa di nascere in una bidonville di Adis Abeba o di sopravvivere senza più famiglia a un incidente di una funivia. La solidarietà verso chi in una condizione di ottime chance di partenza non è stato solidale con sé stesso, per pigrizia, incapacità e per sbadataggine (difetti che non vanno mai riconosciuti come diritti se manifestati in modo reiterato e con continuità) è una solidarietà che forse si deve dare lo stesso; ma che si sappia che è una solidarietà sottratta ad altri incolpevoli, non solo quelli estremi nati nella bidonville di Adis Abeba, ma anche ai più prossimi nel giro delle conoscenze.

Si dirà che è facile giudicare dallo scranno di una purezza che nessuno può vantare perché – come si dice – tutti siamo peccatori.

Vero, ma la differenza viene dalle conseguenze. E posso vantare non purezza – quando mai? – ma il mio caso personale si. Ho commesso in età adulta molti errori, anche se quasi mai reiterati, in tutti i campi in cui mi sono trovato a compiere delle scelte, famiglia, lavoro, vita sociale e politica, relazioni. Ho sbagliato in molti casi, ma credo di aver sbagliato senza mai far ricadere su alcuno l’errore. Non ho mai ricevuto sconti anche per un solo errore, e anche per errori in buona fede ho sempre pagato pegno senza mai farla franca. E, per quanto uno sbaglio di scelte operate una prima volta senza una seconda non consisterebbe nella casistica del ‘cercarsela’, e se anche un solo errore fosse un ‘cercarsela’, c’ho rimesso solo di persona e, scusate, non è la stessa cosa. In più conosco bene come alcuni errori incidano sulla mia vita personale ancor oggi, ma posso dire che se un domani non riuscissi più a controllarli e avessi bisogno di sostegni di qualsiasi tipo cercherei, se ne sarò capace, di continuare a non gravare, quantomeno economicamente, sulla società e sui più prossimi. E se un domani questa buona e pia intenzione non riuscissi a mantenerla, avrò, spero, almeno la lucidità di riconoscere un mio atto di enorme incoerenza.

Conosco bene qual è il mantra della giustificazione di tutto ciò che si sbaglia al mondo, dalle dipendenze agli errori di vita individuale, dalle smargiassate alle semplici pigrizie: il condizionamento sociale. C’è stata tutta una letteratura sociologica, la cui matrice filosofica e politica è ben nota, che purtroppo ha acculturato generazioni intere, che ci ha narrato di una società ingiusta come unica responsabile perché condiziona qualsiasi comportamento, per cui nessuno è mai veramente libero. Quindi, secondo tale nota teoria, la scelta sbagliata libera non esiste.  In tale supposta società che, dal pianeta intero al nucleo famigliare, è iniqua e violenta, nessuno mai “se la cerca” liberamente, tanto per riprendere il concetto dell’origine: è la società, fino alla sua articolazione nucleare, che ti impone tutti i tuoi limiti e “te la cerca” e non solo sul piano economico, ma anche su quello psicologico. Questa storiella, nata da un sociologismo pervasivo e astuto, è ancora molto diffusa e non riesce a smentire nelle autoassoluzioni neppure un dato evidente. Che mi pare questo: se le condizioni sociali inducessero sempre obbligatoriamente a scelte sbagliate, a parità di condizioni sociali diciamo negative e condizionanti economicamente e psicologicamente, ci sarebbero sempre solo scelte sbagliate e paritariamente condizionate. Ma è così? Grazieaddio anche a parità di condizioni di partenza supposte come negative, seppure ognuna è diversa dall’altra, ne consegue invece una maggioranza di scelte soffertamente responsabili buone o neutre o comunque indolori e solo una minoranza di cattive e se non fosse così saremmo già da un pezzo alla catastrofe. Quando insegnavo nella scuola statale i migliori spesso erano quelli che avevano condizioni più pesanti a casa e quando la collega in scrutinio ci faceva la solita arringa sulla condizione familiare del tale alunno per non bocciarlo, se meritava la bocciatura non ci cascavo e avevo pronta la lista di chi in quella stessa classe si era distinto con partenze ancora più pesanti a casa.

D’altra parte un’autoassoluzione di grande presa, quantomeno in Italia, e che fa riferimento al mal funzionamento dei governi, ma in questo caso più tecnico-politica che sociale, è quella relativa all’evasione fiscale. Quanto questa irresponsabilità di massa costi a tutti e, beffardamente, anche a chi la compie pienamente cosciente, è davanti ai nostri occhi quotidianamente. Ma è utile ricordarla perché richiama nell’autoassoluzione tutta la filiera delle irresponsabilità di cui ho cercato di dar conto. E soprattutto apre ad uno scenario molto più grande

Se l’irresponsabilità ha infatti una sua cultura così di massa che cosa aspettarci allora dall’irresponsabilità alla scala più ampia di tutte, quella delle scelte politiche? Certo qui si apre un altro capitolo che merita una riflessione a sé, ma è il più importante. Perché è quello in cui i colpevoli sono invisibili e la fanno sempre o quasi sempre franca, se agiscono in piena legalità formale. Non parlo perciò delle corruzioni e delle ruberie perché almeno quelle sulla carta sono reati (E d’altra parte anche le irresponsabilità individuali di cui ampiamente ho parlato, a parte l’evasione fiscale quasi mai cascano nel penale. Il fumo? E quando mai?). Parlo perciò di scelte del tutto legali prese da parlamenti e governi senza la dovuta cura nel pensare ciò che ne conseguirà non per l’indomani ma per i decenni successivi. Come certe scelte unilaterali, prese secondo la logica dell’agone politico, per cui se comando e ho maggioranza, vado avanti senza mediare. Sono in una compagine governativa che privilegia solo gli interventi infrastrutturali e una cultura individualista? Ecco un eccesso di cementificazione che farà pagare conseguenze irreparabili all’ambiente e questo già succede e molto. Ma se va al governo una compagine unilateralmente ecologista bloccherà irresponsabilmente come primo atto una nuova strada che magari, se realizzata, avrebbe avuto il pregio di incanalare altrove il traffico e di rendere pedonalizzato e fruibile dai cittadini e da nuovi potenziali turisti un gioiello di centro storico tardo medievale. A Serravalle di Vittorio Veneto non è capitato, ma se fosse capitato….Le irresponsabilità in politica si attorcigliano e si avviluppano.

Ma questa, come già detto, è un’altra storia tutta da raccontare.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.