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Proponiamo ai lettori un’iniziativa completamente inedita per Luminosi Giorni. Un tema di stretta attualità – l’ultimatum dell’UNESCO – trattato a “6 mani” attraverso le impressioni a caldo di più redattori. Ne esce complessivamente un quadro coerente della posizione della testata. Siamo fiduciosi che i lettori apprezzeranno il tentativo di offrire una visione più movimentata e ricca di sfaccettature.      

Ci risiamo con l’UNESCO. La prestigiosa organizzazione torna alla carica con la minaccia di inserire Venezia nei siti a rischio. Le solite contestazioni nel 2017 questa volta con una rimodulazione delle priorità: oggi il punto principale è “via le Grandi Navi senza se e senza ma” con il contorno dei soliti temi (sacrosanti, si intende) dell’overturism e della residenzialità in crisi.

Con il solito provincialismo (anche se, va detto, con meno clamore dell’altra volta.. evidentemente non c’è più l’effetto novità) in città è un fiorire di commenti. Che francamente lasciano una sensazione di amarezza. Primo perché l’intervento dell’UNESCO è stato chiesto e ottenuto, all’epoca, da alcune organizzazioni ambientalistiche di casa nostra. Che è un po’ paradossale: si chiede all’UNESCO di mettere in mora lo Stato Italiano salvo poi lanciare l’allarme “non vorrete mica che Venezia sia messa nella Danger List?”. Ma allora decidiamoci: o la priorità è difendere l’onorabilità dell’Italia (e quindi entrare nella Danger List è una sciagura) oppure la priorità è mettere in evidenza la situazione di crisi ma allora entrare nell’elenco dev’essere un auspicio. O l’uno o l’altro.

Detto questo, supponiamo che non solo entriamo nella famigerata lista ma che tolgano a Venezia lo status di Patrimonio dell’Umanità. Forse che abbiamo bisogno che l’UNESCO ci certifichi che lo siamo? Lo siamo di fatto, UNESCO o meno. Ma, dicono, essere Patrimonio dell’Umanità certificato da questo comporta dei vantaggi, vedi i molti siti che sgomitano per il prestigioso riconoscimento. Quali sono questi vantaggi? Che fa reclame e si attirano i turisti… Hai capito! Ma allora che ci depennino immediatamente, senza neppure passare per la Danger List!!

Ridicola e fastidiosa, infine l’arroganza con cui dettano disposizioni inapplicabili (fuori tutte le navi, quindi chiudiamo da domani il Porto?) tanto mica devono farsi carico, loro, dei posti di lavoro. Come scrivevano, l’altra volta?.. lo Stato metta campo la necessaria cornice strategica, di panificazione e di gestione.. della serie.. “arrangiatevi, mica sono problemi nostri”.

Ma ovviamente l’UNESCO è il dito e non la luna. Il vero, tragico, problema è che i problemi denunciati sono veri e sono da anni (se non decenni) incancreniti, senza che la Politica sia stata in grado di mettervi mano. Dimostrando una drammatica incapacità di decidere e assumersi responsabilità. Anche andando contropelo, se del caso, alle anime belle.

Tornando all’UNESCO… scommettiamo che finirà ancora a tarallucci e vino come nel 2017 con la trionfale visita di Brugnaro alla sede di Parigi con basi e struchi con la Presidentessa Irina Bokova? 

LORENZO COLOVINI

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Puntualmente, come ogni volta che questa meritoria istituzione internazionale emette le sue “sentenze”, scatta il riflesso pavloviano della politica cittadina.

Di ogni ordine e grado.

Con l’ambizione di condizionare anche lo scenario nazionale, di mobilitare il Parlamento, di scuotere le “coscienze” degli opinionisti a tutto tondo.

E allora via con la messa in scena: gli oppositori – in particolare le anime “turbo-ambientaliste”, le anime “antagoniste”, le anime “maicontente” – gli oppositori delle Giunte, di tutte le Giunte che hanno governato la Città in questi ultimi lustri, che si scatenano, che si stracciano le vesti, che reclamano decisioni ultimative e risolutive.

La reazione della controparte è sempre la stessa: “va tutto bene”, “è tutto sotto controllo”, “faremo”, “don’t worry”.

O ancora la ricerca di “risolutivi” Stati Generali, come se non bastasse ricordare il recente fallimentare esperimento di contiana memoria.

E allora via con le ricette più intransigenti, quelle più fantasiose, quelle più irraggiungibili.

I nostri paladini dell’intangibilità della Laguna – se lo sapessero Sabbadino o Paleocapa si rivolterebbero nella tomba – sono passati negli ultimi tempi dalla “moratoria” alla finalizzazione del MOSE (sic!), come se non fossero bastate le serie negative delle acque alte – beato il MOSE e la sua messa in funzione – all’invenzione del Porto off-shore.

Quell’off-shore che vorrebbero sia per il traffico Commerciale che per quello Turistico (via le Grandi Navi dalla Laguna!) di cui nessuno si è nemmeno preso la briga di valutarne la fattibilità in ordine all’impatto ambientale (questo sì andrebbe studiato e approfondito seriamente), in ordine alla immensa mole di opere infrastrutturali che lo dovrebbero sorreggere, in ordine alla stratosferica quantità di investimenti che richiederebbe.

Non ci si può accontentare di far transitare le GN dal Canale dei Petroli e di farle ormeggiare a Porto Marghera?

Con una ricaduta, questa sì davvero tutta positiva, sulle infrastrutture di un’area strategica per lo sviluppo di tutto il territorio metropolitano.

NO! Assolutamente No! Meglio buttare la palla in tribuna. O meglio nel mare grande. E perché?

Perché è una battaglia ideologica, perché i paladini della Laguna, preferiscono fare le battaglie con le parole d’ordine piuttosto che misurarsi con la realtà.

Provate a chiedere a loro se sanno cos’è la Terza Zona (che avrebbe dovuto essere Industriale), se sanno quanti ettari della Laguna sono stati sottratti all’espansione delle acque tra gli anni ‘60’ e i primi del ’70.

Invece che fare le battaglie contro i mulini a vento e farle sulla pelle dei lavoratori (tutto il mondo del Lavoro) che chiedessero la restituzione al moto delle maree di quelle aree vitali per il risanamento lagunare.

Troppo difficile, viene meglio trincerarsi dietro le reprimende dell’Unesco e combattere “le battaglie” per ottenere tante paginate sui giornali e uscirsene, alla fine, stringendo un pugno di mosche.

FRANCO VIANELLO MORO

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E’ vero, mi tocca ammetterlo perché vorrei assistere ad un altro film, la nostra beneamata città sul piano politico e dell’opinione pubblica è stritolata in una morsa letale e immobilizzante: da una parte un ambientalismo declamatorio ed effettivamente poco responsabile nel pretendere soluzioni o irrealizzabili o sbagliate, dall’altra una politica istituzionale incline all’annuncio, ai proclami e alla propaganda o alla pregiudiziale promozione dell’impresa privata .

Molto meno capace, di converso, di prendere decisioni che vadano nella direzione della soluzione almeno parziale di annosi problemi. E’ la solita morsa immobilizzante dei veti incrociati, la parodia della Democrazia che  annulla la possibilità di decidere.

Il film a cui vorrei assistere è invece quello della ragionevolezza in cui tutte le parti sociali e politiche, pur mantenendo identità proprie e distinte, remassero veramente dalla stessa parte arrivando a decisioni mediane, frutto del punto d’incontro intermedio tra esigenze obiettivamente necessarie che tengano conto di tutti i fattori in campo. 

L’indimenticata amica Marina Dragotto ha intitolato un paio di suoi scritti “Complessità mon amour” dove segnala lucidamente che la complessità è il contesto e annullarla o non vederla significa agire solo in astratto, proporre fuffa. Ma la complessità costringe a tener conto di tutto ciò che c’è in campo: possibili soluzioni, interessi reali, conseguenze. E queste inviterei a considerarle con spirito utilitaristico: considerare per qualsiasi scelta il bilancio tra effetti positivi e (inevitabili) negativi.

Si assiste sovente all’esatto contrario con la tecnica argomentativa  di bollare come soluzione estrema ciò che è già un punto di caduta mediano. Esempio tipico: le Navi a Marghera. Che il mondo ambientalista fa passare come proposta di parte e che invece è già da un pezzo un punto di caduta mediano, considerando che si era partiti con il solo obiettivo di bandirne il passaggio in Bacino di San Marco.

O, ancora, la vexata quaestio della modernizzazione e velocizzazione della mobilità lagunare essenziale per attrarre attività e abitanti e quindi contrastare la monocultura turistica  da sempre osteggiata per il mito dell’intangibilità integrale della laguna.

E lo stesso dall’altra parte della barricata: spacciare come punto di caduta mediano, un atto di sofferta buona volontà, il solo semplice contare i numeri o cercare di bloccare la marea turistica con i tornelli. Una non soluzione,  un palliativo che sembra una foglia di fico per nascondere malamente ciò che pulsa nel cuore di questa amministrazione per il dopo Covid: far tornare la vaporiera a pieno regime ‘avanti tutta’ attraverso una deregulation totale (“non vorrete mica ridurre i plateatici dell’emergenza sanitaria adesso che c’è la nuova emergenza della ripartenza che con la botta presa non avrà mai termine almeno per una generazione?”).

E’ vero, con questa tenaglia di posizioni parlare di Stati Generali diventa l’ennesimo sollevamento del polverone che ci soffoca, l’illusione fallace di aver intrapreso la strada giusta. Gli Stati Generali avrebbero senso con dei convocati completamente diversi e dovrebbero essere permanenti e non una tantum. Tuttavia questi citati e non altri sono in campo. Ma la fiducia nell’intelligenza umana fa si che la speranza sia l’ultima a morire. Nelle pieghe di ogni posizione c’è sempre qualcuno che ragiona un po’ di più e va riconosciuto e interpellato. Con questi rari esemplari bisogna tenacemente costruire ponti. Loro sono i “pontieri” in grado di tessere la tela di una complessiva possibile rinascita cittadina. Noi di LUMINOSI GIORNI possiamo far qualcosa in tal senso, i “pontieri” ce li abbiamo tra i nostri collaboratori.

CARLO RUBINI