By

L’avreste mai detto che qualche pecora malandata o un paio di asini macilenti abbandonati a pascolare in una zona remota di montagna permettano di guadagnare, del tutto legalmente, svariate centinaia di migliaia di euro? No, non si tratta di una offerta del tipo di quelle che compaiono sui nostri monitor navigando in Internet (‘Scopri come anche tu puoi guadagnare facilmente 5000€/mese lavorando comodamente da casa!’), ma di meccanismi che in maniera più o meno lecita permettono a chi ci si sa destreggiare di accaparrarsi terre e contributi europei per l’agricoltura, arrivando anche a cifre ragguardevoli.
In mezzo c’è di tutto: dall’allevatore di montagna che grazie a questi contributi può continuare la sua attività altrimenti molto faticosa e poco remunerativa, al grande imprenditore agricolo intensivo di pianura che si aggiudica ampie estensioni di pascoli montani per poter aumentare il carico inquinante della sua azienda; dagli affiliati dei clan mafiosi che hanno messo in piedi un business con ‘un basso rischio giudiziario ed elevatissimi profitti’, agli allevatori di pianura che fanno virtuosamente pascolare i loro capi nei pascoli montani, mantenendo o riprendendo l’antica e salutare pratica della monticazione.

Il come tutto questo succeda Giannandrea Mencini, nel suo prezioso libro ‘Pascoli di carta – Le mani sulla montagna’, ce lo spiega in modo esauriente e chiaro. A volte si tratta di vere e proprie truffe; più spesso, di procedure perfettamente lecite o al limite della legalità, ma comunque mosse da motivazioni poco nobili; altre ancora, di azioni del tutto legittime e anche dettate da buone intenzioni, ma che generano conseguenze diametralmente opposte rispetto a quelle a cui mirava la normativa che le ha permesse.
Il grande paradosso infatti è proprio questo, e cioè che la logica con cui i Regolamenti Comunitari sono stati scritti è del tutto sana e condivisibile. Vari anni fa, quando mi occupavo di questi temi e mi trovavo per studio in Austria, la riforma della PAC, la Politica Agricola Comunitaria, veniva vista come una benedizione: finalmente si sarebbe favorita l’agricoltura estensiva, quella che non guarda solo alla produzione e alla quantità, ma fa bene all’ambiente e si prende cura del territorio. I contributi europei, che prima venivano calcolati in base alla produzione, sarebbero invece stati erogati in funzione dell’estensione dei terreni agricoli, proprio per favorire l’agricoltura estensiva e quelle colture che producono una ricchezza non immediatamente monetizzabile ma non per questo meno importante. Tecnicamente, si parla di ‘disaccoppiamento’ e di ‘titoli’, termini spiegati in modo cristallino nel testo di Giannandrea.

Purtroppo però le buone intenzioni non hanno portato l’effetto sperato, o quantomeno hanno dato origine a deviazioni o addirittura distorsioni significative, che in molti casi provocano appunto l’effetto contrario.
Mettiamo infatti che un allevatore di pianura, che ha legittimamente accumulato un ingente capitale grazie anche ai contributi europei, legittimamente si aggiudichi pascoli di montagna messi legittimamente a bando da un Comune e poi, non avendo realmente intenzione o convenienza di portarci i propri capi, legittimamente subaffitti quegli stessi pascoli ad uno degli sparuti e testardi allevatori di montagna che non si erano potuti permettere di aggiudicarsi quegli stessi pascoli all’asta, oppure ci faccia scorrazzare gli animali ‘figuranti’ di cui sopra, e in virtù del ‘titolo’ che può vantare su tali pascoli legittimamente percepisca i relativi contributi europei.
In tutto questo non c’è niente di illegale: nessuna truffa, nessun illecito. Solo tanta amarezza, perché chi ci rimette, oltre agli sparuti e testardi allevatori di montagna, è l’ambiente, è la manutenzione del territorio, siamo tutti noi, in quanto fruitori del territorio e dei suoi servizi, oltre che contribuenti.

Sono i ‘pascoli di carta’ del titolo. ‘Di carta’, appunto, perché tutto si svolge tra le scartoffie di qualche polveroso ufficio, mentre controlli e controllori del mondo reale sono sempre troppo pochi e con armi spuntate. Perché solo un controllo sul campo può scoprire il caso estremo (reale) di un titolare di un’azienda agricola senza animali che ottiene sussidi per un pascolo di proprietà di un Comune, su cui non ha nemmeno un contratto di affitto…

D’altra parte, la fantasia italica va a nozze con questi meccanismi, riuscendo a concepire machiavellismi perversi, portati allo scoperto nel più grande processo mai celebrato in Europa in tema di truffe a fondi pubblici erogati all’agricoltura. Uno dei tanti primati italiani di cui andare poco fieri. Assieme a quello, paradossale, di sottoutilizzo dei fondi europei stanziati per l’agricoltura, ca. il 58% rispetto ai fondi disponibili nel periodo 2014-2020, addirittura diminuito rispetto al precedente periodo di programmazione 2007-2013, quando era pari al 66%. Perché più regole significa più carte, più cavilli, più burocrazia, che si traducono in più barriere alle richieste di contributi, a cui molti, pur avendo diritto, rinunciano. Creando un ulteriore paradosso: chi non ne ha bisogno, o non ne avrebbe neppure diritto ma sa come destreggiarsi, accede a capitali ingenti a fondo perduto, mentre chi ne avrebbe bisogno, ma ha poca dimestichezza con questi meccanismi, è scoraggiato e cerca di contare solo sulle proprie forze.

Non è comunque tutto nero o tutto bianco. Giannandrea Mencini è infatti estremamente equilibrato nell’andare ad ascoltare anche la voce degli accusati, dei ‘colpevoli’: non esprime un giudizio, ma fornisce al lettore tutti gli elementi utili a farsi una propria idea, basata però su un’indagine a tutto tondo, per ‘superare dei preconcetti e avere una corretta visione del problema nel suo insieme’. Ed emerge quindi ad esempio che non si può ridurre tutto a una contrapposizione tra ‘il buon selvaggio’ di montagna e l’allevatore sfruttatore di pianura. Ci sono ragioni da una parte e dall’altra, e c’è persino chi in pianura pratica, se pur ‘con grandi numeri’, un sano allevamento estensivo o pratiche antiche e virtuose come la transumanza, riconosciuta dall’UNESCO nel 2019 patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Tema ingarbugliato e anche un po’ ostico, quello dei finanziamenti comunitari, soprattutto per l’agricoltura. Ma non per questo è lecito pensare che sono cose che non ci riguardano, perché gli impatti della politica agricola e le conseguenze di queste azioni ci toccano tutti: se i sussidi falliscono nel contrastare l’abbandono dei territori di montagna, le conseguenze sono il dissesto idrogeologico, la perdita di biodiversità, l’aumento del rischio di valanghe e incendi, un minor richiamo dei territori montani dal punto di vista turistico e la condanna all’oblio per tante pratiche colturali e culturali che hanno radici ancestrali e profonde nelle comunità di tutta Europa.
Così come sarebbe sbagliato relegare queste truffe ai soliti imbrogli da criminalità organizzata, da ‘Mafia dei pascoli’, che pur esiste, perché – come ben ci ricorda Giannandrea Mencini – spesso e volentieri sono allevatori del Nord che si accaparrano i pascoli del Centro Italia.

Leggendo questo libro si provano alternativamente rabbia, frustrazione, amarezza, ammirazione per chi concepisce queste truffe così diaboliche eppure così semplici, ma soprattutto per chi le combatte coraggiosamente. Ma anche ottimismo e alcuni significativi segnali di speranza. Perché, assieme ai tanti che si voltano dall’altra parte, o sono compiacenti, o ancora affogano nella frustrazione per non poter cambiare le cose, c’è sempre chi si rifiuta di chiudere un occhio, ma anzi porta alla luce i sotterfugi, indaga, denuncia, e fa proposte concrete per cambiare le cose. Dice l’ex direttore del Parco dei Nebrodi, uno che non ha girato la testa dall’altra parte e men che meno ha accettato di diventare complice, ma anzi con le sue denunce e innovazioni è riuscito a scalfire il sistema dall’interno, facendo sì che non fosse più così semplice truffare: ‘Dobbiamo sperare e capire che ce la possiamo fare, senza fare gli eroi, ma semplicemente adempiendo ai propri doveri, con la schiena dritta e non abbassando mai gli occhi. Bisogna dare un senso alle proprie scelte, e ne vale la pena. Voglio far passare questo importante messaggio di speranza’.

Già, perché cambiare è possibile, anzi, è il momento giusto per farlo, dal momento che la prossima PAC entrerà in vigore dal 2023. Perché poliziotti, ricercatori, uomini dello Stato e magistrati fanno la loro parte, ma alla fine, come spesso accade, si tratta di scelte politiche, che si basano anche sul consenso dei cittadini. E i cittadini, cioè noi, devono – dobbiamo – essere informati. Ecco perché leggere questo bellissimo testo di Giannandrea Mencini è, oltre che un piacere, anche un dovere civico.

Laura Fagarazzi, veneziana di nascita e per scelta, è laureata in Scienze Ambientali e ha un dottorato in Analisi e governance dello sviluppo sostenibile. E’ direttrice dell’Ufficio Ricerca Internazionale all’Università Ca’ Foscari e da 20 anni si occupa di fondi europei.