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Avviso ai naviganti: il titolo di questo articolo non vuol essere una recensione dell’ultima interessante Biennale Architettura, curata da Hashim Sarkis, i cui temi sono comunque di estrema attualità. Si parla, invece, ancora una volta, del Vecchio Continente. O si fa l’Europa o si muore, tante volte si sente dire dai pulpiti di quell’euro scetticismo strisciante che predicano a destra e talvolta anche a sinistra. A monte di questo snobismo salottiero, la critica alle istituzioni di non fare mai abbastanza o comunque di non intervenire in modo adeguato davanti alle molte emergenze. In questo breve e annunciato viaggio a tappe su alcune grandi questioni europee, non si può prescindere dall’accelerazione che la Grande Epidemia ha dato ad un progetto di fiscalità comune di cui si discuteva da tempo e che, ancora una volta, mette a tacere i demolitori senza forza propulsiva, ma in servizio attivo permanente. L’Unione Europea, al pari di altre Unioni (qui il riferimento è tutto italiano), è uno dei progetti politici più grandi degli ultimi tempi e, come tale, è caratterizzato da profonde complessità e soprattutto viaggia sulle gambe, sul coraggio e sulla visione politica degli statisti presenti negli Stati membri e nelle sedi dell’Unione. Per questo motivo sconta e alterna fasi di slancio a fasi di inerzia. Quando tutti credevano che la crisi sanitaria stesse seppellendo il progetto, dall’Europa è giunta invece una risposta alla domanda del titolo. Con il pacchetto di riforme presentato un mese fa dalla Commissione, si prevede che entro il 2023 vengano adottate misure che introdurranno un unico codice di regole sull’imposizione fiscale delle società. Si tratta di una forma di intervento che presenta molte analogie con quanto fatto dopo la crisi del 2008, allorquando l’Unione si è dotata di regole uniformi per il settore delle banche. È evidente che non si tratta di un passaggio politico semplice alla luce delle differenze e, soprattutto, delle resistenze di alcuni paesi membri (Irlanda, Lussemburgo), ma la situazione generale e il recente analogo accordo in ambito mondiale, potrebbero servire come ulteriori strumenti di pressione per superare le resistenze. A questo, si deve aggiungere, la probabile introduzione di una tassa digitale europea. Se a questi risultati si somma la partenza del programma di emissioni di titoli europei, garantiti dai bilanci degli Stati risulta di tutta evidenza la risposta politica dell’Europa. Il fatto che la misura appena citata, per il momento sia temporanea, rappresenta, però, una forte criticità. Fin qui le buone notizie, che comunque non sono irrilevanti. Ora la nota dolente che il disfattismo permanente è già pronto a suonare e si chiama unanimità. Il grande ostacolo, il principio che nessuno vorrebbe, ma che c’è. È superabile? Giuridicamente si potrebbe, trattati alla mano, ricorrendo all’art. 116 (Trattato sul funzionamento dell’unione europea) che consente la maggioranza qualificata in presenza di distorsioni del mercato comune. ​Tuttavia, l’applicazione di questa norma al settore fiscale non può definirsi certa e poi non vorremo consolidare l’Europa a colpi di cavilli, le ambizioni sono più grandi. 2 – Continua

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra. Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti. Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.