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Penso che lo scritto di Carlo Rubini   Nuova politica, un progetto per Luminosi Giorni abbia un intento anche provocatorio, muovendo dal desiderio di cambiare la nostra politica insopportabilmente conflittuale.

Intento lodevole, ma che a me appare alquanto utopistico, in quanto è auspicabile che la politica tenda a temperare le asprezze e le divisioni che ci presenta ogni giorno, ma non può certo tendere alla loro eliminazione.  

Da cento e passa anni la politica vede protagonisti i partiti che, come dice lo stesso termine, sono organizzazioni di parte, hanno una natura e degli scopi partigiani, e concorrono per la gestione del potere. La conflittualità è una condizione ineluttabile in quanto, oltre alle differenze ideologiche, alle differenze di rappresentazione degli interessi dei diversi ceti o gruppi sociali, e alle differenze di progettualità politica, c’è una condizione di base che determina il conflitto: la limitatezza delle risorse disponibili.

Questa limitatezza obbliga a scelte, che favoriscono determinati gruppi sociali anziché altri; che sono finalizzate a determinati progetti, di sviluppo industriale, o scolastico-educativo, o di incremento del  lavoro, progetti che incontrano l’approvazione di una parte dei cittadini e l’avversione di altre parti.  E la scelta di parte non è da considerarsi una sconfitta, ma una condizione inevitabile.

Eviterei il richiamo alla Costituzione; la Costituzione è un atto fondativo, fornisce le coordinate dell’agire come cittadini, come partiti e come apparato statale, ma non il percorso da intraprendere. La Costituzione non è la Bibbia, nè tanto meno il Corano.

Certe partecipazioni dell’Italia ad azioni belliche, negli ultimi decenni, sono state  – da buona parte dei cittadini – ritenute opportune; a mio avviso non lo sono state tutte, ma sarebbe troppo lungo, in questa sede,  entrare nel merito.

Colgo l’occasione per rilevare che talune partecipazioni di guerra avrebbero dovuto suscitare dibattiti serrati tra parlamentari e soprattutto tra costituzionalisti, categoria di cui fanno parte gli stessi che poi si stracciano le vesti per riforme di articoli della Costituzione, urlando all’abominio.

Oltretutto, oggigiorno la Costituzione viene richiamata spesso a sproposito – non è il caso di Carlo Rubini, naturalmente –   per ogni starnuto dell’avversario, anche per contrastare politiche perfettamente legittime, sia pur non condivise. Mentre invece il giudizio di costituzionalità su leggi, o referendum, o sentenze di tribunali andrebbe lasciato alla Consulta, anche se talvolta è un giudizio criticabile; ma criticabile da altri costituzionalisti, non certo da chi persegue l’ideologia dell’ ”uno vale uno”.

Invece è auspicabile che si trovi un consenso quando una singola politica, o un singolo atto legislativo – o amministrativo nelle città –  va incontro alle esigenze di gran parte della popolazione.  Ma sono singole leggi, appunto, singoli provvedimenti.  Allora, come talvolta succede, si può trovare una condivisione molto allargata, anche se non unanime. E questo è un invito che abbiamo fatto in LG; differenziandoci da chi parte immediatamente con le crociate, soprattutto in ambito cittadino.

E’ constatabile che proposte di legge o riforme che intacchino interessi consolidati, a destra o a sinistra, provocano nel nostro paese reazioni furibonde, con richiami all’apocalisse.

E allora, come tradurre le aspirazioni nel fare? Quali progetti abbracciare, condividere? Sia come persone, e  come collaboratori di LG?

Ultimamente, in LG, ci siamo dati dei criteri di comportamento. Non è una questione di bon ton. E’ più ambiziosa, si tratta di invitare il lettore, e chi condivide la nostra impostazione, ad un comportamento civico e pragmatico, si tratta di autolimitare  e controllare per primi le nostre passioni, e contribuire ad un dibattito civile. Anche perché chi fa sistematicamente appello all’indignazione contro l’avversario farebbe bene, almeno ogni tanto, a volgere lo sguardo a casa propria.

L’obiettivo –  almeno come lo vedo io – è di moltiplicare l’occasione di riflessioni, per tendere a scelte le più meditate possibili.

Abbiamo mostrato interesse per un percorso di sinistra liberale, o di liberalismo, inteso principalmente come rifiuto di dogmi e di pensieri “unici”, che però è da costruire, senza precluderci apporti utili da altri partiti o gruppi politici. Abbiamo optato per l’Europa, senza nasconderci le difficoltà e le delusioni che tale scelta comporta: d’altra parte non vediamo grandi alternative, anche perché uno Stato staccato dalla cooperazione  internazionale non porta a niente, o quasi.  Abbiamo criticato la dimensione destra-sinistra come dimensione unica, esclusiva,  e abbiamo invitato a considerare altre dimensioni come quella liberalismo-illiberalismo, e quella inclusione-esclusione, che consideriamo pregna di sviluppi e molto più incombente. Abbiamo invitato a considerare l’avversario politico come antagonista, e non come un nemico; anche perché, aggiungo io, il partito, o il movimento, o il leader antagonista possono farsi interpreti di istanze dei cittadini che sono ampiamente degne di considerazione, o per lo meno non sono certo trascurabili.  Abbiamo invitato i politici a condividere certe proposte amministrative della controparte, quando con esse si può concordare, e quando sono rivolte al bene della comunità, evitando le crociate ed il muro contro muro, soprattutto in ambito cittadino.

Questo è già un programma, e piuttosto ambizioso. Se tutte queste proposte, molto concrete e rispettose delle differenze, inducono all’adesione o alla considerazione positiva dei lettori, questo è già un risultato di cui essere soddisfatti.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ex consulente e manager aziendale, in aziende industriali e di servizi pubblici. Collaboratore di istituti universitari e enti di ricerca. Membro della Società Italiana di Studi Elettorali. Appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.