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Non tifo per nessuna squadra e mi intendo assai poco di calcio. Malgrado ciò, come tanti italiani, in questi ultimi europei, ho reagito con entusiasmo alle brillanti vittorie della nazionale, soffrendo, al pari di milioni di tifosi, nei momenti più critici. Fino al punto di dover combattere, con un incontrollabile rosicchiamento di unghie e di fegato, l’ansia generatami dai rigori di Italia-Spagna e Italia-Inghilterra. 

È sempre così. In occasione di importanti competizioni, un’ondata di italianità mi investe. Un’ondata patriottica. Patriottica, sì, ma libera da quelle sovrastrutture nazionaliste e sovraniste che tanto piacciono a un’influente area del panorama politico italiano. 

Nei giorni scorsi mi è capitato di sentire accostamenti e metafore in libertà. Non ultima la celebrazione del fulgore calcistico italiano sovrapponibile a una rinascita dell’Italia tout court e a quell’orgoglio rigorosamente identitario tanto rivendicato dalla destra post (?) fascista. Neanche i giornali sono riusciti a sottrarsi a questa tentazione, scivolando, alcuni, in dilemmi banali del tipo “la Nazionale è europeista o nazionalista?”; e ancora: “Mancini è il Draghi del calcio o Draghi il Mancini della politica?”; ” i calciatori che non si inginocchiano al black lives matter sono di destra o di sinistra?”. E via di questo passo, in un crescendo di luoghi comuni. 

Rimanendo nell’ambito delle ovvietà, Covid a parte e patriottismo permettendo, possiamo dire che, comunque siano andate le cose, ha vinto lo sport, hanno vinto la passione e l’abbraccio corale di una moltitudine di persone costrette da mesi, ormai, a confrontarsi col muro di casa e ansiose di gioire e di riacciuffare una dimensione collettiva. Una dimensione che ricomprende differenze e minoranze. 

Ha vinto lo sport e, proprio per questo, trovo fuori luogo la strumentalizzazione del calcio, da parte di alcuni politici, in chiave nazionalista. Tanto più se questi esponenti delle istituzioni firmano con Orbán e Duda, campioni di autocrazia, la cosiddetta Carta dei Valori, appoggiando di fatto l’ignominia delle zone LGBT free, fortunatamente sanzionate da Ursula von der Leyen. 

Trovo strumentale il tripudio, per la vittoria della nazionale, di una destra populista che individua nella famiglia tradizionale “l’unità fondamentale delle nostre nazioni”, nonché “la risposta ai pericoli intrinseci all’immigrazione di massa” (che c’entra poi? Dio solo lo sa) e alla legittimazione di comportamenti sessuali contrari ai principi naturali. Vuoi mettere una squadra di calcio formata da testosteronici bianchi cattolici maschi alfa?

Trovo strumentale la gioia di una destra che, col pretesto dell’orgoglio nazionale, strizza l’occhio ai movimenti più intolleranti e retrivi d’Europa. Trovo pericoloso l’estendersi di questa lotta senza senso alle minoranze, mascherata dal rifiuto del cosiddetto “monopolio ideologico dei moralisti”.

Trovo quanto meno contraddittorio, e in contrasto col sentimento di condivisione che nel calcio ha la sua massima espressione, il plauso di una destra che ringrazia i picchiatori di Santa Maria Capua Vetere che calpestano con protervia i diritti dei carcerati. 

Trovo infine disgustoso – e lo sottolineo per par condicio – il linciaggio perpetrato, al grido di “torna in Nigeria”, a danno dei calciatori di colore che hanno sbagliato i rigori della squadra inglese. Per fortuna si tratta di un gesto che non porta la firma di tifosi di casa nostra (è solo un caso, purtroppo), ma è sintomatico di una faziosità legittimata da un clima culturale che va oltre la semplice tifoseria.   

Sono tutte lesioni allo stato di diritto, proiettili che arrivano dritti al cuore della democrazia. È un incessante esercizio dell’odio, inteso come strumento di affermazione di precise identità, che diffonde paura e induce a un’obbedienza forzata. E trasforma i cittadini in sudditi, nell’illusione di proteggerli da pericoli esterni. Uno snaturamento del concetto di nazione, che è invece unione di differenze. Il fatto è che tira un brutto vento di destra, impunemente sottovalutato da molti. Vogliamo davvero consegnare il nostro Paese a questa gente?

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Scrive su alcune testate locali dove si occupa di scuola, libri, politica e intercultura. Ha pubblicato due romanzi: “Criada” (Astragalo, 2013), “A due voci” (Leonida, 2017).